L'INTERVISTA
Occhetto: troppo
trasformismo,
la democrazia interna è a rischio
di Gianna Fregonara
«Il
partito è ormai diventato uno spettatore attonito e
questo
sfibra la coscienza dei militanti». «La proposta di
sostenere
il referendum anti scorporo è una mossa di immagine»
ROMA - «La solita
tattica. D'Alema assorbe le posizioni diverse dalle sue e
le svuota del loro carattere originale. Poi si
riallontana, tornando vicino a dove era partito.
E' stato così al
congresso, sulle riforme, sull'Ulivo. E' un metodo che
porta al trasformismo, mentre a volte sarebbe più giusto
fronteggiare le posizioni diverse dalle proprie a viso
aperto, con l'obiettivo di perseguirle e di convincere
gli altri, ma essendo disposti anche a perdere». Di una
cosa è sicuramente certo Achille Occhetto: che l'idea
del segretario diessino di lanciare il referendum
Passigli (antiscorporo) non è altro che una «mossa
d'immagine» per «contrastare il referendum vero»,
cioè quello antiproporzionale (Di
Pietro-Segni-Occhetto). «Lo fa solo per dire che anche
il partito è favorevole ai referendum, in generale. Ma
intanto contrasta il quesito che conta. E' un'operazione
interna e al tempo stesso uno strumento di pressione
perché la Corte costituzionale respinga il nostro
referendum». Sarebbero differenze da giuristi, se non
fosse che la divisione lacera la maggioranza e i Ds e
dietro ai due quesiti si sfidano due concezioni del
futuro del centrosinistra.
E' per questo che Occhetto
ha deciso di non essere ieri alla direzione dei ds. E la
sua assenza è stata più significativa di qualunque
discorso. «Dovevo andare nelle Marche e in
Emilia-Romagna ai banchetti della raccolta delle firme
per il referendum antiproporzionale», premette come
giustificazione di maniera. Ce l'ha con D'Alema,
segretario che «sbaglia», che usa «argomenti
stravaganti» per difendere le sue tesi.
Intanto però,
onorevole Occhetto, la direzione dei ds ha rinviato la
questione referendum al comitato dell'Ulivo.
«E' solo un modo di spostare la patata bollente dentro
l'Ulivo, è una dimostrazione di tatticismo dalle gambe
corte. Infatti se la maggioranza parlamentare - l'Ulivo -
è d'accordo di togliere lo scorporo perché non lo fa
direttamente con la legge ordinaria? Solo che sarebbe un
ben triste epilogo per il Parlamento passare dalle sorti
magnifiche e progressive della Grande Riforma... al
topolino dello scorporo. Siamo in una situazione
tragicomica, di cui in realtà io vedo soltanto il
tragico: l'astensionismo alle elezioni amministrative è
lì a ricordarcelo».
Sarà tatticismo, ma il
partito dov'è?
«Il dibattito politico è condotto in maniera così
mobile e con mosse tattiche improvvisate al momento che
il partito resta come uno spettatore attonito, senza mai
un chiarimento ideale e politico vero. Si è verificato
nei ds quel trasformismo permanente che mina la
democrazia interna, svilisce il dibattito e alla lunga
sfibrerà la coscienza morale dei militanti».
Dopo i risultati delle
amministrative, non troppo incoraggianti, sembrava che
qualcosa si muovesse. Folena, Veltroni erano
intervenuti...
«Tra i militanti forse qualcosa si muove. Tutti quelli
che mi vedono davanti al tavolo dei ds per i referendum
firmano senza esitazione: vuol dire che considerano finto
il dibattito interno».
Si può dire che la
sfida per i referendum servirà per misurare le due
posizioni nel partito?
«Nei militanti c'è la volontà di seguire una posizione
autonoma dalla segreteria, di dimostrare che non tutto si
può condurre a bacchetta, come si vuole. Anche dentro il
partito la "pelle di zigrino" è diventata
sempre più stretta. Certo si sa: si possono comandare
soltanto quelli che si fanno comandare. Ma la parte più
esterna del partito, i militanti, è più autonoma».
Intanto dovranno
scegliere tra due referendum simili ma contrapposti. E la
battaglia antiproporzionale non rischia di diventare solo
una sfida interna?
«Il referendum Passigli è in contrasto con la nostra
tradizione, con il referendum Segni-Occhetto del '93 con
il quale iniziò la svolta istituzionale nel Paese e
grazie al quale i Ds e il Ppi sono al governo. Con il
vecchio sistema l'Italia sarebbe come il Friuli. D'Alema
avrebbe dovuto avere il coraggio di proporre la legge
elettorale a doppio turno: il Parlamento ha un anno di
tempo prima che si tenga il referendum».
Ma così rischia di
spaccare la maggioranza.
«Anche questa scusa va sfatata. D'Alema dice che non
può rompere la maggioranza su una questione
istituzionale perché sarebbe una gravissima
responsabilità di fronte ai cittadini. Ma è una pistola
scarica: credo che la maggioranza possa rompersi su altri
temi, sulla Nato, sulla scuola, ben prima che sulla legge
elettorale. E comunque i Ds avrebbero potuto almeno
percorrere la via della neutralità: è utile a tutti
fare una verifica popolare sulle riforme, dopo il
fallimento della Bicamerale».
Sarebbe sufficiente la
neutralità dei ds?
«No, ma sarebbe stato meglio che scegliere la
contrapposizione. E che contrapposizione... Fatta con
argomenti stravaganti. Dice D'Alema che noi che parliamo
a nome dell'Ulivo, in realtà siamo contro l'Ulivo
perché i popolari sarebbero contrari al referendum».
E invece?
«E invece ci sono due visioni contrapposte dell'Ulivo.
Una, che non condivido, è quella di un cartello di
partiti, con le vecchie verifiche di maggioranza come si
faceva nella Prima Repubblica e come ha giustamente
rilevato Sergio Romano sul Corriere».
E l'altra?
«Un altro conto è l'Ulivo al quale penso io: un Ulivo
da costruire ma che è già esistito nella vittoria del
21 aprile. Il successo di Prodi non è la somma dei
partiti ma un quid in più della coalizione. Proprio in
questi giorni viene al pettine il nodo fondamentale e
cioè che la vittoria del 21 aprile era la vittoria del
cartello dei no e che intelligenza politica voleva che si
lavorasse successivamente a un cartello dei sì, cioè a
una vera e propria coalizione programmatica. Avendo
ciascuno scelto di rafforzare il proprio partito, è
inevitabile che si arrivi a un momento di impasse come
quello in cui ci troviamo».
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