Il Sole 24 Ore Online

Martedì, 27 ottobre 1998


Il premier rilancia al Senato il dialogo con l’opposizione
e prende le distanze dagli attacchi di Cossiga
D’Alema al Polo: le riforme, poi il voto
Fini: siamo disponibili al confronto sulla legge elettorale
Aperture anche di Casini e La Loggia

di Franco Colasanti

ROMA — Massimo D’Alema non demorde e appare sempre più determinato a dare un’impronta decisamente riformista alla sua esperienza di presidente del Consiglio: il dialogo col Polo è una strada obbligata, da imboccare al più presto almeno per definire una nuova legge elettorale, insiste. Rilancia perciò la sua sfida al Centro-destra, tentandone le aspirazioni elettorali: quanto prima riusciremo a riscrivere insieme le regole d’un compiuto bipolarismo, tanto prima potrete tornare alle urne. Così a ridosso della grande manifestazione di sabato a piazza San Giovanni, ma soprattutto a ridosso del pesante attacco rivolto da Francesco Cossiga ai leader dell’opposizione, ieri il nuovo titolare di Palazzo Chigi è andato apposta al Senato per precisare questi suoi orientamenti di governo. E per marcare un forte dissenso sulle posizioni espresse dall’Udr.

L’occasione gli è stata propiziata dal dibattito sulla fiducia, che stasera sarà votata anche da Palazzo Madama. Ma, al suo primo confronto coi senatori, D’Alema ha pensato bene di modificare la prassi in base alla quale il discorso del presidente del Consiglio viene normalmente dato per letto nella "seconda" Camera che procede al voto di fiducia. Questa volta il leader del Centro-sinistra ha chiesto invece di poter fare una breve «integrazione» al suo intervento di giovedì scorso a Montecitorio. Ha invitato l’opposizione a metter da parte le polemiche e lui per primo s’è preoccupato di differenziarsi dalle asprezze cossighiane, smentendone i contenuti: ha definito «legittima e utile» la manifestazione di Roma; ha descritto come «un patrimonio del Paese» l’azienda tv di Mediaset.

D’Alema non offre per questo una "pace" incondizionata perché, in polemica col Polo, difende sino in fondo la «legittimità» del suo Governo: ne ammette l’«eccezionalità», ma esclude l’ipotesi di «ribaltoni». E insiste nel dire che un Esecutivo tecnico, o addirittura un nuovo ritorno alle urne, avrebbero segnato una grossa sconfitta per il Paese. Ma porge comunque con determinazione la prospettiva d’un rasserenamento di rapporti che consenta una rapida ripresa del confronto sulle riforme. Cominciando col fissare diverse e più "efficienti" regole del gioco. Il nuovo appello (cui si è aggiunta in serata la proposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Gian Guido Folloni, di riparlare anche della commissione su tangentopoli) sembra adeguato a far breccia nelle file dell’opposizione perché, dopo la disponibilità offerta da una Lega in cerca di rilegittimazione, ieri anche il Polo ha cominciato a mandare segnali di cauto "gradimento".

Alla guida d’un Governo caratterizzato da una grande eterogeneità, il presidente del Consiglio sembra evidentemente preoccupato, come lo stesso segretario popolare Franco Marini, per le "intemperanze" verbali del suo indispensabile ma scomodo sostenitore, Francesco Cossiga, che ieri non s’è neppure affacciato nell’aula di Palazzo Madama. Soprattutto per il modo in cui s’è arrivati alla nascita del nuovo Esecutivo. Per questo, D’Alema ha scelto ieri una sede di altissimo livello istituzionale come il Senato, per ripetere con ancora maggior vigore le cose che sta dicendo sin da quando ha cominciato a metter mano alla formazione del Governo.

Ha fatto appello al senso di responsabilità della classe dirigente, ha invitato a distinguere gli slogan della piazza dall’azione nelle istituzioni e ha persino espresso comprensione per l’«amarezza» del Centro-destra in questa fase di scontro. Parlando in precedenza ai senatori ds, delusi per la loro esclusione dall’Esecutivo, il presidente del Consiglio aveva del resto già provveduto a bloccare con fermezza ogni proposito di ritorsione nei confronti delle aziende che fanno in qualche modo capo al leader forzista: «La sinistra contrasta Berlusconi — ha detto — ma non combatte né danneggia le imprese». Di questo impegno, ha sottolineato, «mi sento oggi ancor più garante». Nessun cenno, poi, sul "conflitto d’interessi".

Il messaggio del presidente è arrivato a destinazione. Fini è disposto a discutere di legge elettorale, ma avverte che non si può andare in direzione opposta a quella segnata dal referendum Segni. Anche Casini raccoglie l’invito al confronto, ma sbarra la strada al doppio turno di collegio. Sì al dialogo anche da altri esponenti del Polo. Il capogruppo forzista La Loggia ha rinnovato le accuse al Governo, ma ha anche detto che il partito è pronto al confronto. Il suo collega di An, Maceratini, ha scoperto un presidente del Consiglio «saggio e discorsivo». Dalla maggioranza si differenzia invece Di Pietro, che annuncia una «fiducia a termine» e del tutto personale. «Breve, sintetico, eccellente», ha descritto l’intervento dalemiano di ieri al Senato Gianni Agnelli, promuovendo a pieni voti, dopo un’iniziale perplessità, il capo del Governo di Centro-sinistra.

 

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