Tatticismi, legge
elettorale e doppio turno Naufragata la Bicamerale, ci si chiede se valga la pena, ancora una volta, di imboccare la faticosa strada dei referendum per dare una spinta, anche se incompleta e incerta nell'esito, al cammino delle riforme. Se lo chiedono soprattutto i Democratici di sinistra e l'Ulivo in generale davanti a due iniziative proposte anche da esponenti dell'attuale maggioranza. D'Alema sembra orientato a sostenere il referendum del senatore Passigli diretto a eliminare lo scorporo, meccanismo oscuro dell'attuale legge elettorale che assicura una distribuzione dei seggi della quota proporzionale più favorevole ai partiti minori. L'iniziativa di Segni, Abete, Occhetto e Di Pietro, che prende ingannevolmente solo il nome di quest'ultimo per via di un iperattivismo a volte fuori luogo (come l'incursione all'assemblea Telecom), si propone invece la totale abolizione di quel 25 per cento di proporzionale. Ha già raccolto 350 mila firme (mentre il referendum proposto da Passigli non è ancora partito). Se passasse voteremmo con un'unica scheda, si rafforzerebbe il sistema maggioritario, anche se non risolveremmo del tutto il problema dell'eccessiva frammentazione dei partiti, per il quale la terapia più efficace è e resta il doppio turno di collegio. La formula Passigli, ideata da un costituzionalista di vaglia, mantiene invece il 25 per cento di quota proporzionale, anche se di fatto ne dimezzerebbe il beneficio per i partiti minori. E' indubbio che lungo la strada accidentata del maggioritario e del bipolarismo il referendum Segni-Di Pietro costituisca un passo più lungo e deciso, anche se insufficiente. La stessa cosa non può dirsi per Passigli che chiama gli elettori alle urne per un quesito largamente secondario (dove sono finiti i critici di Pannella e delle sue consultazioni parziali e inutili?). L'adesione poi alla proposta Passigli di forze notoriamente proporzionaliste fa affiorare qualche legittimo dubbio sulla reale efficacia maggioritaria dell'abolizione dello scorporo, che appare a molti, all'interno della maggioranza, come uno strumento per limitare i "danni" referendari, depotenziando la raccolta di firme alternativa, anche in vista della pronuncia di legittimità della Consulta. Una scelta unica da parte della Quercia per la formula Passigli rischia di rappresentare male la voglia riformista che la sinistra certamente ha, e D'Alema più di tutti, tradendo invece una preoccupazione contingente legata ai rapporti interni alla maggioranza; e appare una mossa puramente tattica, giustificata dalla necessità di rinsaldare i rapporti fra Ds e Popolari. Propositi nobilissimi ma che dovrebbero rimanere separati dal dibattito sulle riforme. Sarebbe poi paradossale se, dopo l'adesione di 101 parlamentari del Polo e il mezzo sì di Fini, l'abolizione della quota proporzionale diventasse un cavallo di battaglia esclusivo della destra con il testimone delle riforme che sfugge idealmente dalle mani di D'Alema (Berlusconi è in tutt'altre faccende affaccendato). Ci si chiede allora, visto che il referendum ha soltanto natura abrogativa, se non sia urgente, soprattutto nel centrosinistra, una ripresa vigorosa, e priva di ambiguità, del dibattito sulla riforma della legge elettorale. Sono già state raccolte le firme necessarie per la proposta di legge d'iniziativa popolare sul doppio turno di collegio, un tema sul quale si avvertono anche significative aperture nel Polo. Una legge che si può discutere da subito, già domani mattina. Un passaggio ineludibile in qualsiasi cammino serio di riforma. Tanto vale affrontare subito il vero nodo, lasciando libertà di scelta a tutti sui referendum, senza correre il rischio di catalogarli come di destra o di sinistra ma lasciandoli apprezzare all'elettorato per quello che sono. Più o meno efficaci; certo né sufficienti né risolutivi. |
Referendum
antiproporzionale, MILANO (R. P.) - Gli "ulivisti" della Quercia gioiscono per il rinvio della decisione, Di Pietro attacca Passigli e nel Polo c'è chi chiede con sempre maggiore insistenza che sui referendum si giunga a un "pronunciamento comune". Fini non perde tempo e fa sapere: "Come Polo dobbiamo dare una risposta unitaria, anche perché Berlusconi e io siamo stati fatti oggetto di un appello da oltre 100 parlamentari del Polo". Il presidente di An, che ha aderito al referendum antiproporzionale, si dice ottimista sul fatto che la Consulta ammetta il quesito: "La prassi da parte della Corte - spiega - è ormai di ammettere referendum con criteri più elastici rispetto a quelli che il legislatore aveva previsto". Ma il Cavaliere non la pensa così, anzi ritiene che il quesito Di Pietro-Segni-Occhetto sia "manipolativo" e quindi difficilmente accoglibile. Insomma, sui referendum elettorali si continua a discutere e il tono del dibattito non accenna a smorzarsi. A dividere i poli sono le due proposte sul tavolo per modificare la legge elettorale: da una parte il quesito Passigli, antiscorporo, sostenuto ufficialmente da Massimo D'Alema ma malvisto da diversi "diessini". Dall'altra il referendum proposto da Di Pietro-Segni-Occhetto per cancellare la quota proporzionale. Mentre la direzione dei Ds, viste le polemiche, ha pensato bene di aggiornare i lavori a mercoledì (fatto che ha indotto gli "ulivisti" a tirare un sospiro di sollievo) una pattuglia di esponenti del centrodestra ha deciso di scrivere una lettera ai rispettivi leader (Berlusconi, Fini e Casini) chiedendo loro di confrontarsi sull'argomento e di arrivare a "maturare una posizione e una scelta comuni" per evitare di "andare in ordine sparso. L'appello è firmato da Antonio Martino (sostenitore del referendum antiproporzionale) di Forza Italia, Marco Follini, del Ccd e Adolfo Urso, di An. Critico, invece, Clemente Mastella, che attacca i sostenitori della consultazione per il maggioritario e annuncia: "Proporrò che chi ha incarichi parlamentari non possa promuovere referendum. Quando al movimento referendario aderiscono cento parlamentari non comprendo perché non se ne possa discutere nelle sedi istituzionali". Antonio Di Pietro, ieri in Abruzzo per raccogliere le firme, prosegue nella sua battaglia contro il "nemico" Passigli, ridicolizzandone la proposta: "E' solo un referendino, messo lì e rabberciato alla bell'e meglio per cercare di confondere le idee alla gente". E con lui sono ovviamente i pattisti di Segni, i quali ieri hanno organizzato una raccolta di firme con comizio non stop di 12 ore. Il banchetto di piazza Duomo ha "lavorato" da mezzogiorno a mezzanotte. Diego Masi, "regista" dell'iniziativa milanese, si è detto contento: "La gente ha reagito positivamente". Ma è sicuramente un altro il motivo di maggior soddisfazione: "La novità è che finalmente il referendum si è "politicizzato" - ha spiegato -. Le carte ormai sono sul tavolo, il chiarimento sta avvenendo. D'Alema, con il suo appoggio a Passigli, sta evidentemente tornando alla partitocrazia, contro la quale noi lottiamo". |