D'Alema sfida i
suoi e attacca l'Ulivo ROMA - All'attacco. Accerchiato, Massimo D'Alema risponde al fuoco: spara sui referendari e sugli ulivisti, sui suoi critici e sui suoi oppositori interni. Individua il nemico nel partito e apre ufficialmente la sfida del prossimo congresso che si terrà a febbraio. Se la prende, anche se non li cita mai, con Veltroni e Bassolino, quelli che sono considerati anche, in caso di crisi della segreteria, i due possibili suoi successori. Ce l'ha con loro quando attacca chi lancia «messaggi interni, parlando in un certo modo dell'Ulivo, non per parlare veramente dell'Ulivo, ma soltanto ai fini di lotta politica interna al partito, visto che non tiene conto del fatto che la costituente dell'Ulivo non si può fare perché i popolari sono contrari e lo hanno già deciso all'unanimità». E ce l'ha ancora con loro, che sostengono i referendum anti-proporzionale di Di Pietro, quando decreta: «Se lo scopo è distruggere i partiti, allora l'obiettivo principale sono questo partito e il suo leader». Spara dal palco della direzione dei Ds, a Botteghe Oscure, mentre conclude l'ultima riunione prima della pausa estiva. Difende la sua linea - vorrebbe chiudere qui la discussione sul fallimento della Bicamerale - ma soprattutto il partito contro «i sindaci che vorrebbero una politica certamente più trendy», basata «sulla popolarità, che però - avverte - si esaurisce se non si è capaci di risolvere i problemi». Contro quella «costituente del nulla», proposta due settimane fa da Bassolino a Napoli. Contro quanti sono contrari al dialogo con la destra «e che hanno fatto l'errore di attaccare non Berlusconi ma il presidente della Bicamerale, proprio nel momento in cui si doveva invece allargare la base del centrosinistra: già allora si pensò di regolare i conti del partito». La reazione degli ulivisti è freddina. Enrico Morando si chiede pacatamente se «D'Alema non avesse sostenuto il contrario proprio a Napoli, quando Bassolino aveva lanciato la costituente e il segretario aveva detto che era d'accordo». Claudio Petruccioli in modo più sintetico ribatte: «Più che un attacco agli ulivisti si tratta di una forte forma di disagio soggettivo». Anche Fabio Mussi commenta a caldo: «Il tono del segretario è un po' troppo piccato, sull'Ulivo è un po' ingeneroso verso chi promuove una discussione interna vera». Replica il segretario: «Io sono tranquillissimo». Ma si sa che non è vero. Ma oltre che un attacco il discorso di D'Alema è anche l'apertura ufficiale del congresso di febbraio il cui tema - lo ha annunciato alla fine del suo intervento - sarà «il tentativo di risolvere in un modo o nell'altro, se riteniamo utile o meno un grande partito della sinistra di tipo nuovo e quali ispirazioni deve avere». L'Ulivo contro il partito dei democratici di sinistra, dunque: per D'Alema non ci sono dubbi che il tentativo di «reductio ad unum» sia suicida e comunque molto di là da venire. Esattamente il contrario di quello che va sostenendo con i suoi interlocutori Veltroni: la Cosa 2 va bene, ma è transitoria. D'Alema gli risponde sarcastico dal palco: «L'Ulivo si riunisce solo per brindare, ma quando c'è stato da sporcarsi le mani con la commissione d'inchiesta non è stato possibile riunire il coordinamento. E se non riusciamo a fare una riunione, allora tentiamo di fare una costituente dell'Ulivo...». Ci sono poi i «giacobini»: «Non possiamo mentre combattiamo Berlusconi - argomenta D'Alema - rinunciare all'ispirazione garantista e riformista, non dobbiamo accettare di essere messi in mezzo in una guerra tra avanguardie, l'avanguardia rivoluzionaria delle Procure e una, l'avanguardia del Male. Noi battiamo Berlusconi soltanto se cerchiamo uno spazio per la politica, tenendo aperto il dialogo con l'altra parte della società italiana, senza porgere l'altra guancia», riconoscendo dunque anche «i limiti corporativi della magistratura». Un tentativo di riprendere la Bicamerale? «La riforma, se si vuole, è già in aula e può essere ripresa, ma non credo ci sia il clima. Comunque la proposta, di cui leggo, di un'assemblea costituente è assurda». La soluzione per ora proposta da D'Alema è quella che a settembre ci sia «un'iniziativa comune dell'Ulivo sulla giustizia». Infine il referendum di Di Pietro, che piace tanto ad una fetta dei ds, anche se nessuno osa citare l'ex pm durante la direzione. Neppure chi come Mussi sostiene che la spinta referendaria «sia positiva ma errata e nonostante tutto debba essere di stimolo per portare all'approvazione del doppio turno di collegio in Parlamento», o come Petruccioli chiede l'impegno del partito sul referendum. E D'Alema? Altro anatema: «Non siamo più nella situazione del '93. Adesso c'è il bipolarismo, pur con certi limiti. Tanto è vero che, proprio a causa dell'assenza di una destra normale noi fummo costretti a fare il ribaltone, facendo una deroga alla regola bipolare. Adesso io ho dei dubbi sul referendum del conte Marzotto. - risponde - Non vorrei che si riportasse l'Italia alla democrazia dei notabili e dei comitati elettorali, perché se il problema è distruggere i partiti, l'obiettivo principale siamo noi, non l'anomalia della destra ma i ds e il loro leader». L'estate è per riflettere: il primo appuntamento è il 25 settembre quando alle Frattocchie i ds si interrogheranno in un seminario sul futuro della loro classe dirigente. |
Polemica
Urbani-Taradash ROMA - Sarà anche vero, come ha spiegato Gianfranco Fini al Corriere della Sera, che se il referendum per l'abolizione della quota proporzionale passasse «i problemi che darebbe al Polo sarebbero ben poca cosa rispetto a quelli che avrebbe l'Ulivo». Ma per adesso, la proposta del leader di An di assumere come Polo una posizione comune favorevole al referendum, fa litigare proprio il centro-destra. Il crocevia di tutto è l'atteggiamento che sul referendum Segni-Di Pietro prenderà Silvio Berlusconi. Fino ad ora il leader del Polo si è tenuto lontano dalla polemica, trincerandosi dietro un no più di forma che di sostanza: il referendum non si può sostenere - ha spiegato più volte - perché è targato Di Pietro. Ma il Cavaliere sa bene che buona parte del suo partito e del suo elettorato farebbe carte false per un sistema maggioritario puro che, in futuro, potrebbe portare al partito unico del Polo. In Forza Italia infatti l'ala liberale, da Martino a Taradash a Calderisi, ha partecipato alla raccolta di firme, e adesso chiede al leader di tener conto di quei 150 parlamentari del centro-destra che hanno sottoscritto nelle scorse settimane un appello simile a quello lanciato da Fini. La risposta ufficiale però, per ora, è una prudente chiusura. Forza Italia, in attesa dei prossimi eventi, ha lasciato e continua a lasciare ai suoi libertà di coscienza, ma il capogruppo al Senato Enrico La Loggia avverte: «Non nascondo che sul referendum vi sono numerose perplessità dentro Forza Italia. Ma ne discuteremo. E vedremo di trovare una soluzione quanto più possibile unitaria» e compatta. Ma dentro Forza Italia già si levano voci scandalizzate, come quella di Giuliano Urbani: «Il referendum? E' ignobilmente populista, una jattura, e Berlusconi lo sa. Servirebbe a distruggere il bipolarismo, altro che a rafforzarlo, perché obbligherebbe gli schieramenti ad imbarcare tutti pur di vincere. L'Ulivo dovrebbe prendersi pure i Cub della Malavenda, noi dovremmo fare i conti non solo con Rauti, ma anche inseguire Mastella: voglio vedere come la facciamo la riforma delle pensioni con Mastella. Io a tornare alla situazione del '94 non ci sto». Ma lo sfogo del professore fa arrabbiare i referendari azzurri. Ironizza Taradash: «Urbani che, da nota colomba, ha accreditato tutte le scelte di compromesso di Forza Italia, si trova chiaramente a disagio oggi che il Polo ha ripreso a fare opposizione e a raggranellare consenso. Il referendum, però, non è una seduta di analisi...». Se An appare compatta nel sostenere il referendum (per Gianni Alemanno è un modo ottimo per tagliare le gambe «ai progetto neo-centristi), il Ccd è più diviso. Cautissimo il segretario Casini, decisamente favorevole il portavoce Marco Follini, secondo il quale «chi demonizza il referendum ha il dovere di indicare una strada alternativa», anche perché se il quesito fosse ammesso dalla Corte Costituzionale «gli elettori del Polo quel giorno non andrebbero certo al mare». Lo sa e se ne preoccupa Rocco Buttiglione, uno dei leader dell'Udr, che chiede a Berlusconi di decidere insieme che fare sul referendum, tenendo conto che «la proposta di Fini corrisponde alla volontà di estremizzare lo scontro politico perché si realizzi un bipolarismo sinistra-destra. Non è quello che desidero io». Chi invece plaude alla scelta di Fini è un dipietrista come Federico Orlando, che critica il leader di An per le stoccate all'ex pm, ma lo ringrazia per il sostegno: «Ben venga chiunque sia d'accordo con noi. Fini non è persona da salire sul carro dei vincitori, anzi nel Polo proprio i suoi hanno contribuito davvero a raccogliere le firme». |