la Repubblica

Giovedì, 5 marzo 1998


Riforme, Marini divide l'Ulivo
"Se saltano, si vota" e attacca Di Pietro. No del Pds
di Silvio Buzzanca

ROMA - Le riforme devono arrivare in porto, altrimenti non resta che andare a votare, dice Franco Marini in un'intervista all'Ansa. Ma quando mai, risponde Massimo D'Alema, il governo è una cosa, la Bicamerale un'altra. Il giorno dopo l'adesione di Antonio Di Pietro al comitato referendario (oggi la presentazione del quesito in Cassazione) che vuole abolire la quota proporzionale dalla legge elettorale, Ppi e Pds parlano due lingue molte diverse.

Il segretario dei popolari crede nella Bicamerale, ma ricorda che "l'impegno preso da tutte le forze politiche nel ' 96 davanti agli elettori era esplicito. Dunque, se fallisce il processo riformatore finisce sostanzialmente la legislatura". Messo in chiaro questo punto, il leader dei popolari boccia anche il tentativo di svuotare il lavoro della Bicamerale con il referendum. Marini pensa "la domanda referendaria è un imbroglio. Non diminuisce la quota dei seggi distribuiti proporzionalmente".

Accusa a cui Mario Segni, promotore del referendum, risponde: "Basta con le mistificazioni. L'obiettivo del referendum è chiarissimo: abolire la quota proporzionale".

Il leader del Ppi, intanto, aggiunge che nel mirino ci sono i partiti e i loro simboli, sostiene che "il referendum rilancia il rischio di una democrazia plebiscitaria che pensa di cancellare le forze politiche, si presenta con forti venature di qualunquismo". Aggettivi spesi più volte per bollare le iniziative di Di Pietro. E Marini, quando sente il nome dell'ex pm, sbotta in un chiarissimo: "Appunto". Il malumore popolare contro il senatore del Mugello era emerso in diverse occasioni, ma adesso diventa un tassello della complicata battaglia sulle riforme.

Anche perché, da Milano, D'Alema risponde subito che "una cosa sono le riforme, un'altra il governo". Il segretario del Pds non vede il legame fra Bicamerale e Palazzo Chigi. "Non c'è automatismo - spiega D'Alema - tra un'eventuale bocciatura delle riforme e le elezioni. Io non ho mai pensato a niente del genere e se c'è qualcuno che lo ha fatto, non è un grande pensatore. Perché si torni a votare dovrebbe venir meno la maggioranza". Aperto contrasto quindi. E per cercare di capire come al fondo l'elemento dirompente sia ancora Di Pietro basta ascoltare l'opinione, dal Polo, di Pier Ferdinando Casini sul referendum di Segni. Il segretario del Ccd spiega che l'iniziativa referendaria "offre a D'Alema un'arma di sicura efficacia nei confronti di tutti i suoi alleati. Un minuto dopo avere centrato questo obiettivo il Pds avrebbe gioco facile a rilanciare il doppio turno di collegio". A cosa si riferisce Casini? Probabilmente alla possibilità che la stessa entrata in scena Di Pietro a favore della semplificazione del sistema dei partiti offra a D'Alema un asso da giocare nella partita della Bicamerale. Il leader del Pds ieri ha detto di temere il fallimento delle riforme già in prima lettura, ma spera ancora, tuttavia, in un Berlusconi più conciliante e in un esito positivo. In ogni caso potrebbe giocare la carta referendum. Potrebbe usarla come deterrente durante il voto sulle riforme contro i minori dell'Ulivo e Rifondazione, oppure potrebbe servirgli per offrire loro il doppio turno, a riforme approvate, come male minore rispetto alla scomparsa della proporzionale.

 

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