Chi candida i candidati? ORA che il senatore Giorgianni è stato rimosso dall'incarico di sottosegretario all'Interno, dopo la decisione dell'Antimafia di trasmettere a Palazzo Chigi la documentazione raccolta sul suo conto e il conseguente provvedimento del Consiglio dei ministri, si ripropone un interrogativo di fondo che va oltre il caso specifico e prescinde anche dall'accertamento delle responsabilità giudiziarie. Parafrasando il vecchio motto latino "Quis custodiet custodes", chi sorveglierà i sorveglianti, la questione si può riassumere in un interrogativo: chi candida i candidati? E cioè, chi ha il potere di decidere se Tizio, Caio o Sempronio deve presentarsi alle elezioni, in quale lista e sotto quale simbolo, per quale partito o coalizione e soprattutto in quale collegio? Il problema non è certamente inedito e non si pone per la prima volta nel caso di Giorgianni. Già in passato, molti altri ex magistrati sono stati "paracadutati" dall'alto in collegi a cui erano completamente estranei: valga per tutti l'esempio di Antonio Di Pietro nel Mugello. Ma di fronte alla protesta retrospettiva degli elettori di sinistra, costretti nel collegio di Fano-Senigallia a votare per Giorgianni come senatore dell'Ulivo, senza conoscerlo direttamente e senza conoscere la sua precedente attività nel distretto giudiziario di Messina, la questione s'impone alla riflessione generale. A differenza di quanto accadeva in passato, anche per la Camera infatti il sistema uninominale maggioritario non lascia ormai scelta ai sostenitori di un polo o dell'altro. Il candidato in lista è uno solo e uno solo sarà alla fine il vincitore. Per di più, proprio per favorire un rapporto più immeditato fra gli elettori e l'eletto, l'ampiezza dei collegi è stata ridotta e il bacino elettorale risulta più circoscritto: si dovrebbe presupporre, perciò, un maggiore radicamento del singolo parlamentare in quell'area del territorio. Che senso ha allora prendere di peso un ex magistrato di Messina (o di qualsiasi altra città) e trapiantarlo nelle Marche? Con quale logica, che non sia una pura spartizione di posti e di poltrone, si candida al Parlamento un signore che non ha nessuna esperienza politica o amministrativa, da poco iscritto a Rinnovamento italiano, per assegnargli un collegio senatoriale sicuro, tradizionalmente orientato a sinistra? Fino a che punto è lecito che una coalizione come l'Ulivo (ma il discorso è analogo per il Polo di centrodestra) si affidi al "soccorso rosso" per pescare voti nel serbatoio del Pds e già prima del Pci? E ancora: quanto può valere "ex post", in termini di consenso e d' investitura democratica, una legittimazione popolare acquisita in tal modo? Ecco, al di là di ogni valutazione di merito sul personaggio e sull'intera vicenda, il caso Giorgianni richiama tutti a una verifica sul tema della selezione del personale politico, sul "cursus honorum" dei candidati, sul rapporto fra ciascuno di loro e il collegio in cui viene presentato al giudizio degli elettori. È vero che, da che mondo è mondo, sono le segreterie dei partiti a decidere le liste. Ed è anche vero, d'altra parte, che è stata proprio l'opinione pubblica a chiedere insistentemente di ridimensionare i "mestieranti della politica", per aprire le porte del Parlamento ai rappresentanti della società civile, professionisti, imprenditori o intellettuali. Ma una qualche forma di esame, un setaccio, un "controllo di qualità", bisognerà pur individuarlo e metterlo in atto per selezionare il ceto politico, fuori dal vecchio circuito tutto interno alla carriera di partito. Torna così d'attualità la proposta delle elezioni primarie, da tenere fra gli aderenti a ciascun movimento o forza politica e fra gli elettori di ogni collegio, in modo da rimettere alla base l'indicazione originaria delle candidature. Non si tratta evidentemente di sottrarre ai partiti, alle segreterie e ai loro leader un potere finale di decisione, bensì di attribuire a una rappresentanza qualificata del corpo elettorale la facoltà di circoscrivere almeno una "rosa" di nomi tra cui scegliere i candidati. Un sistema del genere avrebbe fra l'altro anche il pregio di rendere più chiare le responsabilità, favorendo la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed elevando il grado di democrazia nella competizione elettorale. Con un tale meccanismo, forse anche il caso Giorgianni non sarebbe accaduto, la sua candidatura "extra moenia" sarebbe stata improponibile e chissà quanti altri episodi analoghi d'imposizione dall'alto si potrebbero evitare per il futuro. |