Clima acceso attorno al
referendum che vuole abolire la quota proporzionale. ROMA - Diavolo dun referendum. Non è ancora neanche iniziata la raccolta delle firme, e già il mondo politico è in fibrillazione. A tal punto che torna a far capolino quel doppio turno di collegio che tanto piace a Massimo DAlema (e non solo), che in Bicamerale è stato bocciato ma che adesso trova nuovi, autorevoli sponsor. È il presidente del Senato, Nicola Mancino, a farsi paladino del doppio turno, scontando un inevitabile conflitto con il suo partito, il Ppi, ferocemente avverso. A meno che... A meno che tra i Popolari di Franco Marini si stia facendo largo la convinzione che, col referendum in campo, fare le barricate non sia la scelta più oculata. Raccontano che laltro giorno il vicesegretario del Ppi, Dario Franceschini, si sia incontrato con Augusto Barbera, pds e referendario, e gli abbia fatto più o meno questo discorsetto: «Al sistema che uscirebbe dal referendum siamo e rimarremo contrarissimi, ci farebbe a pezzi. Potremmo invece essere a favore di una legge elettorale a doppio turno di collegio se avessimo le garanzie che già al primo turno ci si possa presentare come Ulivo». Dietro la corazza del no pasaran, insomma, dentro il Ppi qualcosa sembra mettersi in movimento. La famosa crostata di casa Letta è sul punto di sbrindellarsi? Mancino è esplicito: «Se il referendum sarà ammesso, il risultato è scontato», è la sua premessa, dalla quale fa derivare questa conslusione: «A quel punto la garanzia di esistere per i partiti più piccoli è data più dal doppio turno di collegio che dalluninominale secco allinglese». Nel frattempo, in parallelo e in sintonia, il pds Cesare Salvi dalla prima pagina dellUnità rilancia il doppio turno tessendo le lodi di Di Pietro»: «Ha ragione il senatore Di Pietro quando afferma che liniziativa referendaria ha un senso soltanto se si caratterizza come spinta e stimolo al Parlamento per una legge più maggioritaria e bipolare attraverso lintroduzione del doppio turno». Si è, comunque, alle prime battute. Le posizioni ufficiali restano quelle note. Da una parte i referendari esultano («Se un esponente autorevole come Mancino dice queste cose, è già una vittoria anticipata del referendum», commenta Barbera), ma dallaltra è un fuoco di sbarramento da Forza Italia, Rifondazione e partiti minori. Il leit motiv è uno, netto e preciso: se si mette in discussione lintesa di casa Letta, salta tutto. Lo dice a chiare lettere Beppe Pisanu, capogruppo forzista alla Camera: «Se il Pds, dopo aver cambiato posizioni sulla giustizia ora cambia anche sulla legge elettorale, vuol dire che si cambia tutto e che la Bicamerale ricomincia da zero». Spara a palle incatenate anche Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione: «Lo scopo è solo quello di colpire i partiti in quanto tali, come se fossero elementi di negatività, si punta al massacro dei partiti autonomi. Se il problema è semplificare il quadro politico, basterebbe introdurre una soglia del 4-5 per cento e si risolverebbe». Per An, Adolfo Urso pone un aut aut: «Il referendum può anche servire da stimolo, ma le riforme vanno fatte in Parlamento. E se i promotori, unarmata Brancaleone, hanno in mente di far saltare la Bicamerale, allora li contrasteremo con doverosa chiarezza». In una situazione di tanto movimento, va ad aggiungersi intanto unaltra inziativa destinata ad avere svipulli politici. Al Parlamento della Padania che si riunisce oggi, per la prima volta hanno annunciato la loro presenza alcuni esponenti di Forza Italia e il leader riformatore, Marco Pannella. «I parlamentari azzurri saranno presenti a titolo personale, ma con il consenso del partito», ha spiegato Marco Formentini. |