Il Sole 24 Ore Online

Martedì 29 settembre 1998


Nella corsa al Colle candidati scelti anche dagli elettori
di Gianfranco Pasquino

Non c’è dubbio che l’elezione del presidente della Repubblica costituisce, unitamente al probabile referendum elettorale, l’appuntamento istituzionale più importante del ’99. Infatti, sia le modalità con le quali verrà eletto il prossimo presidente, sia la sua stessa figura avranno molta incidenza sul prosieguo di una transizione che non finisce e addirittura sulla (ri)strutturazione dei due maggiori schieramenti che si contrappongono. Sembra farsi strada l’idea, tutt’altro che peregrina e semplificatoria, che il prossimo presidente (che gli uomini — dopo Amato anche Violante e Mancino — graziosamente concedono potrebbe addirittura essere una donna: forse sarebbe opportuno precisare che la qualifica di genere non basta) debba essere eletto direttamentedagli elettori. Con quale metodo e perseguendo quale obiettivo si prospetta una simile riforma?

Il metodo significa l’approvazione di una norma costituzionale, con i tempi che debbono comunque essere di tre mesi e qualche giorno complessivamente, che richiede pertanto un accordo ampio fra i due schieramenti. Questo accordo implica che è possibile riprendere nelle aule parlamentari il filo del discorso sulle riforme costituzionali e che è possibile farlo partendo da un punto alto e conducendolo per passaggi successivi. Da tempo, i teorici delle politiche pubbliche, e la riforma costituzionale è la più elevata e nobile di queste politiche, hanno abbandonato la prospettiva della razionalità sinottica, onnicomprensiva per passare alla razionalità limitata e a processi incrementali. Partire dal vertice può aiutare la ripresa di un processo riformatore incrementale che si accompagni a un vero perfezionamento della legge per l’elezione del Parlamento, non viceversa. Comunque, non può fare male conferire maggiore legittimazione, purché direttamente popolare, al presidente che, stando così la transizione, continuerà a dover effettuare scelte difficili e spesso controverse.

Riguardo all’obiettivo, però, il problema consiste nell’interpretazione precisa che si dà all’elezione popolare diretta del presidente. Deve essere una sana rottura di prassi non raccomandabili consistenti in scrutini parlamentari prolungati e accompagnati da veleni oppure deve svolgersi all’insegna della continuità possibile, persino auspicabile? Spesso il potere, non solo politico, è nelle mani di chi controlla l’agenda. In questo caso, l’agenda dell’elezione presidenziale è rappresentata dal potere di designazione. Infatti, un conto è se l’elezione popolare diretta contrappone candidati/e che sono stati nominati/e sia da gruppi parlamentari che da comitati elettorali di cittadini; un conto ben diverso è se i candidati possono essere scelti esclusivamente nella sede parlamentare. Sicuramente, per evitare il rischio di scrutini devastanti è meglio procedere dopo i primi tre scrutini ad affidare la scelta all’elettorato fra i due candidati più votati. Tuttavia, questo passaggio servirebbe non tanto a dare il segno della discontinuità, ma soltanto a dirimere un conflitto all’interno della classe politico-parlamentare. Il cittadino diventerebbe arbitro fra due squadre contrapposte e i loro centravanti, ma non potrebbe proporre un nuovo centravanti. Per di più, i due schieramenti finirebbero per irrigidirsi ulteriormente proprio quando, anche all’interno degli schieramenti,per non parlare di Cossiga, molti sono consapevoli che operare per una loro ristrutturazione è saggio e probabilmente indispensabile. Infine, il presidenteeletto avrebbeottenuto una legittimazione popolare, ma sarebbe comunque in primo luogo espressione di uno schieramento parlamentare rigido che gli ricorderebbe la sua origine.

Meglio, dunque, aprire davvero la nomina dei candidati agli elettori che si organizzino; lasciare che, se non cento, almeno cinque fiori potenzialmente presidenziali sboccino e che la loro fioritura avvenga non necessariamente contro, ma al di fuori di schieramenti rigidamente costituiti e rigorosamente disciplinati. Nella campagna elettorale popolare, i candidati presidenti diranno poi come intendono favorire l’evoluzione costituzionale italiana, il suo perfezionamento e la sua conclusione. Eletta senza essere totalmente debitrice a uno schieramento, ma anche per le sue capacità personali, per la sua competenza tecnica, per la fiducia che ispira, la nuova presidente saprà meglio interpretare e tenere conto di interessi generali nella consapevolezza che, andando oltre i confini del suo schieramento, avrà la possibilità di intraprendere a suo tempo la difficile strada della rielezione, una legittima ambizione politica che rende le elette dal popolo maggiormente responsabili dei designati dai partiti da essi revocabili. Se si vuole una buona elezione popolare diretta della prossima presidenza della Repubblica italiana, la si deve svincolare dalla presa dei partiti a cominciare dalle modalità di selezione dei candidati/e.

 

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