Il Sole 24 Ore Online

Sabato, 31 ottobre 1998


L’ex Presidente rilancia il doppio turno di collegio,
ma nella maggioranza si allarga la spaccatura
Intesa Cossiga-D’Alema sul voto

di Luca Ostellino

ROMA — Anche se la trattativa non è ancora stata avviata e i tempi per votare una riforma della legge elettorale prima dello svolgimento del referendum antiproporzionale, se la Consulta lo riterrà ammissibile, sono sempre più stretti, Francesco Cossiga è convinto che il Parlamento riuscirà nell’impresa, rendendo così inutile la celebrazione del quesito referendario. L’ex capo dello Stato, che è al tempo stesso promotore del referendum Segni («e non Di Pietro») e di un progetto presentato in Senato per il doppio turno di collegio, ha così assicurato a Massimo D’Alema il suo impegno per favorire un accordo parlamentare sul «sistema alla francese».

L’impresa non appare affatto semplice. Nella maggioranza, favorevoli al doppio turno di collegio sono i Democratici di sinistra, Antonio Di Pietro, con qualche riserva Rinnovamento italiano e il leader dell’Udr, che dovrà però fare i conti con i proporzionalisti del suo partito. Non ultimo il presidente Rocco Buttiglione, che, giusto ieri, ha sostenuto che «il mito dell’uninominale maggioritario è una grande sciocchezza». Contrari sono i Popolari, i Verdi, i Socialisti e i Comunisti di Cossutta che, con diverse sfumature, sposano invece il modello partorito dalla cena di casa Letta. «Viva Gianni Letta, viva la crostata. Siamo per il doppio turno di coalizione, lo difendiamo e lo ribadiamo», si accalora il verde Mauro Paissan. Quel doppio turno di coalizione che, dopo il vertice di giovedì, resta il sistema da cui il Polo intende partire nella trattativa sulla riforma della legge elettorale. «Il Polo — ha osservato il vicesegretario del Ppi Dario Franceschini — ha formalmente dichiarato la disponibilità a discutere di legge elettorale. Dobbiamo cogliere questa opportunità. È noto a tutti che nella maggioranza ci sono ancora grandi distanze sulle soluzioni da adottare, ma bisogna avviare un confronto nel Centro-sinistra per definire almeno una modalità di confronto con l’opposizione. Noi Popolari nei prossimi giorni ci faremo parte attiva». Franceschini ribadisce però l’assoluta contrarietà al doppio turno di collegio: «Lo sanno anche i muri. Non possiamo accettare un sistema che causerebbe la morte prematura del bipolarismo».

Seppure a fasi alterne, disponibile a discutere del doppio turno di collegio è invece la Lega, contrarissima al patto di casa Letta. Ma il più forte alleato su cui l’asse D’Alema-Cossiga può contare per portare i partiti della maggioranza a convergere su una proposta comune basata sul doppio turno di collegio resta il referendum antiproporzionale. Con la minaccia di un sistema elettorale assolutamente punitivo per le formazioni minori che risulterebbe da un’eventuale vittoria della consultazione referendaria. Non a caso, Cossiga si è premurato di sottolineare che, qualora il Parlamento non riuscisse a dare vita a una nuova legge, voterà senz’altro a favore del referendum Segni.

Per evitare lo svolgimento del quesito referendario, il Parlamento deve approvare una legge elettorale che ne recepisca l’obiettivo. Una legge, cioè, maggioritaria che abolisca i residui di proporzionale. Il maggioritario uninominale a doppio turno, così come formulato nella proposta Sartori, potrebbe, al tempo stesso, rendere inutile il referendum e venire incontro alle esigenze dei partiti minori, che, almeno al primo turno, vedrebbero salvaguardata la loro identità. Il 10% di quota proporzionale, prevista per garantire diritto di tribuna ai partiti che non intendono partecipare al secondo turno, non incide sullo spirito maggioritario della proposta.

Il doppio turno di coalizione, su cui insiste il Polo, mantiene una quota del 25% di proporzionale nell’assegnazione dei seggi e quindi non evita il referendum. Il Polo si presenta così alla trattativa partendo da una proposta che è già messa a rischio dal quesito antiproporzionale. Quesito che ha il pieno appoggio di An, di parte di Forza Italia, mentre è considerato una vera e propria fregatura da Giuliano Urbani, uno dei principali «negoziatori» del Centro-destra, pronto a lanciare il «comitato per il no» al referendum. Urbani intende «abbandonare i sistemi maggioritari pataccari», in favore delle «famiglie maggioritarie con premi di maggioranza». E, pur correndo il rischio di essere tacciato per un bieco proporzionalista, indica nel sistema tedesco (proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza) la soluzione da cui partire per trovare un accordo.

 

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