LA MICCIA DEI DUE REFERENDUM I referendum per l'abolizione o per la correzione della quota proporzionale nell'attuale sistema elettorale hanno acceso una miccia a fuoco lento. Ma la questione non tarderà ad esplodere. Le tensioni e le confusioni sono già grandi e trasversali nei due schieramenti politici. Ieri Fini e D'Alema si sono espressi rispettivamente a favore del referendum Segni-Abete-Di Pietro e a favore di quello di Passigli (per usare la nomenclatura corrente). Ma i toni sono ancora cauti. Non è detto infatti che il loro punto di vista sia condiviso dai loro partiti e dall'insieme dello schieramento bipolare, Polo e Ulivo, cui appartengono. L'idea di far passare un referendum come di "destra" e l'altro come di "sinistra" sarebbe il massimo della confusione. Peggio ancora se si dovesse parlare di referendum del Polo contro quello dell'Ulivo. La tensione maggiore per ora è tra i democratici di sinistra, colti di sorpresa dall'avere in casa i sostenitori dei due referendum che tecnicamente non sono incompatibili tra loro, ma che nella sostanza nascondono un profondo contrasto di strategia politica. Inutile dire che sotto al contrasto di strategia c'è anche una competizione tra dirigenti frustrati o insoddisfatti. A ciò si aggiunga la ricomparsa a livello nazionale dell'ingombrante Di Pietro, che i democratici di sinistra mesi fa, con un misto di imprudenza e di supponenza, pensavano d'aver neutralizzato una volta per tutte. Eppure la questione di partenza è semplice: fallita la Bicamerale, una delle riforme cruciali che essa avrebbe dovuto affrontare, quella del sistema elettorale, viene ora affidata allo strumento referendario. E' una procedura formalmente ineccepibile. Da tempo è in pieno svolgimento la raccolta delle firme per il referendum Segni-Abete-Di Pietro (tre dei principali ma non esclusivi promotori), che vuole la soppressione pura e semplice della quota proporzionale riservata ai partiti. E' una soluzione drastica e comprensibile per tutti quelli che vogliono un bipolarismo netto e pulito. Naturalmente, vista con maggiore attenzione, la questione non è così lineare perché si incrocia con quella dei turni elettorali. Ma agli occhi di quel che rimane dell'elettorato italiano ancora interessato alla vita politica (il 50 per cento?), il quesito di sostanza è se dare o no spazio autonomo ai singoli partiti, fuori dal Polo o dall'Ulivo. Se credere alla bontà e alla consistenza delle differenti identità partitiche e al loro contributo specifico, o viceversa se considerarle soltanto un freno, un ostacolo ad una coerente politica dei due raggruppamenti principali. Insomma, se premiare o punire i partiti piccoli tradizionali o emergenti in qualsiasi schieramento si trovino. E' inutile negare che lo spirito del referendum appena ricordato è quello di punire i partitini. Ma non è detto che chi lo andrà a votare non voglia il risultato opposto, cioè il mantenimento della quota proporzionale dei partiti. Questa non è un'osservazione stravagante se si esamina la qualità dei voti registrati nelle elezioni parziali delle scorse settimane. L'altro referendum di cui si parla (Passigli) è contro lo "scorporo" (per usare il gergo corrente) e appare sostanzialmente un morbido correttivo del sistema attuale. Secondo i suoi sostenitori, senza entrare qui nei dettagli, esso accentuerebbe il carattere maggioritario del sistema senza togliere una giusta rappresentanza proporzionale ai partiti. E' il salvagente per mantenere sostanzialmente l'attuale equilibrio interno tra le forze dell'Ulivo. Si capisce perché D'Alema lo sostenga d'intesa con Marini e con gli altri. Ma non dovrebbe dispiacere neppure ad alcune componenti centriste del Polo. Viceversa si dice che negli ambienti ulivisti di più stretta osservanza prodiana la simpatia vada al referendum Segni-Di Pietro. Eccoci dunque nel classico pasticcio all'italiana. Per il momento è difficile fare previsioni, ma non ci si deve illudere che il referendum più radicale (nel senso del maggioritario secco) abbia dalla sua parte soltanto virtuose considerazioni sull'efficienza della politica democratica. Ci sarà molto risentimento contro la mediocre prova data dai partiti minori in questi anni. Gli esponenti di questi partiti, prima di parlare di attentato alla pluralità delle posizioni politiche, facciano una seria autocritica. |