liberal |
Numero 17, 25 giugno 1998 |
La sfida delle
firme entra nella fase calda. Per la terza volta un movimento popolare è chiamato a supplire la incapacità di autoriformarsi del sistema politico. Accadde già nel 1989 quando il Parlamento, che stava per affrontare l'elezione diretta dei sindaco, fu bloccato dal veto di Craxi e Andreotti. Il movimento referendario nacque da quell'episodio, dalla presa di coscienza che il Caf bloccava la via parlamentare alle riforme. La seconda volta fu nel 1991, quando fu istituita la Bicamerale di De Mita con il compito di ingabbiare la spinta riformatrice del movimento referendario, uscito vittorioso. dalla prova del 9 giugno. La terza volta è di questi giorni, con la Bicamerale di D'Alema, nata per paralizzare le spinte verso la Costituente e per guidare le modifiche costituzionali su un binario compatibile con l'interesse dei grandi partiti. Con il crollo della Bicamerale il referendum antiproporzionale acquista un significato del tutto nuovo. Il referendum che Adornato, Barbera, Calderisi, Petruccioli, Scoppola e io progettammo a casa mia in un pomeriggio di febbraio, era un'operazione politica, diversa. Non era alternativo, ma correttivo della Bicamerale. Era uno dei tanti scenari della battaglia istituzionale. Con il crollo della Bicamerale cambia tutto. Non è più in gioco la qualità ma l'essenza stessa delle riforme. La scelta è tra proporzionale e maggioritario, tra bipolarismo e consociativismo. La battaglia è a tutto campo. La vittoria del referendum significa la spallata decisiva verso il bipolarismo, e in prospettiva verso il bipartitismo. La sua sconfitta, il mancato raggiungimento delle 500 mila firme, avrebbe effetti irrefrenabili di restaurazione, legittimerebbe il pieno ritorno, alla proporzionale. Il referendum diventa quindi il campo di una battaglia molto più ampia della quota proporzionale del 25%. Come nel 1993 diventa una scelta di sistema.. E questo pone tutti di fronte a nuove responsabilità. Lo dico intanto a quelli che considero amici in questa battaglia: innanzitutto a Prodi e Veltroni che si sono sempre professati maggioritari. Non ci sono più giustificazioni, né motivi per il silenzio. Salvare il governo era doveroso finché era in ballo l'Europa. Che significato ha oggi stare fuori dalla mischia mentre il governo viene logorato dalla paralisi politica e istituzionale? E mentre è in gioco un referendum che è l'unica reale possibilità di far decollare il disegno dell'Ulivo? Ma mi rivolgo anche ai leader del Polo, se continueranno a essere assenti dalle più importanti battaglie liberaldemocratiche di questi anni. E lo dico con altrettanta franchezza a chi non è d'accordo. E mi rivolgo al più importante di questi, a Massimo D'Alema. Dalle colonne dell'Unità gli ho rivolto un appello pubblico perché si mettesse al di sopra delle parti e appoggiando il nostro referendum, contribuisse a salva re il bipolarismo. La sua risposta è che preferisce l'iniziativa Passigli. No, caro D'Alema, a questo punto è bene parlare chiaro. Il referendum Passigli non è una strada diversa che va nella stessa direzione. È una meschina imboscata. Tutti sanno che il vero obiettivo è uno solo: offrire alla Corte costituzionale l'alibi per bocciare un referendum serio come il nostro e lasciarne passare uno irrilevante come quello. Tutti sanno che quest'ultimo non è il referendum di uno schieramento riformistico, ma il compromesso della parte più conservatrice dell'Ulivo. Avete tutto il diritto di essere contrari al nostro referendum e alle spinte antipartitocratiche che esso esprime, purché lo facciate alla luce del sole. Non avete il diritto di intorbidare le acque. Alcuni dicono che il nostro problema è Antonio Di Pietro. Non è vero. Ho insistito molto perché facesse con noi questa battaglia. La forza dell'iniziativa è la combinazione dei referendari storici con le novità di Di Pietro, di un gruppo di coraggiosi imprenditori, degli uomini di cultura e della rivista liberal. È davvero insostituibile l'energia che Di Pietro sta mettendo nella raccolta delle firme. Del resto, questo referendum non sarà mai di uno solo, si chiami Mario Segni, Antonio Di Pietro, Achille Occhetto o altri. Se lo diventasse sarebbe destinato alla sconfitta. Una battaglia come quella che stiamo facendo si può vincere solo se sorretta da un arco vastissimo di uomini di forze diverse. E per fortuna dietro questo referendum c'è ben altro che una pattuglia di politici e alcuni movimenti. C'è quella parte d'Italia che non si rassegna alla mediocrità e vuole dare al Paese uno Stato serio e forte. |
Polemiche. Quelli
che dicono: lo firmerei se non ci fosse l'ex pm
Il
personaggio è ingombrante. Eppure solo se il fronte
referendario è Era inevitabile che la presenza di Di Pietro fra gli organizzatori del referendum per l'abolizione della quota proporzionale creasse in molti ambienti, pur favorevoli al contenuto dell'iniziativa, imbarazzi e perplessità. A causa della popolarità dell'uomo, della circostanza che Di Pietro dispone di un suo movimento politico che proprio sul referendum sta muovendo i primi passi, della tendenza dei mass media, infine, a semplificare al di là del lecito le notizie: con il rischio di veder battezzato "referendum Di Pietro" un referendum promosso invece da una assai vasta aggregazione di persone, molte delle quali lontanissime dalle posizioni politiche di Di Pietro. Molti, per questa ragione, sono passati dall'entusiasmo per l'iniziativa referendaria alla freddezza e al sospetto. Che sono stati poi accresciuti dai contenuti di una recente intervista di Di Pietro al Corriere della Sera, nella quale il nostro parlava del referendum come se fosse "Cosa sua". Credo di poter dire, anche a nome degli altri amici di liberal, rivista che in quest'impresa referendaria è impegnata sin dall'inizio (per la storia: da prima che si aggiungesse Di Pietro), e anche sulla base di una personale, lunga esperienza di coinvolgimento in iniziative referendarie, che è sempre sbagliato valutare i referendum a seconda di chi c'è o non c'è fra i promotori. Per due ragioni. La prima è che i referendum devono sempre coinvolgere un arco molto diversificato e politicamente eterogeneo di forze. Questa è difatti la condizione del successo. Per essere certi che una iniziativa referendaria non finisca in un gigantesco flop occorre la famosa trasversalità: di tutto, di più. Perché proprio così i promotori di un referendum possono ragionevolmente sperare di trascinare dietro di sé un'ampia parte del Paese. I referendum "settari", promossi da forze ristrette e omogenee, hanno molta più difficoltà a imporsi. Se promuovete un referendum dovete sempre chiedervi: "siamo noi promotori sufficientemente eterogenei e diversi? Al limite, c'è tra noi anche qualcuno con il quale, causa la nostra lontananza, anche umana e morale, referendum a parte, farei persino fatica a berci un caffè insieme?". Se la risposta a tutte e due le domande è no, forse farete bene a preoccuparvi perché la vostra iniziativa referendaria non parte sotto i migliori auspici. Insomma, quando si tratta di referendum, meglio sempre creare quelle che gli avversari dell'iniziativa chiamano sprezzantemente "armate Brancaleone", perché sono proprio le armate siffatte quelle che, in questo genere di intraprese, si rivelano le più efficaci. La seconda ragione per cui non c'è da temere troppo Di Pietro è che i referendum sono una cosa, le elezioni politiche tutt'altra. II movimento politico di Di Pietro avrà successo oppure no alle prossime elezioni ma questo non dipenderà dai risultati del referendum. Semplicemente, non c'è connessione fra i due tipi di consultazione popolare. Oltre a tutto, finita come è finita la Bicamerale, messa per ora in soffitta l'elezione diretta del presidente della Repubblica, non c'è neppure la possibilità che Di Pietro possa presentarsi a breve scadenza come candidato a elezioni presidenziali. Aggiungo che, se pure ci fosse stata un'elezione presidenziale diretta, Dì Pietro non avrebbe mai potuto vincerla se non sponsorizzato dal leader dello schieramento cui appartiene. E se pure è vero che D'Alema, come tutti del resto, commette spesso errori, non credo proprio che egli sarebbe stato così pazzo da candidare Di Pietro al Quirinale. E allora lasciamo da parte le perplessità su Di Pietro e concentriamoci sul merito del referendum. Checché ne dicano i suoi avversari, con quel referendum daremo un contributo a stabilizzare il bipolarisrno e a sconfiggere definitivamente le voglie di ritorno alla proporzionale. Non di Di Pietro, ma di un'altra cosa dovremo preoccuparci una volta raccolte le firme. È chiaro che, dopo la sentenza di ammissibilità della Corte Costituzionale (sentenza che, alla luce delle precedenti, non potrà che essere positiva), ci saranno furibondi tentativi i per ottenere elezioni politiche prima del referendum: coloro che temono di essere ridimensionati dall'abolizione della quota proporzionale faranno il diavolo a quattro per ottenere le elezioni. Sarà allora cruciale battersi per impedirlo. Sarà cruciale, quando cominceranno quelle manovre, non farsi depistare. Non sarà allora Di Pietro quello da tener d'occhio, ma il capo dello Stato. |
MEDIA. Tutti
continuano a chiamarlo il referendum Di
Pietro Imprenditori,
uomini di cultura, cantautori, politici di tutti i
partiti: Il Referendum per abrogare la quota proporzionale è diventato improvvisamente un oggetto di scontro nei partiti. I quotidiani hanno cominciato a considerarlo un tema da prima pagina e l'affluenza ai tavoli di raccolta ha cominciato a far sperare che l'obiettivo delle 500 mila firme possa essere raggiunto. Tutto è successo nel giro di un paio di settimane. Gli uomini che lavorano con Mariotto Segni si sono accorti ,che qualcosa stava cambiando: fallita la Bicamerale, il telefono cellulare di Mister referendum aveva ripreso vita. I giornalisti, anzitutto invece di accartocciare i fax che il comitato promotore si affannava a inviare con petulante costanza alle redazioni, hanno cominciato a cercare Segni per intervistarlo. Poi i politici. Archiviata la possibilità di riformare le istituzioni attraverso la via parlamentare, molti si sono accorti che il referendum poteva essere l'unica ,via d'uscita possibile dallo stallo. Infine, gli imprenditori. Per settimane Luigi Abete, referendario della prima ora, aveva battuto tutti i numeri della sua agendina in cerca di un sostegno diretto da parte dei suoi vecchi amici di Confindustria. Inutilmente. I lavori della Bicamerale e la possibilità di larghe intese avevano consigliato a Giorgio Fossa la massima prudenza. Ma, tramontato l'accordo alla Camera per il no di Berlusconi, a viale dell'Astronomia hanno cambiato spartito. Il vuoto politico che si è venuto a creare e il riaffacciarsi delle vecchie tentazioni trasformistiche hanno portato i vertici della Confindustria a valutare il prezzo dell'instabilità: aumento dei tassi, contraccolpi sul mercati finanziari, perdita di competitività del sistema. Da qui la scelta di un appoggio soft al referendum. Che non coinvolga cioè la confederazione in quanto tale ma, dato il peso dei firmatari (ci sono tutti i big, o quasi, oltre ai rappresentanti dei veneti, dei lombardi, dei liguri e dei giovani), dia un segnale preciso di sostegno al movimento referendario. Uno scossone al comitato promotore e ai referendari sparsi in quasi tutti i partiti (tranne Rifondazione, Ppi, Verdi e Lega) è venuto poi da Antonio Di Pietro. Con il suo attivismo ai tavoli, e soprattutto con l'intervista al Corriere della Sera in cui metteva il suo cappello sull'intera operazione, il senatore del Mugello ha convinto anche i più titubanti che era ora di muoversi per non lasciare a lui soltanto la possibile vittoria. In molti quindi hanno accolto l'invito di Luigi La Spina sulla Stampa a "togliere a Di Pietro il monopolio pubblicitario della proposta". Un monopolio creato sui mass media, dove non è rimasta traccia delle altre decine di sostenitori della prima ora. Nel frattempo si è verificato quel piccolo incantesimo che ogni referendario si augura nei pomeriggi passati ai banchetti: il referendum è diventato "di moda". Basta scorrere l'elenco dei vip che, diligentemente, hanno tirato fuori la carta d'identità per autografare i moduli del comitato promotore. Come ai tempi di Banana republic è scesa in campo la jam session più famosa (e più schiva) d'Italia: Francesco De Gregori e Lucio Dalla. Soprattutto De Gregori, con il fascino che esercita su legioni di pidiessini, potrebbe indurre molti a disertare il "referendino" di Passigli (sponsorizzato da D'Alema e Marini) optando per quello Segni. Anche dalla televisione e dal cinema arrivano rinforzi. Finora hanno dichiarato di sostenere la battaglia contro la proporzionale la presentatrice Gabriella Carlucci, Eleonora Giorgi e Tullio Solenghi. Dal palcoscenico teatrale spunta invece Alessandro Bergonzoni. A maggio, durante gli Internazionali a Roma, si è visto poi il campione di tennis Nicola Pietrangeli impegnato nella raccolta delle firme all'ingresso dei campi. Ma resta il mondo dell'impresa quello che registra le presenze più importanti e numerose a sostegno del maggioritario uninominale. Al vertice della Confindustria troviamo Pietro Marzotto, che del comitato promotore è uno dei soci fondatori. I suoi operai quindi non si sono sorpresi quando hanno visto il vecchio Pietro, appostato di fronte ai cancelli di Valdagno, che approfittava dei cambio di turno per chiedere loro una firma. La vulcanica Emma Marcegaglia, a capo dei giovani industriali, è un altro pilastro del marketing referendario. Il suo intervento al convegno di Santa Margherita (capitato quest'anno giusto all'indomani della chiusura della Bicamerale D'Alema) si è svolto all'insegna dell'apologia referendaria, perpetuando così una tradizione dei "piccoli" di Confindustria, che già con la presidenza di Fumagalli si erano distinti nelle passate campagne di Segni & Co. Con il referendum torna a fare politica, dopo anni di silenzio, un calibro come il presidente di Cir e Cofide, Carlo De Benedetti. Anche se i suoi giornali (Espresso e Repubblica) fanno di tutto per nascondere la notizia della sua adesione al quesito antiproporzionale. Pesi massimi come Umberto Agnelli, Marco Tronchetti Provera, Vittorio Merloni e Innocenzo Cipolletta hanno già firmato o stanno per farlo, mentre il presidente della Confindustria, Giorgio Fossa, ha definito "utile" l'iniziativa. Dell'armata di Mariotto fanno parte anche nomi molto noti, se non altro per i marchi, del made in Italy. C'è Francesco Rosario Averna, quello dell'amaro ("noi giovani industriali è dal 1986 che diciamo che il sistema politico italiano è arrivato al capolinea"); c'è Filippo De Cecco, che non ha bisogno di presentazioni. Adolfo Guzzini, celebre per il design dei suoi utensili da cucina, sostiene il referendum perché dice di sentirsi "letteralmente preso in giro dall'attuale legge elettorale che determina il continuo proliferare di nuove formazioni politiche alla ricerca del finanziamento pubblico". E con il pragmatismo dell'imprenditore, aggiunge: "M sento in assoluta sintonia con l'atteggiamento al quale si ispira il referendum: certezza, continuità e trasparenza". La Confcommercio si mobilita in blocco. La giunta ha approvato all'unanimità la scelta dei presidente Sergio Billé di aderire alla campagna. Nelle prossime settimane le 103 strutture territoriali della confederazione, unicamente alle 800 subprovinciali, si attiveranno per la raccolta delle firme. All'assemblea nazionale del 2 luglio la Confcommercio aprirà il suo primo banchetto. "L'adesione dipenderà dalla volontà dei singoli associati", spiega Billé, "ma, poiché i commercianti sono 700 mila, penso che almeno una firma ogni tre iscritti sia raggiungibile. Del resto, dopo il fallimento della Bicamerale, l'unica strada per avviare le riforme è il referendum". Il partito dei sindaci (ma guai a chiamarli così, riattaccano subito il telefono) è presente al completo. Il federalismo è finito negli archivi della Camera, e i primi cittadini sperano che con il referendum si completi quella "rivoluzione" maggioritaria che partorì anche l'elezione diretta del sindaco. Li guida il veneziano Massimo Cacciari: "Sono da tempo favorevole a un sistema maggioritario inequivoco, trasparente e senza trucchi". Insieme a lui si sono già schierati anche il triestino Riccardo Illy con i sindaci di Palermo, Caserta, Rimini, Riccione, Lecce, Pescara, e i presidenti della Campania e dell'Emilia-Romagna. Poi ci sono i politici (più di 80 parlamentari hanno già firmato), con il caso Alleanza nazionale. Fini ha dichiarato che spenderà il partito sul referendum solo in presenza di "nostalgie proporzionaliste". Per il momento, per non marcare ulteriormente la distanza con Silvio Berlusconi, contrario alla campagna, il presidente di An rimane alla finestra. Salvo mandare avanti i suoi colonnelli, perché tutti intendano come la pensa il leader: da Publio Fiori a Gianni Alemanno ("la cautela di Fini deriva dall'eccesso di protagonismo di Di Pietro"), dal presidente della Vigilanza Storace a Enzo Savarese. Il portavoce, Adolfo Urso, nei giorni scorsi ha perfino inviato una circolare a tutti i quadri del partito per spiegare le ragioni a favore del quesito Segni, allegando le istruzioni per mettere su un centro di raccolta firme. In Forza Italia (vedi articolo a pag, 16), nonostante la contrarietà del Cavaliere, sono tanti i parlamentari che sostengono la campagna Segni (Martino è uno dei fondatori del comitato). E l'Ulivo? Verdi e Ppi (con il eccezione del referendario Mino Martinazzoli) sono da sempre schierati contro il referendum, mentre Rinnovamento italiano, (con il vice-presidente Natale D'Amico in prima linea) lo sostiene. Nel Pds invece si consuma lo scontro fra la componente ulivista (Occhetto, Petruccioli, Mancina e Rognoni) e il segretario, che si è già schierato per il referendum Passigli che punta all'abolizione dello scorporo. Alla direzione, convocata venerdì 19 proprio per discutere la scelta di D'Alema, già si preannuncia battaglia. Romano Prodi e Walter Veltroni, invece, salvo generiche parole a favore del maggioritario, non hanno ancora fatto sentire il loro peso. Ma non ci vuole molto per capire a chi va la preferenza del presidente dei Consiglio: i suoi due fratelli bolognesi, Vittorio e Paolo, hanno firmato, e il suo braccio destro a Palazzo Chigi, Arturo Parisi, era al fianco di Segni nel 1991 e nel 1993. E pensare che i giornali ancora lo chiamano il referendum di Di Pietro. |
TATTICA. I Liberali
di Forza Italia fanno appello a Berlusconi Il primo a
D'Alema che "si è inventato" il referendum
sullo scorporo. Martino, Taradash, Biondi, Rebuffa, Vertone, Vegas, Melograni, i cosiddetti liberali di Forza Italia, sono per una volta tutti d'accordo. Se Silvio Berlusconi si decidesse ad appoggiare il referendum per abrogare la quota proporzionale, questo smetterebbe d'un colpo di chiamarsi il "referendum Di Pietro" e diventerebbe per tutti il "referendum Berlusconi". Basterebbe agire con un po' di tempismo, un'oncia di solennità e molta decisione, per convertire all'istante stampa e opinione pubblica, dalla sensazione che nel campo referendario primeggi la concitazione dell'ex pubblico ministero, all'evidenza di un "Berlusconi leader referendario". Il guaio è che il Cavaliere di referendum, per lungo tempo, non ha voluto sentir parlare e lui stesso, pur nella dovizia di dichiarazioni, discorsi e interviste, ne parla poco e malvolentieri. Per ritrovare un giudizio compiuto di Berlusconi sull'iniziativa referendaria promossa da Mario Segni bisogna risalire all'inizio di giugno, quando il Cavaliere parlò davanti al forum dei giovani industriali. In quell'occasione Berlusconi scelse un argomento tecnico giuridico per liquidare l'iniziativa. Disse in sostanza che il referendum non sarebbe stato considerato ammissibile dalla, Corte costituzionale, perché "manipolativo e non abrogativo". E aggiunse che in queste condizioni la raccolta delle firme sarebbe stata un inganno per i cittadini e un'inutile perdita di tempo. La cosa lasciò perplessi molti degli uomini di Berlusconi, sia perché un buon numero di presidenti emeriti della Consulta e di costituzionalisti si era invece espresso in senso del tutto opposto circa l'ammissibilità del referendum, sia perché quella motivazione giuridica suonava strana in bocca al Cavaliere, uso a trascurare le technicalities. In realtà, anche quella strana argomentazione venne ricondotta, da coloro che sono a più diretto contatto con gli umori di Berlusconi, al suo principale motivo di ostilità verso il referendum: Antonio Di Pietro. Aldilà dell'esito referendario, infatti, Berlusconi ha visto fin nella fase della raccolta delle firme uno Strumento di rafforzamento del partito dipietrista e avrebbe voluto disinnescarlo sul nascere. Così sono pochi ad aver dubbi che, attenuato se non eliminato l'effetto Di Pietro sul referendum, Berlusconi avrebbe più di un buon motivo per scendere in campo. "Tanto più dopo il risultato delle elezioni in Friuli", osserva Giorgio Rebuffa, "Berlusconi ha capito molto bene che il sistema proporzionale, anche con lo sbarramento, produce facilmente una situazione di ingovernabilità e regala a piccoli partiti, magari in calo di consensi come la Lega, un fortissimo potere di interdizione. Così, ora, in Friuli non saranno i cittadini a scegliere chi governerà la regione, ma gli accordi tra i partiti. Questa è una cosa che Berlusconi non può certo desiderare per il Paese". "Berlusconi - dice ancora Rebuffa ha per un momento vagheggiato il ritorno al proporzionale, ma questo è comprensibile quando ci si trova in stato di assedio, come è stato durante i lavori della Bicamerale. Ora che l'assedio è rotto, la sortita non può che essere sospinta dal sistema maggioritario, molto più adatto a sancire la leadership naturale dei moderati di centro che Berlusconi ha ormai conquistato. E il Friuli è lì a dimostrarlo". Antonio Martino, che è nel comitato promotore del referendum contro la quota proporzionale, è già passato all'azione. "Ho appena mandato un fax a Berlusconi gli ho chiesto di sostenere contemporaneamente il referendum di Segni e quello dì Marco Pannella sulla responsabilità civile dei magistrati. Sarebbe un modo per distinguere molto nettamente la sua posizione da quella di Di Pietro. Anzi, credo che sarebbe una mossa che metterebbe l'ex pm in difficoltà, secondo alcuni fino al punto di indurlo a ritirarsi dalla partita referendaria. Ma anche se così non fosse non dovremmo preoccuparcene. Il successo di una battaglia dipende dal numero di avversari che si riesce a portare dalla propria parte. Se Di Pietro si convince davvero della bontà del maggioritario e del bipolarismo, tanto meglio". Anche Martino è rimasto colpito dai risultati delle elezioni friulane e dal significato che se ne trae, "perché Di Pietro non è l'unico motivo che trattiene Berlusconi dall'aderire all'iniziativa referendaria, ci sono anche questioni di merito". "In Friuli si è dimostrato - spiega Martino - che il proporzionale non riduce l'assenteismo; che non garantisce la governabilità e che il grande centro non decolla nel modo in cui immaginava Cossiga, ma al contrario,., sottrae voti al centrodestra e li trasferisce alla sinistra. A questo punto la fascinazione proporzionale che Berlusconi ha subito si è infranta". Anche Marco Taradash è convinto che il Cavaliere possa ancora impugnare il vessillo del referendum, togliendolo dalle mani di Di Pietro. "Quella di Di Pietro è in gran parte un'appropriazione indebita e se Berlusconi decidesse di aderire al comitato promotore, questo apparirebbe con ancora maggiore evidenza. Anzi, ho l'impressione che a essere imbarazzati sarebbero a quel punto l'ex pm di Mani pulite e il suo movimento". Secondo Taradash, "se Berlusconi non si accontenta di essere il capo di un partito del 20 per cento, come ce ne sono altri, ma vuole essere il leader di uno dei due schieramenti del sistema politico che verrà non può che appoggiare questo referendum". È la stessa idea del vicepresidente della Camera, Alfredo Biondi, referendario di lungo corso e particolarmente aspro con Di Pietro. "Convivere con lui nel comitato referendario non è certo una cosa piacevole. Tanto più dopo quell'intervista al Corriere in cui ha detto che io sostengo l'iniziativa per farmi fotografare accanto a lui. Figuriamoci. Questo però non mi fa certo retrocedere dalle mie convinzioni: il Polo ha vinto con il maggioritario e solo con quello può continuare a vincere. Per questo spero che l'intero Polo sostenga il referendum. Fini si è quasi convinto, se lo facesse anche Berlusconi, Di Pietro scomparirebbe dal proscenio". Riprende il filo del ragionamento anche Saverio Vertone: "Farei qualsiasi cosa pur di spazzare via le tentazioni proporzionalistiche che di tanto in tanto attraversano Forza Italia. Ho aderito perfino al referendum di Passigli contro lo scorporo. E se Berlusconi e gli altri dirigenti del Polo dessero al loro sguardo una maggiore gittata non potrebbero che vedere i vantaggi del referendum di Segni. Quanto a Di Pietro, è proprio stando fuori dal comitato che gli si dà importanza e gli si consente una grande libertà di movimento. Una volta dentro, lo spazio per Di Pietro sarebbe ridotto a nulla. Mi sembra ovvio". Il senatore Giuseppe Vegas, uno degli economisti di Forza Italia, aveva aderito al referendum Segni e ora si è piuttosto intiepidito a causa dell'invadenza di Di Pietro. Ma di una cosa è certo: "Se Berlusconi ne facesse una sua battaglia tutto cambierebbe. L'effetto sul mondo della comunicazione sarebbe immediato: diventerebbe il referendum Berlusconi". E lo stesso crede Piero Melograni: "sono stato eletto con la quota proporzionale ma non ho remore nel ritenere che andrebbe immediatamente abolita. Per questo consiglierei Berlusconi di mettersi subito alla testa del movimento referendario. E lasci che Di Pietro, se vuole, lo segua". |
Una proposta a
D'Alema Passigli promuove; D'Alema appoggia. Anche per cancellare lo scorporo si intende dunque attivare il processo referendario. Mi sembra, per la verità, che ci sia uno squilibrio evidente tra l'obiettivo e lo strumento: un po' come sparare una cannonata per uccidere una mosca. Ma, in ogni caso, si attiva un referendum. Quindi la materia del contendere non è più questa; come invece era con la Bicamerale ancora in corso. lo sono stato sempre convinto che anche la Bicamerale avrebbe tratto vantaggio da una iniziativa di forte significato riformatore, come è l'abolizione della proporzionale, e dalla più ampia consultazione dei cittadini. Comunque, è importante che adesso, dopo che la Bicamerale è fallita, si concordi sull'utilità e l'importanza del rilancio del movimento referendario, un movimento senza il quale non avremmo avuto le riforme - per quanto imperfette - di cui oggi disponiamo. Anche l'obiettivo politico dei due referendum, stando almeno alle dichiarazioni, sembra essere analogo. Confesso che è per me difficilmente comprensibile come sia possibile rafforzare il maggioritario e il bipolarismo attraverso un voto popolare che fisserebbe in modo definitivo l'attuale "Mattarellum" con la sua debordante quota proporzionale del 25 per cento; e che renderebbe eterna la giustapposizione fra il bipolarismo e il suo antagonista, il proporzionalismo. Ma non mi sogno neppure di fare processi alle intenzioni; sto agli intenti dichiarati. Ma affinché non permangano zone d'ombra, però, mi sembra necessario porre una domanda. Quel referendum è solo contro lo scorporo o è anche contro l'altro referendum (quello che vuole eliminare la proporzionale), il nostro? " questione non è affatto di lana caprina, non è certo un dettaglio. Infatti se un partito - c/o il suo leader - appoggiasse uno dei due referendum contro l'altro, il significato politico prevalente della scelta sarebbe dato dal proposito di impedire il successo del referendum verso il quale si dichiara ostilità. Allora, ecco la proposta e la richiesta a D'Alema, a Passigli e a chi esprime la loro stessa preferenza per la sola eliminazione dello scorporo. Valorizziamo il ritrovarci insieme sulla utilità e necessità dei movimento referendario per rafforzare il maggioritario e il bipolarismo, e per sostenere il riformismo costituzionale in un momento difficile. Continuiamo a discutere delle tante questioni connesse a questi obiettivi, nelle quali da troppo tempo i cittadini non sono più coinvolti; manifestiamo, certo, le nostre opinioni e le nostre preferenze, ma senza boicottaggi e ostracismi. Conclusione pratica: nelle tante feste che si svolgono in queste settimane, organizzate dai democratici di sinistra per l'Unità, ci siano banchetti per raccogliere le firme per i referendum, per ambedue i referendum. Ciascuno con le sue ragioni: quelle che uniscono e quelle che distinguono. Io faccio parte del comitato che ha promosso il referendum per eliminare la proporzionale. Ne sono assolutamente convinto e penso che limitarsi a togliere di mezzo lo scorporo sia troppo poco, sia agli effetti pratici che per significato politico. D'altro canto, la raccolta delle firme per il nostro referendum sta procedendo in modo tale che raggiungere il traguardo è più che probabile; per l'altro, invece, la raccolta deve ancora cominciare. Ciò nonostante come cittadino e come democratico di sinistra faccio a Passigli (l'invito è esteso anche a D'Alema, ma posso capire che lui come segretario del partito debba essere più riservato) una proposta. Andiamo insieme presso uno di quei banchetti referendari in qualche festa dell'Unità e firmiamo ciascuno tutti e due i referendum. Non nasconderemmo certo né le nostre preferenze né le nostre rispettive ragioni, ma esprimeremmo il comune apprezzamento per il valore del movimento referendario e dichiareremmo - anche ai fini delle successive autonome decisioni che spettano alla Corte costituzionale - la nostra convinzione che ambedue le iniziative sono non soltanto utili, ma anche legittime. |
Un consiglio al
Cavaliere prima che sia troppo tardi Sostenendo
il referendum il leader di Forza Italia riceverebbe tre
vantaggi: Tommaso Padoa Schioppa è convinto che la Bicamerale, paradossalmente, non abbia prodotto una Costituzione nuova, "ma... legittimato ancor più quella esistente" (Corriere della Sera del 14 giugno). Ci accorgeremo prima o dopo che è accaduto esattamente il contrario. Non è possibile sostenere per tanto tempo la necessità di una radicale riforma costituzionale senza che le vecchia Carta ne esca invecchiata, sbiadita e delegittimata. Non abbiamo una nuova Costituzione, ma il testo del '48 è ancora più logoro di quanto non fosse quando venne creata, più di cinque anni fa, la commissione De Mita. Temo che le uniche conclusioni possibili alla fine di questa inutile "via crucis" siano due. La classe politica italiana è complessivamente rissosa, miope, incapace di guardare al di là dei propri interessi di parte per un investimento collettivo sul futuro del Paese. Le Costituzioni non si rinnovano in Parlamento, vale a dire nel luogo in cui gli obiettivi di lungo respiro vengono continuamente contaminati da considerazioni di bottega. La logica vorrebbe che dal fallimento della Bicamerale emergesse con maggiore forza il progetto di un'Assemblea costituente, forte di un mandato popolare e composta (la legge istitutiva potrebbe prevederlo) di persone estranee, per quanto possibile, alla "politica politichese". Ma per il momento non sembrano esisterne le condizioni. L'atmosfera costituente degli scorsi anni si è in parte dissolta. I conservatori della vecchia Costituzione se ne compiacciono. L'opinione pubblica è stanca di un dibattito che gira a vuoto e non sbocca su alcuna conclusione. Qualcuno pensa che l'ingresso nell'Unione monetaria abbia risolto tutti i nostri problemi. Gli uomini politici cercano di mascherare il loro scacco sostenendo che è possibile ricorrere all'articolo 138 e approvare con qualche emendamento una parte almeno delle riforme esaminate in Commissione. A questa illusione ha dato un contributo qualche giorno fa il presidente della Repubblica quando ha dichiarato da Pechino che l'uovo di Colombo potrebbe consistere nell'elezione diretta del capo dello Stato. Lasciamogli i poteri previsti dalla Costituzione del'48, suggerisce Scalfaro, e facciamolo eleggere dalla nazione. Ma è difficile pensare che la forte legittimità del mandato popolare non autorizzi il Presidente della Repubblica a "fare politica". Ed è ancora più difficile immaginare che una Costituzione irrimediabilmente vecchia possa venire rinfrescata e ritoccata con qualche emendamento. Di Assemblea costituente, comunque, per ora è inutile parlare. Resta una speranza: che i referendum elettorali, come nel 1991 e nel 1993, diano un altro scossone al sistema politico e rimettano in moto la macchina delle riforme. Ve ne sono due: quello proposto da Antonio Di Pietro e Mario Segni per l'abolizione della quota proporzionale (25%) e quello proposto da Stefano Passigli per l'abolizione dello scorporo (un complicato meccanismo che sottrae voti, per un malinteso senso di equità, al partito del candidato vincente e favorisce così la proliferazione delle famiglie politiche). Il secondo ha il merito di abolire la proporzionale e dissuaderebbe la classe politica dalla tentazione di tornare al passato. Ma ciò che conta è votare e ridare una prospettiva in tal modo alla riforma del sistema politico. D'Alema ha scelto il referendum sullo scorporo e gli assicurerà verosimilmente il sostegno dell'apparato dei Ds. Perché Berlusconi non decide di appoggiare il referendum Di Pietro- Segni e di assicurargli il sostegno di Forza Italia? Ne ricaverebbe tre vantaggi. In primo luogo confermerebbe di essere fedele al principio della democrazia maggioritaria. In secondo luogo dimostrerebbe che l'affossamento della Bicamerale non fu dovuto alla sua pretesa insensibilità per la riforma del sistema politico. E in terzo luogo, infine, trasformerebbe il "referendum Di Pietro" in un "referendum Berlusconi-Cossiga-Segni-Di Pietro", vale a dire in una grande iniziativa "centrista". Non è tutto. Il Paese, ancora una volta, sarebbe chiamato a scegliere fra due soluzioni, di cui una sostenuta prevalentemente dall'Ulivo, l'altra prevalentemente dal Polo, e farebbe un altro passo sulla strada del bipolarismo. |