Il Sole 24 Ore Online

Sabato, 30 maggio 1998


«Bisogna chiudere la transizione verso il maggioritario»
Abete: la modernizzazione passa per il referendum

di Luca Ostellino

ROMA — «La campagna referendaria per il maggioritario rappresenta il secondo tempo della partita per la modernizzazione del Paese. Abbiamo bisogno di chiudere la transizione per entrare in Europa come veicolo della modernizzazione e non come vagone di coda al traino di Francia e Germania». Luigi Abete, tra i più attivi promotori del referendum per l’abolizione della quota proporzionale nella legge elettorale, è convinto che questa volta la partita si possa chiudere sul serio. Di fronte alle difficoltà della Bicamerale e all’ipotesi di una nuova legge elettorale, che, di fatto, porta la quota proporzionale dal 25 al 40%, la campagna referendaria ha infatti assunto un ruolo determinante per spingere il sistema politico verso un bipolarismo compiuto. È una battaglia che Abete conduce da molti anni. Nell’assise di Parma del dicembre del 1992, quando era presidente di Confindustria, impegnò il mondo dell’impresa nella scelta del maggioritario, indicando nel sistema elettorale francese lo strumento più adeguato alla realtà italiana. Una scelta che non era chiaramente vincolante per la Confederazione, ma che fu largamente condivisa dagli imprenditori. Oggi, da «semplice» cittadino, sottrae tempo alla sua attività di imprenditore e di presidente della Luiss per partecipare in prima persona e «con soddisfazione» alla raccolta delle firme: «Ho dato un contributo a questo obiettivo con altri ruoli — spiega — e sarebbe del tutto contraddittorio se non lo facessi da cittadino. Come sarebbe contraddittorio se non lo facessero gli altri imprenditori».

A che punto si è arrivati con la raccolta delle firme?
Dovremmo essere intorno alle 150mila. Ma la nostra valutazione è per difetto, perché siamo in grado di controllare solo quelle raccolte direttamente e non quelle raccolte negli 8mila Comuni.

Non sembrano molte e il 24 luglio, termine ultimo per raccogliere le 500mila firme, non è lontano.
Non credo che sarà un problema. Questa è un’iniziativa di cittadini e di singoli parlamentari che, finora, non hanno dietro strutture di partito organizzate. Lo start up iniziale è più complesso e la sensibilizzazione più difficile, ma proprio per questo la crescita è esponenziale.

Lo stallo della Bicamerale può dare una spinta?
Al di là delle tensioni di questi giorni, nei cittadini si sta diffondendo la consapevolezza che solo una legge elettorale maggioritaria è la vera piattaforma sui cui si può costruire una riforma costituzionale adeguata, e non viceversa.

La gente non sembra però così coinvolta come nella precedente campagna referendaria.
Il problema è che chi non firma non lo fa perché non è d’accordo, ma perché è completamente disilluso dagli eventi che sono accaduti negli ultimi anni, dall’uso che la politica ha fatto dei referendum. Finora il referendum non passa sul piano emozionale, però passa sul piano razionale.

E quindi ha più valore.
Mentre i referendum precedenti erano referendum emozionali con una capacità di trascinamento iniziale maggiore, oggi c’è un importante aspetto razionale, di consapevolezza sul fatto che per avere un sistema più efficiente occorre ridurre il numero dei partiti e costringere quelli più piccoli ad allearsi tra di loro.

Giovanni Sartori sostiene però che il problema della proliferazione dei partiti non è determinato dalla quota proporzionale ma dal turno unico. Mi sembra che tra voi ci sia una certa distanza.
Io condivido la prospettiva del professor Sartori per il doppio turno. Non c’è nessuna polemica. Credo che un sistema alla francese sia molto più adeguato all’attuale assetto sociale, istituzionale e politico del Paese. Non arrivo però a pensare che è meglio avere un sistema inefficiente e confuso come quello attuale piuttosto che un turno unico, laddove tra i maggioritari prevalesse questa ipotesi. Inoltre, per la proposta sul doppio turno bastano 50mila firme mentre per il referendum ce ne vogliono 500mila. Visto che le 50mila firme le abbiamo già ampiamente raccolte, logica vuole che ci concentriamo sull’obiettivo ancora da raggiungere.

Se il «Mattarellum 2» dovesse passare, il referendum potrà essere trasferito sulla nuova legge elettorale?
Io credo di sì. Ma aldilà delle questioni tecniche, questa battaglia ha una grande valenza istituzionale: significa il consolidamento di un principio che i cittadini italiani hanno già espresso in favore di un sistema più moderno in termini di legge elettorale. Non si può accettare che la Bicamerale sia il cavallo di Troia per fare passare una legge elettorale che torna indietro.

 

Torna alla Rassegna stampa

Hosted by www.Geocities.ws

1