Violante sollecita i partiti a
riprendere il confronto: favorevoli Fi, An e Ppi, cauti i
Ds. Riparte il dialogo sulla riforma elettorale ROMA «Almeno proviamoci»: sotto la spinta di questinvito, per nulla stimolante ma almeno largamente condiviso, sembra rianimarsi la prospettiva di riaprire la via della riforma del sistema elettorale. Si può fare anche subito, è tornato a ripetere ieri Luciano Violante, che è dai primi giorni di settembre che continua a sollecitare leader e partiti perché tornino attorno a un tavolo. Senza le ambizioni riformatrici della Bicamerale, con un obiettivo apparentemente assai più "modesto", ma politicamente assai più significativo. Tutti i vertici istituzionali, da Scalfaro a Mancino, hanno insistito sulla necessità di «rifare le regole», ma è stato soprattutto il presidente della Camera a sottolineare lopportunità di cambiare qualcosa. Possibilmente prima delle prossime tappe politiche, come il semestre bianco, il voto europeo, la consultazione referendaria. Ed è proprio questultimo appuntamento, il referendum antiproporzionale Di Pietro-Segni, che ha contribuito a propiziare la possibilità di ricominciare daccapo. Quali che possano essere le decisioni della Corte costituzionale, non ha senso stare con le mani in mano ad aspettare. Continuando a scontrarsi fra doppio turno di collegio e doppio turno di coalizione. A questa conclusione è arrivato per primo Silvio Berlusconi, proprio lui che ha provveduto a "chiudere" la Bicamerale. Ma è nota lavversione che il presidente di Forza Italia nutre nei confronti duna consultazione sulla quale Antonio Di Pietro è riuscito a imprimere il suo "marchio" dorigine. E serve ormai a poco mettersi a discettare se si tratti di appropriazione indebita, di usurpazione di titolo, di millantato credito. Se la Consulta dà il via, se il referendum passa alla grande, diventerà veramente difficile arginare le ambizioni dellex Pm. Lo ha intuito Berlusconi ma lo sa ancor meglio, per esperienza diretta, Massimo DAlema. E se ne rendono perfettamente conto i popolari e tutte quelle forze di centro che non si nascondono certo il pericolo della concorrenza. In definitiva si tratta di fare di necessità virtù e passare ai fatti. Ma basterà questa constatazione a rimuovere la logica dello scontro sulla quale si muovono convenienze politiche di non poco peso? Non a caso a pronunciare un «no» tondo alla ripresa del dialogo è stato Walter Veltroni, avvertendo che di riforme si potrà ricominciare a parlare «dopo le elezioni europee». Insomma: a cose fatte. Altrettanto non a caso, a dire subito «sì», afferrando al volo la proposta del dialogo, è stato Franco Marini. Il segretario dei popolari è il più esposto ai rischi del maggioritario, è sempre un po a disagio in uno schieramento di Centro-sinistra ed è il più interessato a provarle tutte per tenere il più lontano possibile Rifondazione comunista e il più vicino possibile le forze di Centro, a cominciare dallUdr di Francesco Cossiga. Siamo pronti a ripartire, ha confermato ieri il leader del Ppi, annunciando per i prossimi giorni lavvio del confronto. E una sua proposta. Più cauti i diessini, perché, di fronte ad Antonio Bassolino che insiste sulla riforma del voto, Antonio Soda sembra preoccuparsi per prima cosa di mettere le mani avanti. La proposta dei Ds è nota; ora tocca al Polo far sapere le sue intenzioni, ha avvertito il costituzionalista delle Botteghe Oscure. La sua non è certo una dichiarazione incoraggiante, soprattutto perché Soda ha già provveduto a ricordare che il suo partito vuole il doppio turno di collegio. Che è esattamente la soluzione più avversata dallo schieramento del Polo. E non solo. Perché anche i popolari preferiscono il doppio turno di coalizione, il sistema in base al quale i due schieramenti meglio piazzati al primo turno si ripresentano agli elettori per una seconda scelta. Destinata ad attribuire il premio di maggioranza che consenta la governabilità. È, per grosse linee, il patto di casa Letta. Ma non sembra probabile che si possa ripartire di lì. Troppe cose sono cambiate. Ma se fallissimo, sarebbe la quarta volta, ammonisce Giuliano Urbani, che ieri ha ribadito la volontà di Forza Italia di riprendere il dialogo per arrivare «a questa indispensabile riforma». E un «sì» alla riforma delle legge elettorale è venuto anche da Fini, ma a precise condizioni: nessun rafforzamento della quota proporzionale e niente «doppio turno di collegio». |