Il Sole 24 Ore Online

Mercoledì, 28 ottobre 1998


Il premier incassa la fiducia al Senato (188 sì contro 116 no)
e ribadisce: urgente la riforma del voto
D’Alema: «Più liberi senza Bertinotti»
Fini: mancano le condizioni per un accordo sulla legge elettorale
In tre lasciano l’Udr

di Franco Colasanti

ROMA — Fiducia anche dal Senato, con ancora maggior ampiezza di consensi e col sovrappiù d’un irruento discorso di Francesco Cossiga deciso allo scontro con tutti, da Berlusconi a Di Pietro: i voti a favore sono stati 188, quelli contrari 116, mentre un senatore dell’Udr s’è astenuto. La maggioranza era fissata a quota 153. Il Governo presieduto da Massimo D’Alema ha così completato ieri il percorso d’obbligo fra i palazzi del Parlamento e può quindi cominciare a inoltrarsi nella sua attività: «Ora dobbiamo lavorare», ha detto D’Alema a commento dell’ottimo risultato. «Pienamente legittimo, più forte e libero dal ricatto bertinottiano», aveva descritto in precedenza il nuovo Ministero, rivendicando, con molto rigore e qualche asprezza in più, il suo ruolo di fronte al Centro-destra. Al quale ha ricordato l’urgenza di metter mano alla riforma elettorale.

Il leader del Centro-sinistra ha avanzato la preferenza per il doppio turno di collegio, precisando però che la sua è solo una proposta di discussione. Gianfranco Fini ha già risposto: il Polo è pronto al dialogo ma non ritiene che ci siano le condizioni per concordare un nuovo sistema di voto: fra diessini e Udr le differenze sono insanabili. Per Forza Italia ha parlato il capogruppo Enrico La Loggia. Che ha esordito sostenendo che «questo Governo non è una cosa seria». Insomma, se D’Alema ha irrigidito ieri il suo atteggiamento verso l’opposizione di Centro-destra, quest’ultima non s’è fatta certo cogliere di sorpresa, legittimando la prospettiva di rapporti sempre molto difficili. Assai più morbida la Lega, pronta a riprendere la discussione.

A Palazzo Madama la maggioranza di Centro-sinistra ha perso ieri tre senatori, che all’ultimo momento hanno abbandonato l’Udr, ma ha recuperato in pieno il favore «personale» di Di Pietro. L’ex pm ha tenuto a distinguere la sua fiducia a D’Alema dalla totale sfiducia nei confronti dei «traditori» dell’Udr. Più battagliero che mai e «pronto alla rissa», come ha annunciato ancor prima d’entrare in aula, Cossiga ha invece spiegato fra invettive e proteste, che il suo "sì" al nuovo Esecutivo è motivato da «ragioni d’emergenza politica e istituzionale» e dalla necessità di chiudere la fase della guerra fredda. L’ex capo dello Stato non ha ovviamente dimenticato di confermare che con Forza Italia non c’è nessuna possibilità di dialogo: rappresenta «un’opposizione antisistema, populista e demagogica».

È stato un dibattito a tempi contingentati, quello di ieri, ma D’Alema aveva ancora molte cose da dire e coi senatori s’è dilungato assai più di quanto abbia fatto venerdì coi deputati. Gli premeva di tornare alla carica sulla riforma elettorale, di "difendere" il Quirinale e di ribadire, forse solo per dovere d’ufficio, che l’Ulivo è ancora vivo e vegeto. E poi aveva sulla punta della lingua un’affermazione liberatoria: finalmente siamo riusciti a fare un Governo più forte e anche «più libero dal capriccioso ricatto d’una sinistra estremista che ha fatto un uso non sempre saggio del suo peso determinante». Era da oltre due anni che D’Alema aspettava di regolare i conti con Bertinotti.

Con la replica al Senato, il suo quarto intervento parlamentare da presidente del Consiglio, D’Alema ha avuto soprattutto modo di approfondire e precisare, anche in contraddittorio con l’Aula, quanto è venuto dicendo in questi ultimi giorni: l’ha fatto con un piglio più sicuro di sé, forse più aspro. E quasi casualmente, ma non troppo, ha ripercorso i punti essenziali del suo programma, dalle 35 ore alla riduzione del costo del lavoro. Insistendo ancora una volta sulla necessità di definire al più presto una nuova legge elettorale. In questa materia, ha però detto, al Governo spetta soltanto una funzione di stimolo, non certo di proposta. Personalmente, ha informato il capo dell’Esecutivo, la sua scelta si indirizza sul modello elettorale delineato alla Bicamerale da Giovanni Sartori: è quello «più adatto a far crescere il bipolarismo e a rendere omogenea la maggioranza». Diversamente da Cossiga, il presidente del Consiglio non pensa che il futuro bipolarismo sia contenuto tutto nell’attuale maggioranza: è una visione che il leader del Centro-sinistra non condivide perché «sottovaluta il radicamento del Centro-destra nel Paese». Ancora differenziandosi dalle posizioni di Cossiga, ha affermato che l’Ulivo non s’è dissolto, ma «resta in campo come un patto strategico di lungo periodo».

 

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