I leader del Polo accolgono
linvito al confronto sulla legge elettorale, non
sulla revisione costituzionale ROMA Sulla questione delle riforme, appena rilanciata dal governo DAlema, il Polo di Centro-destra stenta a individuare una convinta posizione comune: tre ore di vertice hanno consentito ieri ai leader della coalizione di concordare un chiaro "sì" alla ripresa del dialogo sulla modifica della legge elettorale, ma non sono state sufficienti a definire una scelta risolutiva sul referendum anti-proporzionale. Perciò, quella di ieri, è stata una riunione sostanzialmente interlocutoria: Berlusconi, Fini e Casini si rivedranno la prossima settimana per «riflettere» ancora e tentare di superare la differenza di valutazioni che in materia di referendum corre fra il presidente di An, orientato decisamente a favore della consultazione popolare, e quello di Forza Italia, ancora fortemente perplesso. Silvio Berlusconi, che ieri ha dovuto incassare l«addio» a Forza Italia di Giorgio Rebuffa, è preoccupato: di fronte allincognita rappresentata dalla prospettiva dun improvviso passaggio al maggioritario secco, il presidente forzista avanza molte obiezioni. Ma non è solo la possibile cancellazione dellintera quota proporzionale a inquietare il leader. Che è impensierito anche dal rischio di lasciare troppo spazio a Di Pietro. Perché, anche se liniziativa referendaria è partita da Mario Segni e fa capo a un comitato nel quale sono rappresentati, sia pure a titolo personale, esponenti di tutte le forze politiche, è fuor di dubbio che lex pm sia riuscito a "impossessarsi" della consultazione. Tantè che mercoledì è stato proprio lui a rivolgere a Berlusconi linvito ad associarsi alla lotta per il referendum elettorale. Per ora nessuna risposta da via del Plebiscito. Ed è chiaro che nellipotesi abbastanza scontata duna larga approvazione del quesito referendario (sempre che la Corte costituzionale ne decida lammissibilità), Di Pietro e la sua "Italia dei valori" sarebbero i maggiori beneficiari del successo. Che rischi comporta il trasferimento verso un sistema sostanzialmente allinglese, soprattutto senza una preventiva revisione di tutto il sistema istituzionale? E poi: sarà possibile evitare il "trionfo" di Di Pietro proprio alla vigilia di scadenze come lelezione al Quirinale e il voto europeo? Di fronte a questi interrogativi il leader di Centro-destra esita. E buon per lui che il Centro-sinistra sia assai più profondamente spaccato sul referendum come su tutto il fronte delle riforme. A dar conto delle scelte del Polo è stato Fini, che ha anticipato lassenso ufficiale alla ripresa del dialogo sulla legge elettorale, per un intervento che «rafforzi il maggioritario e consolidi il bipolarismo». Il presidente di An ricorda che la proposta di partenza del Polo resta sempre quella del doppio turno di coalizione, con esclusione quindi dellipotesi del cancellierato. Niente da fare, invece, sulle riforme istituzionali, a meno che non si voglia partire dalla «sede propria» dellassemblea costituente. Con molto scetticismo sulle prospettive riformatrici, Fini definisce la scelta alternativa di An: se il Parlamento non approderà a nessun risultato, «ben venga il referendum», che «spazzerà via anche molte ambiguità, come le tentazioni di un ritorno al proporzionalismo. E, precisa, non mi riferisco a Berlusconi». Il leader di An conferma il suo "sì" al referendum anti-proporzionale e unanaloga disponibilità a impegnarsi nella consultazione viene manifestata di Pierferdinando Casini. Per ora, però, questa stessa disponibilità non sembra condivisa da tutto il Centro-destra: molti esponenti forzisti, come Giuliano Urbani, sono contrari alla consultazione, ma Fini sostiene che «non è il caso di drammatizzare». Anche perché, ricorda, lo stesso Berlusconi ha anticipato un orientamento a favore del referendum nellipotesi che fallisca lintesa sulla riforma elettorale. E intanto, mentre il ministro Amato ha cominciato ieri a consultare i partiti, il presidente della Camera, Luciano Violante, ricorda che la riforma elettorale da sola non basta. |