RCS on Line - Corriere della Sera

Lunedì, 27 luglio 1998


Fini: il Polo sostenga il referendum
«La Consulta non osi respingerlo»
E sull'ipotesi delle larghe intese: pronti ad accettare
Il leader di An difende il Cavaliere dagli attacchi della Quercia:
hanno superato il limite della decenza

di Francesco Verderami

ROMA - Addio D'Alema, addio dialogo, addio Bicamerale: Gianfranco Fini scende decisamente in campo a sostegno del «referendum Segni, ripeto Segni, non Di Pietro». Il leader di An annuncia che alla ripresa dei lavori politici chiederà «al partito e agli alleati del Polo» di sostenere «senza alcuna esitazione» l'iniziativa referendaria e mette in guardia la Consulta: «Non osi» bocciare il quesito con cui si chiede l'abolizione della quota proporzionale dalla legge elettorale, perché «compirebbe un'intollerabile forzatura costituzionale». Fini guarda al referendum perché «ormai gli spazi del dialogo sono stretti, se non già preclusi. Eppoi, guardate quanto sta accadendo di là». Il capo della destra invita a leggere «in controluce» le parole con cui il capogruppo dei Ds al Senato, Salvi, definisce Berlusconi «un ostacolo per la democrazia» e lo invita a fare «due passi indietro»: «A parte il fatto che si è superato il livello della decenza. A parte il fatto che pensare di scegliere il capo dell'opposizione dimostra come la sinistra non cambia. A parte il fatto che sono proprio gli atteggiamenti di questa sinistra che hanno avvelenato il clima e reso difficile il dialogo...».

A parte questo?
«Il suo è un attacco rivolto all'interno dell'Ulivo, più che a noi. E segue quello fatto da Veltroni, che al Messaggero - salvo successive e scontate smentite - ha annunciato che con questa destra non si dialoga. Il gioco è chiaro: siccome nel centro-sinistra sono divisi su tutto, una fetta consistente della maggioranza - che ha in Prodi, Veltroni, Salvi e Mussi i suoi capisaldi - per non far scoppiare le contraddizioni interne spera in un clima al calor bianco con l'opposizione».

Ma proprio perché il Polo dice di tenere al dialogo, non dovrebbe «aiutare» D'Alema?
«Il segretario dei Ds, a parole, è più attento di altri a non alzare il tono dello scontro. Ma ormai dobbiamo chiederci se ciò che dice è in grado di farlo o se al contrario è prigioniero, come sembra, della situazione. Se è, come sembra, in minoranza nella coalizione e addirittura nel suo partito».

Eppure D'Alema, ancora venerdì scorso, ha detto che bisogna ripartire dalla Bicamerale.
«Intanto non vedo come si possa ripartire dalla Bicamerale, visto il clima. E poi se c'è qualcosa da cui si può ripartire è la commissione su Tangentopoli».

All'indomani della fine della Bicamerale, lei disse che «per un paradosso della politica italiana, di riforme se ne parlerà come non se n'è mai parlato in passato, ma rimarranno solo parole».
«E sarei lieto di dire che mi sono sbagliato. Ma gli spazi mi sembrano molto stretti, se non preclusi in partenza. Certo, se si riaprissero arriveremmo subito all'appuntamento. Ma non vedo molti margini. E chiedo a D'Alema di smetterla con gli inviti perché mi distingua, mi differenzi. Piuttosto, An deve accingersi ad un altro gioco».

Evitare di finire stritolata assieme al bipolarismo durante il semestre bianco?
«Non credo che il bipolarismo salterà: intanto perché se il Polo non è saltato dopo la fine della Bicamerale, non salta più. Eppoi perché in questa fase ci comportiamo come fossimo un partito solo».

Potreste diventarlo se passasse il referendum.
«E difatti sono felice che il comitato abbia raccolto le firme. E sono convinto che se il referendum Segni passasse, i problemi che darebbe al Polo sarebbero ben poca cosa rispetto ai problemi che si avrebbero dentro l'Ulivo e dentro i Ds, dove si arriverebbe alla resa dei conti».

Lei dunque chiederà a Berlusconi e Casini di appoggiare il referendum Di Pietro...
«... Segni, referendum Segni. Sì, lo farò».

E' così che pensa di rilanciarsi, visto che - dopo la fine della Bicamerale - si è notata la crisi di iniziativa politica di An?
«Sì, dicono che sono al traino di Berlusconi. Certo, se An avesse voluto avere le prime pagine dei giornali... Ma non siamo nati ieri. In questa difficile fase, incrinare l'unità del Polo avrebbe significato fare il gioco dei vari re di Prussia: D'Alema, Prodi, Cossiga».

Sarà, ma non crede che le vicende personali di Berlusconi abbiano minato l'azione e la credibilità politica del Polo?
«Quelli di Berlusconi non sono più problemi personali, sono un problema politico. Eppoi il Polo non è ossessionato da quel tema, se è vero che si è già mosso sul problema del lavoro, annunciando una manifestazione di piazza».

A proposito di manifestazioni di piazza, che ne pensa degli scontri che si sono verificati a Napoli, Palermo e Milano?
«In un clima di esasperazione sociale, gli incidenti possono sempre verificarsi. Ma ciò che trovo paradossale è il modo di agire del ministro dell'Interno, che è l'emblema del paradosso dell'Italia dell'Ulivo».

Che vuol dire?
«Voglio dire che quando ci sono in piazza manifestanti che chiedono il lavoro o che chiedono di non perderlo, Napolitano ordina alla polizia di intervenire. Quando invece scendono in piazza gli squatter, mostra compiacenza, tolleranza, mentre c'è subito chi è pronto a denunciare il malessere giovanile. Quando il ministero degli Interni dovrebbe garantire interventi volti a tutelare la sicurezza, il più delle volte non lo fa. Quando ci sono invece manifestazioni di carattere sociale, si verificano gli incidenti. E preciso: io non accuso le forze dell'ordine, ma chi impone loro certe direttive».

Eppure ieri Napolitano ha invitato le forze dell'ordine alla moderazione «anche quando le manifestazioni vanno al di là dei limiti consentiti».
«E' evidente che ci sono dei limiti che non possono essere superati, ma è altrettanto vero che è tipico chiudere la stalla quando ormai i buoi sono scappati. E' una situazione di cui certo l'Ulivo non può andar fiero».

Concorda dunque con la senatrice del Prc, Ersilia Salvato, secondo la quale «con il manganello la sinistra muore».
«Rifondazione non ha titoli per parlare di queste cose. E' ora di svelare questa quotidiana truffa dei comunisti. Perché da due anni Bertinotti è corresponsabile della politica di questo governo, che è una delle cause del malessere, e dunque non può contemporaneamente auspicare che cresca la tensione sociale o che si arrivi addirittura allo scontro sociale. Sono atteggiamenti irresponsabili e intollerabili. In più Prodi gli concede ciò che lui chiede. E invece di agire con la flessibilità sul mercato del lavoro, invece di agganciare una quota del salario agli utili delle aziende con meccanismi partecipativi, vara le 35 ore o l'Agensud, futuro carrozzone clientelare dell'Ulivo. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di fare gli spettatori, anche perché riteniamo che non possano essere i sindacati a rappresentare il malessere sociale».

Non riconosce più ai sindacati il loro ruolo?
«I sindacati rappresentano sempre peggio chi lavora e da qualche tempo a questa parte non tutelano più i senza lavoro e soprattutto i giovani. Per questo il Polo sarà protagonista in Parlamento, in piazza e nelle fabbriche di una battaglia civile e democratica. Sarà un autunno caldo».

Anche sul fronte del governo?
«Bertinotti ha annunciato che, con la Finanziaria, si andrà alla resa dei conti. E' probabile si arrivi allo show-down».

Cossiga dice che se cade Prodi si deve formare un esecutivo di larghe intese.
«E' ovvio che, non essendoci elezioni durante il semestre bianco, qualora cada Prodi il Paese non potrebbe stare senza un governo. Ma ciò che è probabile non è detto che accada: la mia previsione è che alla fine il centro-sinistra terrà insieme i cocci e andrà avanti cuocendosi nel suo brodo. A meno di un bel regalo».

Cioè?
«Lo spiegherò se e quando ce lo faranno». In verità Fini l'ha già spiegato ai suoi: «Qualora si andasse veramente a un governo di larghe intese, noi non saremmo così fessi dal rimanerne fuori». Ma Fini non crede nel «regalo».

 

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