IL PUNTO La maggioranza ormai «certa e ampia» che si raccoglie intorno al presidente incaricato esprimerà un nuovo equilibrio ministeriale. L'obiettivo è raggiungere una sostanziale parità numerica tra i ministri della sinistra e i ministri del centro. Parità numerica che in tal caso equivale a un equilibrio politico tra le due metà della mela governativa. Nello spirito di quel centro-sinistra «europeo» di cui D'Alema e Cossiga appaiono ogni giorno di più come i diarchi e i custodi. Ieri, per la prima volta, poco prima che D'Alema salisse al Quirinale per farsi dare l'incarico, si è sentita la voce di Romano Prodi. Ed era una voce in cui vibrava non solo l'amarezza, ma una polemica ben mirata: «Le modalità e la forma con cui si è aggregata la nuova maggioranza rappresentano una battuta d'arresto nel processo di costruzione di un sistema bipolare basato sulla competizione fra programmi e idealità». Quasi un programma politico: se non alternativo, certo concorrenziale a quello di D'Alema-Cossiga-Marini. Ma il presidente uscente non ha davvero strumenti per combattere la sua battaglia. Veltroni ha ristabilito un modus vivendi con il suo leader e curerà la Quercia; Di Pietro non basta; i verdi giocano nel governo. All'improvviso Prodi sembra una voce solitaria e il «partito del premier» pare un esercito sbandato. Tuttavia è presto per dire come finirà. Oggi D'Alema risulta il vincitore assoluto nel gioco di palazzo, ma il primo a sapere che la «luna di miele» durerà poco è proprio lui. Non è detto che il tempo lavori a favore del nuovo abitante di Palazzo Chigi, a meno che egli non realizzi in fretta la sua lista di priorità. Quello che per Prodi fu l'avventura dell'euro, per D'Alema sono la giustizia, il rilancio dell'economia e soprattutto le riforme. Su questi punti può riuscire o fallire il suo tentativo di governare per due anni dimostrando agli italiani, specie a quelli di area moderata, che i Ds sono la spina dorsale del sistema, una forza rassicurante. Ecco perché D'Alema ha un bisogno urgente di dare respiro alla sua azione. Finora ogni suo intervento, in particolare quello di ieri sera al Quirinale, è stato improntato a una certa solennità. C'è la volontà di trasmettere un'immagine alta del ministero. Ed è facile capire quanto disturbino il presidente incaricato le risse sui ministeri che invece continuano nel più puro stile prima Repubblica. Tanto che la prudenza dalemiana è apparsa venata da un minimo di incertezza. Ma è anche vero che D'Alema si è assicurato un asso nella manica, un nome in grado da solo di migliorare il giudizio sull'esecutivo. Giuliano Amato, perché di lui si parla, può rendere credibile il riferimento alle «nuove regole elettorali e costituzionali» che compare nella bozza di programma (peraltro molto generica in tutti i capitoli) circolata nel vertice dei partiti. Non solo. Amato può davvero riprendere il filo di una riforma federalista dello Stato, facendo leva anche sulla cauta ma insistente disponibilità dimostrata in queste settimane dalla Lega. E D'Alema può sperare adesso di resuscitare le linee guida della Bicamerale per offrirle di nuovo al dibattito politico. Auspicando su di esse «la più larga intesa possibile». Cioè l'intesa con l'opposizione: quella di Berlusconi, non meno che quella di Bossi. Del resto lo ha fatto capire lui stesso senza tante perifrasi: in passato la neutralità del governo Prodi in materia istituzionale, osservata mentre la Bicamerale affondava, è stato un errore. Ora invece «spetta al governo stimolare il confronto, suggerire soluzioni e possibili punti d'incontro». Non è certo un potere di veto concesso alle opposizioni sulle riforme. Ma non è nemmeno una sfida lanciata alla destra. In tal caso la nomina di Amato non avrebbe senso. E' piuttosto l'annuncio di una volontà, l'avvertimento che sul tema istituzionale il governo D'Alema non può farsi cuocere a fuoco lento come accadde alla Bicamerale. E' del tutto prematuro immaginare che Berlusconi accetti la proposta. Tuttavia l'ipotesi Amato ha messo in qualche difficoltà il capo di Forza Italia. Che appare incerto tra due strade. O mantenere alto il fuoco polemico contro l'asse D'Alema-Cossiga, con il rischio di regalare all'ex presidente uno spazio politico rilevante (non a caso ieri, nella villa Marzotto di Trissino, Cossiga ha parlato come il leader di tutto il fronte moderato italiano, nonché come grande ispiratore del nuovo centro-sinistra). Ovvero verificare le intenzioni dalemiane almeno al tavolo della riforma elettorale. Il doppio turno di coalizione resta la priorità di Berlusconi. Pronto però a scegliere la via referendaria (e maggioritaria) di primavera, verso cui lo spingono Fini e tutta l'ala liberale di Forza Italia. Giuliano Amato avrà da subito non poco lavoro da sbrigare. |
IL RUOLO DI AMATO ROMA - Torna sempre lì Massimo D'Alema. Anche da presidente del Consiglio ormai «incaricato», torna sempre a quella ferita mai accettata, mai rimarginata: il fallimento della Bicamerale. Sulle riforme - dice adesso sottolineando la novità rispetto all'era Prodi - «il governo non sarà un semplice spettatore. In Parlamento, ma anche con un ministro ad hoc (Amato ndr), stimolerà e solleciterà il dibattito nelle Camere». Scrive il presidente incaricato nel suo programma: «Il governo favorirà il dialogo fra tutte le forze politico-parlamentari, perché il cammino delle riforme sia ripreso... Credo che si debba ricercare la più larga intesa possibile in Parlamento». Spiega ai giornalisti: «Una delle ragioni che mi hanno convinto che era necessario coinvolgere il governo è la constatazione che le elezioni non sono state sufficienti a guarire la malattia del nostro Paese. Le abbiamo avute nel '92, nel '94 e poi nel '96. Inutilmente». Conclusione: «È del tutto evidente che per dare stabilità e certezza vadano cambiate le regole». Torna sempre al trauma del fallimento delle riforme, D'Alema. Ieri mattina avvia l'ultimo giro di consultazioni da «presidente preincaricato» proprio con chi ha fatto saltare la Bicamerale. Con quel Berlusconi che, come andava ripetendo ancora a fine agosto appena rientrato dalle vacanze in Croazia, «sulla base di un calcolo sbagliato ha rotto il dialogo sulle riforme e aperto una ferita...». È il primo faccia a faccia da quando è saltata la Bicamerale. Sono da poco passate le nove del mattino. Berlusconi si presenta puntuale all'appuntamento che è al piano terra di Montecitorio. Poche ore prima, al piano di sopra: proprio in quella Sala della Regina dove si svolgevano le sedute della Bicamerale, l'assemblea del Polo ha celebrato il giorno dell'ira contro Scalfaro «arbitro di parte» e i «traditori» dell'Udr. D'Alema parte da lì: «Mi auguro - dice subito al leader del Polo - che non pensiate di stare sempre sulle barricate, perché credo si possa riaprire il dialogo sulle riforme... Se penso a quel che accadde in Bicamerale... Stavolta sarei meno condizionato rispetto ad allora...». È un'offerta. Un'offerta di dialogo dall'alto di Palazzo Chigi che ormai è a un passo. Berlusconi esce e si mostra più aperto del previsto. A chi gli chiede come vede Giuliano Amato ministro delle Riforme istituzionali, fa capire che la soluzione non gli dispiace: «Il nome è stato evocato correttamente». Quanto alla legge elettorale che va cambiata alla svelta per via del referendum Segni-Di Pietro sull'abolizione della quota proporzionale (i tempi stringono, alla consultazione popolare ormai manca soltanto il via libera della Corte costituzionale) Sua Emittenza dice che si può «ripartire dal patto di casa Letta». Ma il presidente incaricato di lì a poco respingerà l'interpetrazione berlusconiana: «Nessuna possibilità di riesumare il patto della crostata» raggiunto a casa Letta tra maggioranza e opposizione per una riforma elettorale basata sul doppio turno di coalizione. «Quell'ipotesi era collegata alla Bicamerale, caduto quel progetto...». D'Alema apre anche a Bossi. Maroni, che è presente all'incontro, sembra soddisfatto: «Per evitare il referendum, si potrebbe abolire la quota proporzionale, aumentare i collegi elettorali portandoli da 475 a 630 e introdurre il doppio turno di collegio. Insomma, una legge ricalcata sul modello di quella dei sindaci». E il federalismo? Anche lì non è andata male. «Si potrebbe ripartire da ciò che è stato già approvato in Bicamerale. Per esempio dalla possibilità per le Regioni di avere statuti speciali...». |
L'INTERVISTA ROMA - Sorso di caffè, sigarettina, strette di mano ai fedeli supporter, lì, al baretto d'angolo di via della Scrofa. «E adesso dobbiamo lavorare per una logica maggioritaria». Logica sulla quale lei
e D'Alema eravate sempre stati alleati, onorevole Fini, o
sbaglio? Non sarà perché
qualcuno ha dato un calcio al tavolo della Bicamerale? Già, mentre la
Bicamerale l'ha fatta saltare Berlusconi, a dispetto di
An: e al posto di un «inciucio con i comunisti» ora vi
beccate un governo con i comunisti. Ammesso e non concesso
che succeda, con Cossiga avreste la maggioranza
qualificata per varare la Costituente? Le due del pomeriggio, i tavolini del bar, i rumori del traffico. E una politica tutta in salita, difficile da tradurre in proposta dopo l'happening domenicale del Polo, a base di insulti e psicodrammi nella sala della Regina. Gianfranco Fini, che ama in genere ragionare di mosse e contromosse, stavolta deve tenere alta la bandiera polista perché, come si dice, il clima è ancora incerto, le due coalizioni sono ancora «ai materassi». E così molto polista e molto di bandiera è questa intervista, in cui il presidente di Alleanza nazionale abbassa la guardia soltanto una volta: «A D'Alema dico anche: si metta un po' nei nostri panni, nei panni di Berlusconi, di Casini, nei miei». In che senso? ... suvvia! Bene. Non vi resta che
ripartire di corsa dalla legge elettorale, no? Berlusconi ha
rivalutato il famoso «patto della crostata» di casa
Letta. Quindi si riparte da
zero? Nel governo ci sarà
anche un ministero per le Riforme. Che ne pensa? Lei ha sostenuto che
l'Ulivo è finito. Può darsi, ma il Polo non pare
granché in salute. Ha vinto Cossiga? Gli dia tempo... Complimenti. E con
quale politica da qui al 2001? Non ci sarà solo
quella. Vittorio Messori dice
all'«Unità» che D'Alema è legittimato a governare... Mi faccia finire:
legittimato a governare proprio come lei, onorevole Fini.
Questo dice Messori. Questo pensano molti: che, in
qualche modo, l'incarico a un ex comunista si riverberi
positivamente anche su un ex missino. Cade una
pregiudiziale anche su di lei? Secondo molti c'era,
eccome. Quelli di An sussurrano
speranzosi: «Nel 2001 Gianfranco avrà 49 anni». Per
quel tempo, data delle prossime elezioni politiche, lei
saprà uscire dalla minorità? Quindi una corsa per
Palazzo Chigi tra il leader della destra e quello della
sinistra non ci sarà mai? Cosa si aspetta da questo governo in tema di giustizia? «Mi piacerebbe un Guardasigilli che, prendendo spunto dall'intervista che il neopresidente subito dimissionario dell'Anm ha dato al Corsera, dica: basta, qui si esagera!». Lei da una vita si
coccola Cossiga: bel risultato. Soffre molto? Dice che il piccone
l'ha buttato nel Tevere. Alla quale voi, dalla
Camera, avete risposto con contumelie in diretta radio...
Cossutta smentisce se
stesso. Ma allora Cossutta è
impazzito? Già, questa destra
che, tanto per smentire gli avversari, si rifugia
nell'invettiva. |