Il leader
referendario incontra 150 deputati del Centro-destra ROMA In attesa del verdetto della Corte costituzionale sullammissibilità del referendum per labolizione della quota proporzionale, tra le forze politiche cresce la convinzione, e il timore, che la prospettiva politica legata al maggioritario pieno sia quella della nascita di un partito unico del Centro-destra contrapposto a un partito unico della sinistra. Il bipartitismo è, del resto, lobiettivo ultimo di gran parte dei promotori del referendum, Mario Segni in testa. Il leader referendario, impegnato nel difficile compito di tenere unito e, al tempo stesso, allargare il fronte referendario senza intaccarne la forte connotazione trasversale, ha incontrato ieri i 150 parlamentari del Polo che hanno sottoscritto il referendum per discutere lipotesi di riaggregare il Centro-destra intorno alliniziativa antiproporzionale e dare vita al partito liberaldemocratico. Segni ammette che si tratta «di un discorso lungo, difficile e complesso da affrontare», ma insiste sul fatto che questa è ormai la prospettiva politica. La spinta referendaria apre poi una questione di tipo istituzionale: quella delle primarie. «In un sistema elettorale che vuole far crescere il ruolo dei cittadini sottolinea Segni è indispensabile che la scelta dei candidati venga fatta dalla base, e non dalle segreterie dei partiti, attraverso un grande strumento tipico della democrazia americana, quali sono appunto le primarie». Agli esponenti del Polo che gli hanno più volte chiesto di prendere le distanze da Antonio Di Pietro, che ieri ha consegnato al Senato le firme, circa 360mila, raccolte per la proposta di legge diniziativa popolare per il doppio turno di collegio, Segni ha assicurato che difenderà il referendum, ma ha chiesto di mettere da parte le polemiche con lex Pm. «Gli altri componenti del comitato referendario ha spiegato hanno lavorato legittimamente per il doppio turno e per un progetto diverso dal nostro, quello dellUlivo». La proposta di legge depositata da Di Pietro per il doppio turno di collegio «tradisce il contenuto, il turno unico, del referendum», secondo lesponente azzurro del comitato referendario Peppino Calderisi. Inoltre, «si fa rientrare dalla finestra una parte della quota proporzionale che con il referendum si vorrebbe cacciare dalla porta». Il deputato forzista si riferisce al dieci per cento di seggi che la proposta assegna con metodo proporzionale. Questi sono però attribuiti a chi non intende coalizzarsi e rinuncia a partecipare al secondo turno, in modo da garantire il cosiddetto «diritto di tribuna». Il «padre» di questa proposta è Giovanni Sartori. Si tratta di un doppio turno formulato per venire incontro a partiti come il Ppi: la soglia di accesso al secondo turno è del sette per cento e al ballottaggio accedono comunque i quattro candidati più votati. Ancora ieri i popolari hanno ribadito che «si opporranno con forza al tentativo di schiacciare i partiti tra lincudine del referendum Segni e il martello del doppio turno di collegio». Ma di fronte allipotesi del maggioritario a turno unico che deriverebbe da un esito positivo del referendum Segni, scelta «obbligata» per Piazza del Gesù sarebbe il doppio turno di collegio, con il quale, almeno al primo turno, si preserva lidentità dei partiti. Limpressione è che i partiti minori della coalizione di Centro-sinistra si batteranno contro ogni ipotesi di maggioritario almeno fino alla decisione della Consulta sullammissibilità del quesito antiproporzionale. Senza mancare di fare pressioni sulla Corte. Qualora il referendum fosse ammesso, solo il Parlamento potrebbe a quel punto bloccarlo, varando una legge elettorale che ne rispetti lobiettivo: labolizione della quota proporzionale, indipindentemente dal numero dei turni. È la tesi sostenuta dagli ulivisti della Quercia. Ieri, durante una conferenza stampa a Botteghe Oscure, hanno nuovamente chiesto che il partito non si schieri contro il referendum antiproporzionale. Che «non è contro il sistema dei partiti né, tantomeno, contro Massimo DAlema». |
Col referendum
si salva la politica autentica Il grande successo della raccolta delle firme per il referendum, che intende abrogare la quota proporzionale, assume un significato che va molto al di là del quesito sottoposto al sostegno dei cittadini. Ci troviamo, infatti, dinnanzi al sintomo di una insofferenza e di una incertezza su cui gli stessi sostenitori della quota proporzionale farebbero bene a meditare. Linsofferenza nasce dalla sensazione sempre più diffusa che i partiti, come organismi alti e progettuali, siano stati distrutti non già dai promotori del referendum ma da quanti li hanno ridotti a dei veri e propri comitati elettorali, sempre più lontani dalla vita quotidiana dei cittadini. Nel nostro peregrinare davanti ai mercati e dentro i luoghi di lavoro, abbiamo scoperto che non è vero che la "gente" non si interessa alle regole. Sono andato nelle fabbriche, nelle cave di marmo, negli uffici: ho partecipato ad assemblee di lavoratori, alla fine delle quali dall80 al 90% firmavano il referendum. Per questo ritengo che la Sinistra, al di là delle proprie idiosincrasie ataviche verso il maggioritario, dovrebbe cercare di interpretare bene il risultato della nostra campagna referendaria, dovrebbe saper leggere nel malessere che si è espresso, oltre che nella evidente volontà di cambiamento. Per questo sarebbe insensato rispondere al moto riformatore che si è messo in cammino, e che a mio avviso è inarrestabile, cercando di criminalizzarlo come se si trattasse di una spallata inconsulta contro la Politica con la p maiuscola, contro la governabilità e contro i partiti. Sta in risposte simili il problema con il quale i cittadini vogliono finalmente fare i conti una volta per tutte. Il problema consiste nel credere che la vera Politica risieda nei partiti, nelle loro segreterie e nel riflesso di queste nelle assemblee parlamentari. Chi la pensa così è molto al di sotto, come modernità di vedute, rispetto alla vecchia Costituzione italiana, la quale non a caso con listituto referendario prevedeva, sia pure in modo ancora rudimentale, qualcosa che si avvicina alla democrazia dei cittadini. Per fortuna. Perché in Italia non si sarebbe fatta nessuna autentica innovazione, dalla Repubblica al divorzio, fino ai referendum per il maggioritario, senza lintervento diretto dei cittadini che, in molti casi, è andato oltre le remore e le incertezze dei partiti. Per questo anche oggi non si può parlare di una sconfitta della politica. La politica in quanto tale esce sempre rafforzata quando i cittadini scendono in campo. Sono i partiti che devono sapere interpretare la volontà di cambiamento che sale dal Paese. La "gente" ha capito che solo attraverso i referendum si mettono in moto le grandi riforme. Adesso il Parlamento può ancora benissimo fare la propria parte, ad esempio approvando, se si ha per davvero a cuore la persistenza dei partiti, una legge elettorale a due turni che rispetti lindicazione maggioritaria e di collegio. Ancora una volta, e lo si capirà ben presto, sono stati i referendari che si sono assunti il compito di "salvare" la Politica italiana. Lopinione pubblica è stanca; teme il ritorno alle defatiganti verifiche della Prima Repubblica; è frastornata dalla mancanza di progettualità, di chiarezza programmatica. Salvare la vita politica italiana significa, in questa situazione, ridurre le distanze tra i partiti e i cittadini. E devo dire francamente che non capisco perché mai una parte della Sinistra italiana preferisca a questo nobile obiettivo la mera difesa delle "rendite di posizione" parlamentari o una visione dei partiti tutta racchiusa nella sacralità degli apparati e delle loro segreterie. Ma al di là della sinistra è in campo un interesse superiore: linteresse del Paese. Il Paese ha bisogno di tre cose chiare: stabilità, da conseguirsi attraverso governi di programma decisi davanti ai cittadini; bipolarismo, attraverso lalternanza di due poli politicamente e programmaticamente riconoscibili; democrazia dei cittadini, attraverso un superamento definitivo non già dei partiti ma della partitocrazia. Ogni società organizzata avrà sempre bisogno dei partiti, cioè di libere associazioni tra quanti la pensano nello stesso modo. Ma una vera democrazia dei cittadini è lunica che garantisce che i partiti non si trasformino in consorterie, che si organizzano con lunico scopo di occupare lo Stato. Pensare che i partiti devono fare un passo indietro rispetto alla gestione diretta della cosa pubblica sarebbe meno di sinistra? Personalmente non lo credo. Ma anche se così fosse sarebbe comunque più giusto per il Paese. Non solo. Sarebbe di vitale importanza per il nostro sviluppo economico e per la nostra permanenza in Europa. Con la raccolta delle firme abbiamo fatto un primo passo molto importante. Ora occorre andare avanti con coerenza. La politica italiana è ancora una volta entrata in crisi: in tutti e due i poli contrapposti. La chiave di questa crisi sta nella persistenza dei cartelli elettorali tra partiti, con il conseguente corteo di verifiche e di desistenze. Non se ne esce con dei ritocchi interni ai due schieramenti. È tutta la politica nazionale che deve cambiare registro. Il referendum è un aiuto formidabile per scardinare vecchie pigrizie mentali e muovere decisamente nella direzione del cambiamento. Per ridare allEsecutivo quella stabilità e fermezza programmatica di cui ha bisogno. Per rifare i partiti dentro una democrazia dei cittadini. |