CONTRO LA QUOTA
ELETTORALE PROPORZIONALE ROMA - Parte il referendum. E parte anche Di Pietro. Perché la giornata che segna l'avvio della raccolta di firme contro la quota proporzionale della legge elettorale è un assaggio del Tonino-tour che comincerà oggi in Sicilia, per far conoscere la sua «Italia dei valori». C'erano tutti ieri mattina in Campidoglio: Segni, Occhetto, Abete, Petruccioli, Scoppola, Taradash, Adornato e gli altri big della campagna referendaria che sognano il rafforzamento del maggioritario e vedono il «patto della crostata» di casa Letta peggio del diavolo tentatore. E tutti si sono mobilitati, nel pomeriggio, per raccogliere le prime firme. Ma è stato soprattutto il simbolo di Mani Pulite a dare battaglia schierandosi con Marco Pannella contro il finanziamento pubblico dei partiti, promettendo una rivincita contro il «513» e mobilitandosi subito per il doppio turno di collegio, laddove gli altri esponenti del comitato referendario sono molto più cauti. La campagna comincia ufficialmente alle 11 con un lancio di palloncini bianchi da piazza del Campidoglio. Antonio Di Pietro e Mario Segni si abbracciano e scatta l'orologio per la raccolta delle 500 mila firme necessarie per indire il referendum. Ci sarà tempo fino al 24 luglio anche se ancora non si è sciolto il rebus della concomitante iniziativa pannelliana: il quesito del leader radicale è identico, ma non si sa se le due raccolte potranno essere sommate. Occhetto se la prende con la Bicamerale che «sta producendo un mostriciattolo». Segni dichiara aperta la «santa crociata contro la partitocrazia» e accoglie con soddisfazione l'ingresso nel comitato referendario di Publio Fiori (An). Poi annuncia che martedì prossimo presenterà un'iniziativa contro il finanziamento pubblico dei partiti e incassa un «bravo» da Di Pietro: «Così ora chi mi dice le parolacce le dovrà estendere anche a lui». L'ex pm viene preso d'assalto da fotografi e giornalisti. Ma lui si irrita di fronte a chi ipotizza la longa manus di D'Alema dietro i referendum: «Io non ho né padri, né padrini, né padroni». Quando poi gli viene ricordato che Berlusconi lo definisce «un avventuriero» si spazientisce: «Basta: oggi parlo solo di referendum». E invita con un inequivocabile gesto della mano ad allontanarsi. Insomma, non è aria. Ma il momento della verità è alle 17 a Campo de' Fiori, luogo prescelto per inaugurare la sua, personale, raccolta delle firme. Tonino si mette a sedere dietro al tavolino e accoglie i cittadini assistito dai fedelissimi dell'«Italia dei Valori», dalla portavoce del movimento Alessandra Paradisi alla responsabile romana Antonia Stanganelli, funzionaria del ministero dei Lavori Pubblici, suo dicastero per una breve stagione. Ma c'è anche Willer Bordon che ad un certo punto lo aiuta megafonando. Le gente si avvicina per firmare. E subito si rivelano fans e nemici. Caterina De Angelis, romana de Roma, confessa di avere appena finito di capare i carciofi: «Darò la votazione a lui: gli altri mi fanno schifo». Un uomo invece avanza con aria minacciosa divorando un enorme pezzo di pizza bianca: «Ah ladro, vattene via». E gli tira monetine. Per il resto sono sorrisi e strette di mano: contenti soprattutto per avere conosciuto «personalmente» Di Pietro. Lui ne approfitta per qualche battuta sul 513: «Fra 15 giorni, se non succede niente, faremo qualcosa. Lo prometto». E anche per far firmare, oltre al referendum, la legge di iniziativa popolare per l'introduzione del doppio turno di collegio. Anche Segni, nel suo tavolo di raccolta a piazza della Maddalena, ha il modulo per quella seconda firma, ma è molto più cauto: «L'importante è vincere la prima battaglia, quella contro la proporzionale. Poi si passerà alle altre». L'associazione dei giovani imprenditori sceglie invece di passare subito all'attacco: da ieri, in tutte le città, invita a firmare anche per il doppio turno di collegio. A differenza dell'ex presidente della Confindustria Luigi Abete che ieri pomeriggio, nel suo tavolino a Largo Goldoni, proponeva solo il modulo per la firma anti-proporzionale: «Sono per il doppio turno, ma è meglio attendere». E, scatenatissimo, si piazzava in via del Corso per fermare i passanti e convincerli ad aderire mentre i collaboratori della sua azienda attendevano invano per fargli firmare documenti di lavoro. |
IL PUNTO Come i cristiani alla battaglia di Lepanto. Così la flotta dei referendari anti-proporzionale presenta se stessa nelle parole di Antonio Di Pietro e Mario Segni. Ma l'unità d'intenti per adesso non esiste e la crociata sulla legge elettorale si snoda lungo percorsi separati e talvolta contraddittori. I filoni sono tre. C'è il gruppo Di Pietro-Segni-Occhetto-Abete-Martino-Barbera-Petruccioli, che si è messo all'opera appoggiato dalla rivista Liberal ed è sostenuto, tra gli altri, da personalità indipendenti come Cossiga e l'industriale Marzotto. Il progetto consiste nell'eliminare il voto con cui si assegna ai partiti, nella quota proporzionale, il 25 per cento dei seggi. I prescelti andranno cercati tra i «non eletti» più votati nelle varie circoscrizioni. E' chiaro che si tratta di un referendum che premia le grandi aggregazioni (Ulivo, Polo) e punisce, fino a renderle superflue, le liste di partito. Nel comitato promotore Di Pietro rappresenta, come è logico, il personaggio trainante. Ma il senatore è attento a non rompere i ponti con D'Alema e si preoccupa di legare il referendum all'iniziativa di legge popolare per il doppio turno di collegio, alla francese. Che è poi il vero obiettivo a cui non rinuncia una parte della sinistra. Come dice D'Alema, rivolto agli ulivisti intransigenti (e tra le righe anche a Prodi), «non si possono sostituire i partiti con la coalizione; a meno di trasformare la coalizione in partito». L'Ulivo va bene, ma il Pds dalemiano non intende annullarsi. Riaffiora la nota diffidenza della Quercia verso il «patto di casa Letta», ossia l'impegno per il doppio turno di coalizione che piace a Berlusconi e Marini. E' una ostilità esplicita nel dinamismo di Di Pietro. Ma la si riscontra anche nell'altro referendum che muove i primi passi. Quello promosso da Stefano Passigli e da numerosi intellettuali con l'intento di abolire il cosiddetto «scorporo» (il vantaggio offerto ai partiti minori nella quota proporzionale). Il punto interessante è che questo referendum nasce con il tacito consenso di D'Alema. Il quale non può rinnegare in modo plateale l'intesa di «casa Letta»; e tuttavia lascia che il sentimento profondo, anti-proporzionale dei Democratici di sinistra si esprima ai banchetti dove si raccolgono le firme. Con il sottinteso di pilotare poi le cose verso l'approdo del doppio turno francese. S'intende che il referendum di Passigli rassicura le Botteghe Oscure; mentre quello di Di Pietro-Segni-Occhetto, con la sua trasversalità, è giudicato un'incognita. Infine c'è un terzo filone referendario: quello percorso, come sempre in solitudine e con scarsa eco di stampa, da Marco Pannella. Qui l'aspetto che colpisce è il tentativo di collegare la spinta verso un sistema elettorale monoturno di tipo anglosassone alla pressione contro il finanziamento di Stato ai partiti. E a questo punto il cerchio si chiude: perché comincia a saldarsi un fronte anti-finanziamento che riunisce, oltre a Pannella e a Taradash, anche Di Pietro, Segni e un «cartello» di intellettuali. Non sufficiente a bloccare la legge dei 110 miliardi, ma abbastanza da alimentare un contrasto di fondo. Ecco allora che s'intravedono le conseguenze. Due in particolare. Se le diverse raccolte di firme avranno successo, in ottobre la tendenza a cambiare la legge elettorale prima che si svolgano i referendum sarà forte. Ma la coincidenza con il dibattito sulle riforme istituzionali creerebbe quell'incrocio che si vuole a tutti i costi evitare. Non a caso il Polo, al fine di cautelarsi, sta per presentare la proposta di legge sul patto di casa Letta. E chi vuole le riforme guarda con paura a uno scontro in Parlamento sulla legge elettorale. In secondo luogo, se i referendum saranno ammessi, la loro carica anti-partitica potrebbe esplodere nella primavera del '99. Mescolandosi all'ultima fase della revisione costituzionale. E' noto che anche questo processo terminerà con un referendum: gli italiani saranno chiamati a confermare o smentire la nuova Costituzione. Potrebbe essere nello stesso '99 o più avanti, a seconda dei tempi del Parlamento. Ma è obbligatorio. Che cosa accadrà se qualche politico (Di Pietro) e una parte della magistratura decideranno di scendere in campo contro la riforma della giustizia? La miscela sarebbe davvero straordinaria. Avremmo allo stesso tempo (o in tempi di poco sfalsati) una battaglia referendaria contro la proporzionale; una contro il finanziamento pubblico dei partiti; e una contro gli accordi sulla giustizia percepiti come partitocratici. Si capisce dunque il motivo per cui nessuno sottovaluta le iniziative referendarie. E perché al Quirinale Scalfaro lavora a una discreta mediazione volta a favorire una riforma che non sia vista come punitiva e ingiusta dai magistrati. |