la Repubblica

Lunedì, 23 marzo 1998


Quel segreto del Mattarellum
Barbera: "Grazie a un accordo voluto da Calderisi ora si può fare il referendum"

ROMA - Un piccolo segreto custodito per cinque anni, un retroscena inedito che viene a galla per caso, e il "Mattarellum" torna a far parlare di sé. La polemica riprende improvvisa come se il tempo non fosse passato, perché da un biglietto scritto di corsa e da una manciata di emendamenti potrebbe dipendere - chissà - la sorte dei prossimi referendum contro la proporzionale.

A rivelare l'episodio è stato Augusto Barbera, già numero due del movimento referendario del ' 93, ex deputato del Pds e autorevole costituzionalista. Intervenendo al convegno dipietrista di Sansepolcro, Barbera ha raccontato che "nel 1993 ci fu un preciso accordo tra Peppino Calderisi e Sergio Mattarella affinché la legge elettorale fosse "referendabile", cioè quella legge fu costruita in modo tale che potesse essere sottoposta a referendum". "Merito di Calderisi - ha aggiunto - che ci aveva visto giusto. Ora a cinque anni di distanza i fatti gli danno ragione. E grazie a quell'accordo noi possiamo fare il referendum".

Di che si tratta? Per comprendere l'episodio bisogna tener presente che sia nel quesito del '93 sia in quello appena depositato da Segni, Di Pietro, Pannella e Barbera - il cosiddetto "uovo di Colombo" - l'abolizione della quota proporzionale è stata realizzata cancellando parole, frasi o periodi dalla legge esistente. Racconta Calderisi: "Quando si trattò di scrivere la nuova legge, quella che sarebbe diventata il "Mattarellum", il relatore Mattarella aveva proposto un testo che diceva pressappoco così: l'elettore dispone di due schede, con la prima vota per il candidato nel collegio uninominale e con la seconda vota per la lista proporzionale. Hai voglia a cancellare, pensai, questo testo non lo potremo correggere mai". Allora Calderisi studiò un emendamento, che fu proposto in commissione dal radicale Elio Vito. Recitava il nuovo testo: "Ogni elettore dispone di: un voto per l'elezione del candidato nel collegio uninominale (...) e di un voto per la scelta della lista...". La sostanza era esattamente la stessa, ma così sarebbe bastato cancellare la seconda parte dell'articolo per lasciare all'elettore solo il voto nel collegio uninominale. E abolire la quota proporzionale.

L'emendamento passò senza che nessuno battesse ciglio. Poco dopo, però, Mattarella mandò un biglietto a Elio Vito. "Non pensare che non abbia capito - gli scrisse - a che cosa è mirato l'emendamento sulla scheda che abbiamo appena approvato al posto di quello predisposto da me". Ho capito tutto, diceva insomma Mattarella. "E approvandolo si dichiarava di fatto d'accordo" sostiene Calderisi. Che aggiunge: "Come quello, passarono un' altra decina di emendamenti che avevano lo stesso scopo: il futuro referendum. Ricordo che Mattarella, uscendo, mi disse: "Basta che non lo facciate subito, questo referendum"".

Andò davvero così? Mattarella lo nega decisamente: "Non c'è mai stato alcun accordo tra Calderisi e me. Al suo emendamento, presentato da Vito, io come relatore mi dichiarai indifferente. E quando venne approvato dalla commissione e io dissi a Calderisi che avevo ben capito che lui mirava a fare un referendum: ma l'intenzione era sua, non mia. Parlare di accordo sull'emendamento significa inventarsi la realtà".

Tanto calore in questa polemica su un emendamento di cinque anni fa nasconde un risvolto che non sfugge a nessuno dei protagonisti. Se fosse provato che la legge fu costruita in modo tale da aprire la porta al futuro referendum, la Corte Costituzionale non potrebbe, esaminando i quesiti, sostenere la loro illogicità o contestare il meccanismo della "norma ritagliata". E il via libera della Corte sarebbe un pochino più probabile. Perciò la battaglia per i referendum passa anche attraverso questo retroscena.

 

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