RCS on Line - Corriere della Sera

Giovedì, 4 giugno 1998


L'INTERVISTA
Bonino: all'Europa interessa la stabilità del governo
di Andrea Bonanni

Il dibattito sulla Costituzione è stato così complesso che non credo sia stato capito all'estero». «Io speravo che con l'ingresso nella moneta unica saremmo stati tranquilli per un po'...». Il commissario Ue parla dei timori legati al crollo della Bicamerale. «Le nuove regole? O con il referendum o ce le scordiamo»

BRUXELLES - «Marco me lo aveva detto».

Marco chi?
«Ma Pannella, no? Lui lo prevedeva. Io speravo invece che, una volta entrati nella moneta unica, saremmo stati un po' tranquilli. Mi dicevo: almeno fino a settembre ci sarà un po' di stabilità. E invece lui ripeteva che, tempo qualche settimana, sarebbe di nuovo scoppiato il caos, perché il vero problema di questo Paese è il sistema dei partiti. Si può cercare di dimenticarlo, di metterlo in un angolo, ma alla fine riesploderà. Per tre anni, per arrivare alla moneta unica, molti hanno dovuto ingoiare rospi, rinunciare al piccolo cabotaggio. Ma adesso manca una scadenza ultimativa, è così...». Dal suo studio di commissaria a Bruxelles, tappezzato di foto di donne afghane obbligate a portare il velo, Emma Bonino guarda quasi incredula all'ultima crisi della politica italiana: la fine della Bicamerale.
«Certo, agli occhi dei partner europei, queste cose bene non fanno. Ma il problema, più che per loro, è per noi che dopo un anno e mezzo ci ritroviamo punto e daccapo. Qui in Europa, la cosa che importa è che ci sia un minimo di stabilità di governo. Per il resto, sanno che noi italiani siamo gente strana, imprevedibile, ma hanno imparato che alla fine, bene o male, le cose da noi si aggiustano».

Ma le promesse italiane di una riforma che desse stabilità e governabilità al sistema... Come lo prenderanno i nostri partner questo ennesimo fallimento?
«Mah. La mia percezione è che l'immagine italiana oggi sia messa in discussione da problemi di struttura e di fondo: la riforma delle pensioni che non è completata, i ritardi della giustizia, le condanne della Corte di Lussemburgo per la mancata applicazione delle direttive. Queste sono le cose che ci danneggiano. La crisi della Bicamerale, invece, è più un elemento di congiuntura anche se, certo, bene non fa».

L'instabilità politica non è un dato strutturale?
«Sì. Però qui non lo abbinano alla Bicamerale. Il dibattito sulle riforme costituzionali è stato così complicato, complesso, introvertito, che questo fallimento non credo sia stato capito in Europa e non penso che aumenti la preoccupazione nei nostri confronti. O almeno, non ancora...»

Che vuol dire?
«Tutto dipende dalle conseguenze politiche. Leggo che, per alcuni, la crisi della Bicamerale non deve coinvolgere il governo. Per altri invece sì. Il vero problema, visto da qui, è se il governo sopravviverà alla crisi. Se cadesse, allora sì che si preoccuperebbero. Il fatto che per tre anni l'Italia sia stata rappresentata dalle stesse facce, è stato positivo per la nostra immagine. E vorrei ricordare che questa mini-stabilità è il frutto del referendum sull'abolizione del sistema elettorale proporzionale, anche se poi il referendum è stato tradito...».

Quanto contano la stabilità politica, la governabilità, per il nostro aggancio all'Europa?
«Moltissimo. Direi che dal mio punto di vista la riforma del sistema partitico e istituzionale era altrettanto importante del risanamento economico, se non di più. Ma, come sempre, quando l'Europa ci impone un vincolo alla fine bene e o male ci arriviamo. Quando questo vincolo non c'è, come nel caso delle riforme del sistema politico, non combiniamo nulla: quante settimane sono passate dal 2 maggio, quando ci hanno accolto nell'euro?».

Questo vincolo non era implicito?
«Implicito, appunto. Certo, i partner si aspettavano che noi procedessimo su questa strada. Ma la scelta del sistema della Bicamerale ha talmente annacquato con una serie di fumisterie costituzionali il dibattito sulla vera posta in gioco, cioè la scelta del sistema politico, che alla fine nessuno all'estero riusciva più a seguirlo. Del resto, secondo me, nessuno ci capiva più nulla neppure in Italia, tranne forse gli addetti ai lavori».

E allora?
«Il vero nodo, come dicevo, è la scelta del sistema politico. E questa si risolve modificando il metodo elettorale, il che non implica un dibattito costituzionale come quello che si è imbastito sui poteri del presidente della Repubblica. E la scelta è semplice: o si adotta il sistema anglosassone, con collegi unici e un bipartitismo secco, oppure si adotta un metodo continentale. Invece noi ci siamo sbizzariti inseguendo ibridi tanto astrusi che alla fine ci siamo persi per strada».

Lei come la pensa?
«Io resto testardamente convinta che il Paese abbia bisogno di una dieta che lo disintossichi dai partiti. E questo si ottiene con il sistema anglossassone: "the first wins the post", chi arriva primo, vince. Ma per questo non occorrono riforme costituzionali. Blair non ha mica poteri straordinari. Basta modificare il sistema elettorale».

Non le sembra troppo semplice...
«Ma è semplice. Solo che ci vuole la volontà per farlo. La lezione di tutta questa vicenda è che l'autoriforma del sistema è difficile, se non impossibile. Non si può affidare questo compito a chi ha interessi vitali da difendere: i partiti e i partitini non accetteranno mai una riforma che li elimini. La forza di autoconservazione, la resistenza del sistema al cambiamento è terribile, come dimostra anche la vicenda del finanziamento pubblico ai partiti o la stessa vicenda di Radio radicale...».

E allora?
«E allora, la conclusione è semplice: la riforma del sistema politico o la imponiamo per referendum, oppure ce la possiamo scordare».

 

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