L'INTERVISTA
Bonino: all'Europa
interessa la stabilità del governo
di Andrea Bonanni
Il dibattito sulla
Costituzione è stato così complesso che non credo sia
stato capito all'estero». «Io speravo che con
l'ingresso nella moneta unica saremmo stati tranquilli
per un po'...». Il commissario Ue parla dei timori
legati al crollo della Bicamerale. «Le nuove regole? O
con il referendum o ce le scordiamo»
BRUXELLES - «Marco
me lo aveva detto».
Marco chi?
«Ma Pannella, no? Lui lo prevedeva. Io speravo invece
che, una volta entrati nella moneta unica, saremmo stati
un po' tranquilli. Mi dicevo: almeno fino a settembre ci
sarà un po' di stabilità. E invece lui ripeteva che,
tempo qualche settimana, sarebbe di nuovo scoppiato il
caos, perché il vero problema di questo Paese è il
sistema dei partiti. Si può cercare di dimenticarlo, di
metterlo in un angolo, ma alla fine riesploderà. Per tre
anni, per arrivare alla moneta unica, molti hanno dovuto
ingoiare rospi, rinunciare al piccolo cabotaggio. Ma
adesso manca una scadenza ultimativa, è così...». Dal
suo studio di commissaria a Bruxelles, tappezzato di foto
di donne afghane obbligate a portare il velo, Emma Bonino
guarda quasi incredula all'ultima crisi della politica
italiana: la fine della Bicamerale.
«Certo, agli occhi dei partner europei, queste cose bene
non fanno. Ma il problema, più che per loro, è per noi
che dopo un anno e mezzo ci ritroviamo punto e daccapo.
Qui in Europa, la cosa che importa è che ci sia un
minimo di stabilità di governo. Per il resto, sanno che
noi italiani siamo gente strana, imprevedibile, ma hanno
imparato che alla fine, bene o male, le cose da noi si
aggiustano».
Ma le promesse italiane
di una riforma che desse stabilità e governabilità al
sistema... Come lo prenderanno i nostri partner questo
ennesimo fallimento?
«Mah. La mia percezione è che l'immagine italiana oggi
sia messa in discussione da problemi di struttura e di
fondo: la riforma delle pensioni che non è completata, i
ritardi della giustizia, le condanne della Corte di
Lussemburgo per la mancata applicazione delle direttive.
Queste sono le cose che ci danneggiano. La crisi della
Bicamerale, invece, è più un elemento di congiuntura
anche se, certo, bene non fa».
L'instabilità politica
non è un dato strutturale?
«Sì. Però qui non lo abbinano alla Bicamerale. Il
dibattito sulle riforme costituzionali è stato così
complicato, complesso, introvertito, che questo
fallimento non credo sia stato capito in Europa e non
penso che aumenti la preoccupazione nei nostri confronti.
O almeno, non ancora...»
Che vuol dire?
«Tutto dipende dalle conseguenze politiche. Leggo che,
per alcuni, la crisi della Bicamerale non deve
coinvolgere il governo. Per altri invece sì. Il vero
problema, visto da qui, è se il governo sopravviverà
alla crisi. Se cadesse, allora sì che si
preoccuperebbero. Il fatto che per tre anni l'Italia sia
stata rappresentata dalle stesse facce, è stato positivo
per la nostra immagine. E vorrei ricordare che questa
mini-stabilità è il frutto del referendum
sull'abolizione del sistema elettorale proporzionale,
anche se poi il referendum è stato tradito...».
Quanto contano la
stabilità politica, la governabilità, per il nostro
aggancio all'Europa?
«Moltissimo. Direi che dal mio punto di vista la riforma
del sistema partitico e istituzionale era altrettanto
importante del risanamento economico, se non di più. Ma,
come sempre, quando l'Europa ci impone un vincolo alla
fine bene e o male ci arriviamo. Quando questo vincolo
non c'è, come nel caso delle riforme del sistema
politico, non combiniamo nulla: quante settimane sono
passate dal 2 maggio, quando ci hanno accolto
nell'euro?».
Questo vincolo non era
implicito?
«Implicito, appunto. Certo, i partner si aspettavano che
noi procedessimo su questa strada. Ma la scelta del
sistema della Bicamerale ha talmente annacquato con una
serie di fumisterie costituzionali il dibattito sulla
vera posta in gioco, cioè la scelta del sistema
politico, che alla fine nessuno all'estero riusciva più
a seguirlo. Del resto, secondo me, nessuno ci capiva più
nulla neppure in Italia, tranne forse gli addetti ai
lavori».
E allora?
«Il vero nodo, come dicevo, è la scelta del sistema
politico. E questa si risolve modificando il metodo
elettorale, il che non implica un dibattito
costituzionale come quello che si è imbastito sui poteri
del presidente della Repubblica. E la scelta è semplice:
o si adotta il sistema anglosassone, con collegi unici e
un bipartitismo secco, oppure si adotta un metodo
continentale. Invece noi ci siamo sbizzariti inseguendo
ibridi tanto astrusi che alla fine ci siamo persi per
strada».
Lei come la pensa?
«Io resto testardamente convinta che il Paese abbia
bisogno di una dieta che lo disintossichi dai partiti. E
questo si ottiene con il sistema anglossassone: "the
first wins the post", chi arriva primo, vince. Ma
per questo non occorrono riforme costituzionali. Blair
non ha mica poteri straordinari. Basta modificare il
sistema elettorale».
Non le sembra troppo
semplice...
«Ma è semplice. Solo che ci vuole la volontà per
farlo. La lezione di tutta questa vicenda è che
l'autoriforma del sistema è difficile, se non
impossibile. Non si può affidare questo compito a chi ha
interessi vitali da difendere: i partiti e i partitini
non accetteranno mai una riforma che li elimini. La forza
di autoconservazione, la resistenza del sistema al
cambiamento è terribile, come dimostra anche la vicenda
del finanziamento pubblico ai partiti o la stessa vicenda
di Radio radicale...».
E allora?
«E allora, la conclusione è semplice: la riforma del
sistema politico o la imponiamo per referendum, oppure ce
la possiamo scordare».
|