LA LETTERA Caro direttore, il fondo di domenica scorsa, a sua firma, che io condivido pienamente, ci ha posto un problema: come utilizzare la spinta referendaria per assicurare l'obiettivo di un sistema uninominale a doppio turno di collegio. La risposta di martedì di Stefano Passigli risponde invece, a me pare, a un obiettivo diverso: come neutralizzare e intralciare quella spinta referendaria al fine di assicurare il rafforzamento della attuale legge elettorale (l'espressione «rafforzare» è di Sergio Mattarella che ha infatti abbracciato il «referendino» per l'eliminazione dello «scorporo»: un «Mattarellum 3» insomma!). Pur di raggiungere questo obiettivo Passigli giunge ad affermare che il quesito Segni determinerebbe, addirittura, un «effetto Friuli»: «Nessuna maggioranza per i due Poli e determinanti i seggi della Lega»! In che modo possa determinarsi questo risultato catastrofico non sono riuscito a capirlo. Secondo le proiezioni pubblicate nelle settimane scorse - ovviamente basate sui risultati del 1996 e non tenendo conto dei comportamenti degli elettori che potrebbero mutare in presenza di un diverso sistema elettorale - il quesito Segni avrebbe portato l'Ulivo più Rifondazione a quota 320 seggi, uno in più di oggi. Come dice lo stesso Passigli, «con il quesito Segni-Di Pietro l'Ulivo avrebbe avuto diciassette seggi in più ma Rifondazione comunista 16 in meno». Sta qui «l'effetto Friuli», nel fatto che si rafforzerebbe l'Ulivo a scapito di Rifondazione? Ribalto l'accusa. È il quesito Passigli che può determinare il temuto «effetto Friuli». Mi limito a porre una domanda: non dice nulla a Passigli il fatto che il Mattarellum ha prodotto due maggioranze diverse: una nella quota proporzionale (ove è prevalso il Polo), una nella quota maggioritaria (ove è prevalso l'Ulivo)? Cosa sarebbe accaduto se gli elettori, disponendo, com'è noto, di due schede avessero ulteriormente divaricato il proprio voto? Ma a prescindere dalla divaricazione deliberatamente scelta dagli elettori è il sistema del doppio voto che può produrre instabilità. E ciò avverrebbe anche nel caso in cui dovesse prevalere la correzione Passigli. Come è noto essa rende la quota proporzionale ancora più rigorosamente proporzionale. E allora ragionevolmente accadrà che poiché la coalizione destinata a vincere nel maggior numero di collegi uninominali difficilmente supererà il 40-42% dei voti, essa finirà per ottenere solo circa 50-60 dei 155 seggi della quota proporzionale contro i 95-105 circa dei partiti perdenti nella quota maggioritaria. E questo può portare o a un ribaltamento del risultato della quota maggioritaria o all'ingovernabilità di tipo friulano. Non va sottovalutato, inoltre, che il doppio voto, uno per la coalizione nella quota maggioritaria, l'altro per la lista di partito nella quota proporzionale previsto nei vari «Mattarellum», porta i partiti ad essere contemporaneamente alleati e concorrenti, con effetti dissocianti e destabilizzanti per le coalizioni - la famigerata «ricerca di visibilità» - che si trascinano per l'intera legislatura. È vero, come ci ammonisce Sartori, che il turno unico risolve solo in parte i problemi della frantumazione partitica. Ma purtroppo né il quesito Passigli né il quesito Segni possono darci da soli il doppio turno. È necessaria una legge. E ha ragione Di Pietro quando invita a firmare una apposita proposta di iniziativa legislativa popolare. Si tratta di vedere, però, se questo obiettivo può raggiungersi rafforzando il «Mattarellum» che piace ai nemici del doppio turno (da Rifondazione ai Popolari, ai Verdi) ovvero colpendo al cuore ciò che più piace agli stessi: la doppia scheda e la distribuzione proporzionale del 25% di seggi fra liste di partito. Può essere utile ricordare a Passigli - ma anche a D'Alema - che l'elezione diretta dei sindaci (a doppio turno) fu ottenuta 20 giorni prima di un referendum che avrebbe esteso il sistema maggioritario a un turno a tutti i Comuni superiori a 5.000 abitanti. Augusto Barbera |