Il Sole 24 Ore Online

Martedì, 28 luglio 1998


Fi divisa sui referendum,
Berlusconi s’affida ai «saggi»

di Luca Ostellino

ROMA — Gli appelli rivolti da Mario Segni a Prodi e Veltroni da una parte, e ai leader del Polo dall’altra affinché sostengano attivamente il referendum antiproporzionale, hanno già sortito i primi effetti: dopo la pausa estiva il presidente di Alleanza nazionale Gianfranco Fini chiederà al suo partito e agli alleati del Polo di schierarsi «senza alcuna esitazione» a favore del quesito referendario. Nella «crociata» per il maggioritario contro gli «infedeli» (le forze della restaurazione proporzionale), Segni ha così guadagnato un prezioso alleato. Per potere contare sulle forze dell’intero Polo, alla vigilia di quella che ha spesso definito la «battaglia di Lepanto», il leader referendario attende ora Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia, il cui partito è profondamente diviso tra accaniti sostenitori del referendum e altrettanto accaniti detrattori (56 su 111 deputati azzurri hanno firmato e appoggiato attivamente il quesito), intende però valutare con precisione quali sarebbero i risultati del referendum prima di prendere qualsiasi decisione. E a questo scopo ha chiesto a un pool di studiosi di analizzare il quesito e misurarne gli effetti.

Dentro Forza Italia sono in molti a chiedere a Berlusconi di seguire Fini. «La decisione del leader di An di schierarsi a favore del referendum Segni contro il proporzionale — ha detto Marco Taradash — è di grandissima importanza e corrisponde in pieno all’appello degli oltre 150 parlamentari del Polo che hanno partecipato alla raccolta delle firme». Il maggioritario, l’uninominale e il turno secco, ha aggiunto Taradash, «sono patrimonio culturale e politico del Polo per cui è legittimo attendersi che, dopo Fini, anche Berlusconi si unirà alla campagna referendaria in vista del voto della prossima primavera». Tra i forzisti, però, ci sono anche «molte, molte perplessità», come sottolinea il presidente dei senatori Enrico La Loggia. «Comunque — spiega La Loggia — ne discuteremo, vedremo di trovare una soluzione il più possibile unitaria per mantenere la più assoluta compattezza del Polo. L’argomento è di estrema delicatezza». Polemico con La Loggia, l’eurodeputato di Forza Italia Ernesto Caccavale: «L’abolizione della proporzionale fa parte del Dna del Polo per le Libertà, che nasce con il maggioritario e che sottoscrisse, nel 1996, un accordo elettorale con i Club Pannella, perché come primo atto della legislatura si chiedesse proprio l’abolizione del 25% di proporzionale della legge Mattarella. Quella proposta di legge — sottolinea Caccavale — porta proprio il nome del senatore La Loggia che oggi, inopinatamente, manifesta ingiustificate perplessità all’iniziativa di Fini. Un Polo schierato a favore del referendum, largamente condiviso dalla pubblica opinione, sarebbe inoltre in grado di annullare il ruolo populista di Antonio Di Pietro».

Chi ha duramente bocciato il quesito antiproporzionale fin dalla sua presentazione, bollando i promotori come un «manipolo di inconsapevoli, disperati e demagoghi», è il politologo di Forza Italia Giuliano Urbani: «Il referendum Segni-Di Pietro è una jattura politica di cui Berlusconi è perfettamente consapevole». «Con Berlusconi — racconta — ne abbiamo parlato moltissime volte. Il presidente aborrisce i demagoghi e non credo che il sole estivo gli farà cambiare idea». Urbani comprende la logica di Fini di non lasciare a Di Pietro una bandiera popolare come quella contro l’eccessiva frammentazione dei partiti, ma la giudica «una battaglia ignobilmente populista». Per il politologo il referendum non rafforza il bipolarismo, ma anzi lo distrugge. «Ogni coalizione — spiega — per vincere cercherà di mettere al proprio interno quante più forze è possibile. Per fare un esempio, il Polo stavolta metterebbe dentro Rauti e l’Ulivo la Malavenda... insomma, sarebbero coalizioni ancor più eterogenee e nelle quali i dissenzienti tenderebbero a fare gruppi autonomi per esercitare al massimo il loro potere di ricatto sulla coalizione. Così, proprio a causa dell’eterogeneità delle coalizioni, è completamente falso che il referendum favorirà la stabilità». Del parere opposto sono i Giovani imprenditori di Confindustria, che hanno profuso un profondo impegno, partecipando anche ai banchetti per la raccolta delle firme, convinti che la modernizzazione del Paese passa attraverso una riforma effettivamente maggioritaria del sistema elettorale.

 

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