Commissione su Tangentopoli: Ulivo
al voto senza accordo La politica italiana è sempre più la politica dei tormentoni. Ogni giorno ne ripassa uno (sempre immutato e irrisolto). Il tormentone sulla riforma elettorale è però quello che ripassa da più tempo - dal 1992 - e anche il più impolveronato e disonesto di tutti. Mi aspettavo anch'io che il referendum proposto da Segni e altri sulla eliminazione della quota proporzionale del Mattarellum avrebbe spaventato i partiti, e quindi che la riforma elettorale sarebbe tornata in ballo. Ma ritenevo che non ci fosse furia. Invece sì. Dimenticavo che la corsa al Quirinale è già aperta e che per piazzarsi fa comodo esibire benemerenze di «riformatore». Quindi non sono stati tanto i partiti quanto le alte cariche dello Stato a riaprire il contenzioso elettorale. Violante, il presidente della Camera, è stato particolarmente insistente. A suo dire, visto che vi è una «disponibilità della maggioranza e della minoranza a fare la riforma elettorale», allora avanti. Ma, di grazia, disponibilità per quale riforma, per quale sistema? Tutti predicano «fate le riforme» senza che nessuno si occupi della sostanza, e cioè di quale ne sia il contenuto. Qualsiasi riforma è meglio di nessuna riforma? Lo chiedo perché la riforma concordata e sottoscritta a fianco della Bicamerale - il Mattarellum due - è una orrendezza che non ha eguali nel novero dei sistemi elettorali. E dunque quella riforma non è da fare. Oppure sì, onorevole Violante? Dicevo che il tormentone su quale sia la riforma da varare è quello avvolto dal polverone massimo. Chi ancora ci capisce e si orienta è davvero bravo. Nessuno entra mai nel merito. Per Berlusconi, leggo, «l'esigenza» è il doppio turno di coalizione (che a volte chiama, sbagliando, secondo turno di coalizione). Perché mai? Berlusconi non lo spiega, e fa bene, perché quell'esigenza la potrebbe spiegare solo dicendo sciocchezze, visto che a Berlusconi, in verità, il doppio turno di coalizione non conviene. Fini boccia - dopo averlo in precedenza approvato - il doppio turno di collegio. Perché mai? Nemmeno Fini spiega, e anche lui fa bene perché è difficile spiegare come mai voglia il proprio danno. Perché sta di fatto che a lui il doppio turno di collegio converrebbe. Questo tormentone è complicato dal fatto che pochi riescono a ricordare che cosa siano il doppio turno di collegio da un lato e il doppio turno di coalizione dall'altro. Lo rispiego. Nel primo caso i candidati si presentano alla prima votazione singolarmente, senza accordi o desistenze preconcordate: e cioè ogni partito si va a misurare, con la forza elettorale che ha, con il suo candidato. Il che riduce il gioco delle desistenze ai pochi partiti maggiori che passano al secondo turno. Invece nel doppio turno di coalizione (il Mattarellum due) il povero elettore si trova a dover scegliere, già al primo turno, tra due pacchetti preconfezionati che risultano da un mercato delle vacche che precede l'elezione e produce per ogni collegio un candidato che è già espressione di una coalizione. Dopodiché il secondo turno serve soltanto per attribuire a uno dei due pacchetti un premio di maggioranza. E il risultato di questo marchingegno è che avremo coalizioni di governo che sono soltanto accozzaglie elettorali ingessate e incapaci di governare. Dicevo anche che il dibattito sulla riforma elettorale è il più disonesto di tutti. Quasi nessuno si batte per una riforma che sia oggettivamente buona, e cioè perché è una riforma che serve l'interesse generale, l'interesse del Paese. I partitini si battono esclusivamente per interessi di bottega; e anche il grosso dei partiti maggiori ha in mente la stessa cosa. Con la differenza che mentre i partiti minori sono lucidi nella difesa dei propri interessi di sopravvivenza, Berlusconi e Fini non danno nemmeno mostra di afferrare quale sia il loro interesse. A questo modo va a finire che nessuno si impegna a spiegare quale sia il sistema elettorale che andrebbe ad aiutare la governabilità. Su questo punto - l'esigenza di governabilità - quasi tutti sorvolano o mentono. E dispiace di dover aggiungere a questo elenco il nome di Segni, che fa il paio con Pannella quando dichiara che «il referendum aprirà la strada al bipartitismo». No, non è vero. Il suo referendum è benemerito sia perché stana i partiti, sia perché andrà a eliminare il pasticcio di un sistema misto (maggioritario ma anche, per un quarto, proporzionale). Ciò concesso, il fatto è che il maggioritario secco, a un turno, non porta al bipartitismo e nemmeno lo sfiora da lontano. Perché mantiene intatto il potere di ricatto dei partitini, e così ne assicura la sopravvivenza e anche una ulteriore proliferazione. Segni ha molti meriti. Non deve demeritare propagandando fandonie. Allora, a che punto siamo? Se dobbiamo ripartire - e questo è vero, questo è il punto di partenza - dalla riforma elettorale, allora qual è la riforma da fare e quali le riforme da non fare? Come ho già spiegato parecchie volte, a mio avviso la riforma che ci occorre è quella proposta dalla legge di iniziativa popolare Di Pietro-Passigli e a oggi già sostenuta da 350 mila firme (ne bastano 50 mila): il doppio turno di collegio. Di Pietro ha ragione quando lamenta che su questa iniziativa i partiti stanno facendo i finti sordi. Visto che questa iniziativa popolare c'è, il Parlamento è tenuto a prenderla in considerazione. La boccerà, con l'arroganza di altre occasioni, senza valide ragioni e senza buoni argomenti? |