RCS on Line - Corriere della Sera

Sabato, 20 giugno 1998


L'INTERVISTA
Occhetto: troppo trasformismo,
la democrazia interna è a rischio

di Gianna Fregonara

«Il partito è ormai diventato uno spettatore attonito e questo
sfibra la coscienza dei militanti». «La proposta di sostenere
il referendum anti scorporo è una mossa di immagine»

ROMA - «La solita tattica. D'Alema assorbe le posizioni diverse dalle sue e le svuota del loro carattere originale. Poi si riallontana, tornando vicino a dove era partito.

E' stato così al congresso, sulle riforme, sull'Ulivo. E' un metodo che porta al trasformismo, mentre a volte sarebbe più giusto fronteggiare le posizioni diverse dalle proprie a viso aperto, con l'obiettivo di perseguirle e di convincere gli altri, ma essendo disposti anche a perdere». Di una cosa è sicuramente certo Achille Occhetto: che l'idea del segretario diessino di lanciare il referendum Passigli (antiscorporo) non è altro che una «mossa d'immagine» per «contrastare il referendum vero», cioè quello antiproporzionale (Di Pietro-Segni-Occhetto). «Lo fa solo per dire che anche il partito è favorevole ai referendum, in generale. Ma intanto contrasta il quesito che conta. E' un'operazione interna e al tempo stesso uno strumento di pressione perché la Corte costituzionale respinga il nostro referendum». Sarebbero differenze da giuristi, se non fosse che la divisione lacera la maggioranza e i Ds e dietro ai due quesiti si sfidano due concezioni del futuro del centrosinistra.

E' per questo che Occhetto ha deciso di non essere ieri alla direzione dei ds. E la sua assenza è stata più significativa di qualunque discorso. «Dovevo andare nelle Marche e in Emilia-Romagna ai banchetti della raccolta delle firme per il referendum antiproporzionale», premette come giustificazione di maniera. Ce l'ha con D'Alema, segretario che «sbaglia», che usa «argomenti stravaganti» per difendere le sue tesi.

Intanto però, onorevole Occhetto, la direzione dei ds ha rinviato la questione referendum al comitato dell'Ulivo.
«E' solo un modo di spostare la patata bollente dentro l'Ulivo, è una dimostrazione di tatticismo dalle gambe corte. Infatti se la maggioranza parlamentare - l'Ulivo - è d'accordo di togliere lo scorporo perché non lo fa direttamente con la legge ordinaria? Solo che sarebbe un ben triste epilogo per il Parlamento passare dalle sorti magnifiche e progressive della Grande Riforma... al topolino dello scorporo. Siamo in una situazione tragicomica, di cui in realtà io vedo soltanto il tragico: l'astensionismo alle elezioni amministrative è lì a ricordarcelo».

Sarà tatticismo, ma il partito dov'è?
«Il dibattito politico è condotto in maniera così mobile e con mosse tattiche improvvisate al momento che il partito resta come uno spettatore attonito, senza mai un chiarimento ideale e politico vero. Si è verificato nei ds quel trasformismo permanente che mina la democrazia interna, svilisce il dibattito e alla lunga sfibrerà la coscienza morale dei militanti».

Dopo i risultati delle amministrative, non troppo incoraggianti, sembrava che qualcosa si muovesse. Folena, Veltroni erano intervenuti...
«Tra i militanti forse qualcosa si muove. Tutti quelli che mi vedono davanti al tavolo dei ds per i referendum firmano senza esitazione: vuol dire che considerano finto il dibattito interno».

Si può dire che la sfida per i referendum servirà per misurare le due posizioni nel partito?
«Nei militanti c'è la volontà di seguire una posizione autonoma dalla segreteria, di dimostrare che non tutto si può condurre a bacchetta, come si vuole. Anche dentro il partito la "pelle di zigrino" è diventata sempre più stretta. Certo si sa: si possono comandare soltanto quelli che si fanno comandare. Ma la parte più esterna del partito, i militanti, è più autonoma».

Intanto dovranno scegliere tra due referendum simili ma contrapposti. E la battaglia antiproporzionale non rischia di diventare solo una sfida interna?
«Il referendum Passigli è in contrasto con la nostra tradizione, con il referendum Segni-Occhetto del '93 con il quale iniziò la svolta istituzionale nel Paese e grazie al quale i Ds e il Ppi sono al governo. Con il vecchio sistema l'Italia sarebbe come il Friuli. D'Alema avrebbe dovuto avere il coraggio di proporre la legge elettorale a doppio turno: il Parlamento ha un anno di tempo prima che si tenga il referendum».

Ma così rischia di spaccare la maggioranza.
«Anche questa scusa va sfatata. D'Alema dice che non può rompere la maggioranza su una questione istituzionale perché sarebbe una gravissima responsabilità di fronte ai cittadini. Ma è una pistola scarica: credo che la maggioranza possa rompersi su altri temi, sulla Nato, sulla scuola, ben prima che sulla legge elettorale. E comunque i Ds avrebbero potuto almeno percorrere la via della neutralità: è utile a tutti fare una verifica popolare sulle riforme, dopo il fallimento della Bicamerale».

Sarebbe sufficiente la neutralità dei ds?
«No, ma sarebbe stato meglio che scegliere la contrapposizione. E che contrapposizione... Fatta con argomenti stravaganti. Dice D'Alema che noi che parliamo a nome dell'Ulivo, in realtà siamo contro l'Ulivo perché i popolari sarebbero contrari al referendum».

E invece?
«E invece ci sono due visioni contrapposte dell'Ulivo. Una, che non condivido, è quella di un cartello di partiti, con le vecchie verifiche di maggioranza come si faceva nella Prima Repubblica e come ha giustamente rilevato Sergio Romano sul Corriere».

E l'altra?
«Un altro conto è l'Ulivo al quale penso io: un Ulivo da costruire ma che è già esistito nella vittoria del 21 aprile. Il successo di Prodi non è la somma dei partiti ma un quid in più della coalizione. Proprio in questi giorni viene al pettine il nodo fondamentale e cioè che la vittoria del 21 aprile era la vittoria del cartello dei no e che intelligenza politica voleva che si lavorasse successivamente a un cartello dei sì, cioè a una vera e propria coalizione programmatica. Avendo ciascuno scelto di rafforzare il proprio partito, è inevitabile che si arrivi a un momento di impasse come quello in cui ci troviamo».

 

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