La Stampa

Venerdì, 12 giugno 1998


D'Alema e Fini: un altro no a Di Pietro
Il senatore: potevo raccogliere 500 mila firme da solo.
I leader confermano: non aderiamo

di Ugo Magri

ROMA - Antonio Di Pietro considera il referendum anti-proporzionale come una sua creatura, e si ribella all'idea che altri possano sfilargliene il brevetto. Ieri l'ex pm si è sfogato in un'intervista al Corriere della Sera contro "certi opinionisti", i quali "sostengono che il referendum sia cosa buona e giusta, ma bisogna toglierlo a Di Pietro". Questa tesi, argomentata da Luigi La Spina sulle colonne de La Stampa, muoveva tra l'altro dalla constatazione che il senatore dell'Ulivo, in fondo, è solo uno degli 89 promotori di una campagna sostenuta anche da settori della società civile, della cultura, dell'impresa. Eppure, è stata bollata dall'interessato come un "insulto illegittimo". Accusa Di Pietro con toni da requisitoria: "Perché, se il referendum è una buona cosa, diventa marcio se ci sono io? Che ho fatto di male? Mani Pulite, forse?".

In verità l'ex magistrato, lanciatosi nella campagna referendaria fino al punto da subirne lo stress psico-fisico, intravede ormai la possibilità di tagliare da solo, senza sostegno di Fini, D'Alema o chicchessia, il traguardo delle 500 mila firme. "Ancora dieci giorni", annuncia, "e sono cosa fatta". A quel punto, il referendum anti-proporzionale potrebbe diventare il "referendum Di Pietro", trampolino di lancio per ulteriori campagne e ambizioni. Logico che egli veda come fumo negli occhi la possibilità che altri esponenti politici gli vengano in soccorso. Anzi, con una perentoria rivendicazione di paternità, Di Pietro dà l'impressione di tenere alla larga quanti potrebbero dargli una mano. "Bisogna che cada qualche ipocrisia", ha detto al Corriere, "il mio movimento, l'Italia dei valori, da solo poteva raccogliere le 500 mila firme". Aver collaborato con Segni, Occhetto, molti industriali, diventa quasi un atto di magnanimità. E per far cadere i residui dubbi sulle sue reali intenzioni, Di Pietro assesta un calcio a D'Alema e Fini definendoli "cincischiatori": che non è propriamente un modo per invogliarli a collaborare.

Il "calcio" ha ottenuto gli effetti desiderati, se è vero che Massimo D'Alema ieri ha escluso di voler appoggiare il referendum antiproporzionale. La Quercia intende spendersi, semmai, per quello di Passigli, che punta a eliminare il meccanismo dello scorporo dall'attuale legge elettorale. Tra Di Pietro e Bertinotti, ostile al sistema elettorale maggioritario, D'Alema in questa fase preferisce tranquillizzare il secondo.

Gianfranco Fini, per parte sua, si mostra infastidito dai "toni ultimativi e arroganti" dell'ex simbolo di Mani Pulite. E poi, secondo il presidente di An, "Di Pietro non può dire che il referendum toglie di mezzo la proporzionale, perché purtroppo non è così: modifica soltanto il modo con cui per la Camera è attribuito il 25 per cento di recupero proporzionale". Insomma, se con Fini e D'Alema c'era un solco, dopo l'intervista al Corriere è diventato un fossato.

Logico che l'uscita dipietrista non sia sta apprezzata dai compagni di cordata. Irritatissimo, Mario Segni (padre non meno legittimo del referendum) si è chiuso in un eloquente silenzio. Hanno urlato di rabbia, invece, quegli esponenti del Polo come Urso, Savarese, Basini, Calderisi, che pur di partecipare alla campagna referendaria avevano sfidato il no del Cavaliere. A titolo di ringraziamento, sono stati messi alla porta e trattati come "quelli che si fanno vedere ogni tanto per farsi fotografare". Su di loro hanno infierito poi i supporter di Di Pietro: "Invece di sprecare tempo, vadano in strada a raccogliere le firme", li ha esortati ad esempio Rino Piscitello.

E pur tra queste polemiche, la raccolta procede. Per il fine settimana si annunciano tre giorni di mobilitazione straordinaria con 1000 tavoli per 100 mila firme (finora ne sono state raccolte 250 mila). I centralini del comitato promotore sono andati in tilt dalle chiamate. Ieri sera lo stato maggiore referendario (ma non Di Pietro) ha messo un banchetto al Pantheon. L'ex presidente della Confindustria, Luigi Abete, ha raccolto adesioni perfino durante la partita Italia-Cile. E stamane Occhetto andrà al mercato romano di Centocelle per convincere massaie e commercianti. La rincorsa continua.


NESSUNO HA IL DIRITTO AL MONOPOLIO
di Luigi La Spina

LA combattuta vita e la straordinaria carriera del senatore Di Pietro possono certamente far comprendere sia il suo legittimo orgoglio sia la sua esasperata sensibilità, una sensibilità che in alcuni casi sfiora la mania di persecuzione. Solo così si può capire come si possano definire, in un'intervista sul Corriere della Sera di ieri, "insulti illegittimi" mie banali ed evidenti osservazioni, pubblicate martedì sulla Stampa, a proposito del referendum per l'abolizione della quota proporzionale nel voto per il Parlamento.

Non per amor di polemica, che in questo caso non esiste, ma per doveroso rispetto nei suoi confronti, soprattutto nei confronti dei lettori, forse val la pena di riassumere le cose dette, escludere le cose non dette e replicare alle intenzioni attribuite.

Martedì avevo semplicemente fatto una constatazione: il referendum promosso da Segni e sponsorizzato, con il solito tenace impegno, da Di Pietro, non trovava quel completo appoggio da parte dell'opinione pubblica che invece meriterebbe, forse perché il "Di Pietro politico" suscita, in parte di questa opinione pubblica, timori e diffidenze. Constatazione, credo, abbastanza ovvia: capita per tutti i politici, e quindi ora anche per Di Pietro, che i consensi si dividano. Capita (per fortuna), anche per i più popolari. Sarebbe opportuno, perciò, che altri leader politici si aggiungessero ai sostenitori del referendum, senza per questo, come è sempre avvenuto, prefigurare alleanze politiche o contiguità ideologiche tra tutti i fautori della proposta.

Di Pietro giudica, appunto, "insulti illegittimi" queste osservazioni. Ipotizza opinioni negative su Mani pulite. Sospetta invidie sulla sua popolarità. Arriva, addirittura, a promettere, davanti a un notaio, di ritirare la sua candidatura nel caso di una elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Dotato della sola eredità di una buona educazione, non conosco "insulti legittimi". Ecco perché del solo sostantivo non faccio mai uso. Del tutto legittimo, credo, è, invece, non solo formulare osservazioni, come in questo caso, ma anche giudizi e, persino, pregiudizi. Tutt'al più, possono essere sbagliati. E l'unico verdetto che conta è quello dei lettori.

Per maggior chiarezza è bene ripetere, questa volta sì, qualche opinione, poiché l'indubitabile perspicacia investigativa di Di Pietro, in tal caso, ha fatto cilecca: nessuna delle sue ipotesi sui motivi dell'articolo corrisponde alle intenzioni. L'ex pm e i suoi colleghi della procura di Milano hanno combattuto e combattono, come è stato scritto sulla Stampa tante volte in questi anni, una coraggiosa ed encomiabile lotta alla corruzione pubblica, in particolar modo quella politica. Né turba o sorprende, perciò, la popolarità di Di Pietro: la legittimità della sua carriera politica è stata sanzionata da una democratica elezione. Non c'è bisogno di assicurazioni, poiché nessun notaio potrebbe annullare una legittima candidatura.

Altre sono le questioni di "legittimità", anzi è una sola: Di Pietro, come ogni politico, si deve rassegnare ad essere giudicato per quello che fa, senza assoluzioni o indulgenze per meriti pregressi. D'altra parte, per chi dalla giovinezza, ahimè lontana, è liberale e per un giornale che lo è da 130 anni, è fin troppo facile ricordare il dovere di combattere tutti i monopoli, da quelli politici a quelli economici. Ma anche da quello della virtù a quello del referendum.


"Massimo faccia come Cavour: firmi, e vincerà con noi"
Intervista ad Achille Occhetto
di Maria Teresa Meli

ROMA - Onorevole Occhetto, di chi è questo referendum, di cui lei è uno dei principali promotori? Di Pietro, in un'intervista al Corriere della Sera, dice: è mio...
"Di Pietro, indubbiamente, ha un tasso notevole di protagonismo: il referendum non è suo. Comunque, se lui porta le firme, io come referendario non mi posso lamentare. Ma è vero che certa stampa, le tv e i proporzionalisti tendono a presentare apposta questo referendum come quello di Di Pietro e questo è inaccettabile".

La presenza di Di Pietro può allontanare alcuni leader politici? Magari, è per questo che il suo partito non si mobilita.
"So che c'è chi fa questa obiezione. Un'obiezione molto curiosa: non ho proposto io di candidare nell'Ulivo l'ex pm. Comunque se non si vuole che questo referendum venga interpretato solo da Di Pietro un modo c'è".

Quale?
"D'Alema dovrebbe fare come Cavour".

Ossia?
"Cavour mandò in Crimea dei soldati italiani e in questo modo poté sedersi al tavolo delle trattative con le potenze vincitrici".

Lei sta suggerendo a D'Alema di fare altrettanto con il referendum?
"Sì. E' talmente evidente che non saltare immediatamente su questo carro referendario (e dico immediatamente perché dopo la raccolta delle firme non avrà nessun significato politico e sarà troppo tardi) sarebbe la testimonianza di una chiusura burocratica di fronte alla creatività della politica. Non vorrei che si insistesse con una vecchia concezione, con una protervia che è poi la stessa che ha spinto a mettere in contraddizione il nostro partito e l'Ulivo: un'operazione di cui ora, dopo le elezioni, paghiamo le conseguenze".

Insomma, il Pds dovrebbe aderire subito.
"Certo, in questo modo nessuno potrebbe più dire che il referendum è di Di Pietro, perché anzi questa iniziativa è coerente con la linea del Pds sulle istituzioni".

Lei parla così, ma nel suo partito c'è diffidenza verso il referendum.
"Io potevo capire prima, quando la Bicamerale era in corso, e il gruppo dirigente del partito diceva che non si poteva aderire perché sarebbe sembrato un atto polemico nei confronti di quella grande iniziativa che in un mese avrebbe risolto i problemi istituzionali che nessuno era mai riuscito a risolvere. Ci facevano sentire dei pigmei quando ci facevano questi rimproveri . Ma ora che la Bicamerale ha fallito, questa obiezione è caduta tra gli iscritti e i militanti di base. E infatti si registra un salto di presenza di pidiessini ai tavoli delle firme. Quindi io rivolgo un appello al partito".

Quale appello?
"Mi rivolgo a chi nel Pds, in buona fede, ritiene che occorra difendersi dal rigurgito proporzionalista e dall'offensiva neocentrista: il referendum è l'unico strumento a nostra disposizione. Tra l'altro la nostra iniziativa può essere un'ancora di salvezza anche per quella parte del gruppo dirigente del Pds che credeva nella Bicamerale".

D'Alema dice che è un referendun imperfetto.
"Tutti i referendum sono imperfetti perché non sono propositivi. Però se D'Alema si sbriga a sostenere la nostra iniziativa, e il referendum passa, lui ha la possibilità di interpretare il maggioritario secondo il doppio turno di collegio (che è la proposta del Pds). Se non mette i piedi nel piatto subito, allora chissà. Ma io mantengo la porta aperta alla speranza. Comunque una cosa è certa: il Pds avrà quantomeno una linea di non ostilità, perché la pressione popolare è troppo forte".

Onorevole Occhetto, non pensa che i "Ds" non aderiscano anche perché questo refrendum potrebbe segnare la fine dei partiti così come li abbiamo conosciuti e dare invece vita e consistenza ai nuovi sogetti politici, come l'Ulivo?
"E' una paura che capisco in Rifondazione. E' coerente con la linea del Prc che difende la propria rendita di posizione senza farne mistero. La considererei una contraddizione qualora venisse da qualche pidiessino, visto che il referendum è in continuità con la svolta. Non c'è niente da fare, bisogna prendere atto della crisi dei partiti. Io lo dico da convinto ulivista, ma anche chi non lo è, a Botteghe oscure, dovrebbe avere un minimo d'intelligenza e fare buon viso a cattivo gioco: i partiti sono in una crisi profonda, che coinvolge anche il Pds".

 

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