Il Messaggero

Venerdì, 6 marzo 1998


L’ex magistrato di Mani Pulite
allo stesso tavolo di Biondi,
l’ex ministro del “decreto salvaladri”

di STEFANO MUCCIOLI

ROMA - Eccoli lì, i cavalieri del referendum. Non andranno alla ricerca del Sacro Graal ma, più prosaicamente, si batteranno per cambiare la legge elettorale, abolendone la quota proporzionale. La tavola è rettangolare (e non rotonda) ma a Mario Segni, questa volta, è riuscita una magia degna del miglior Merlino: mettere insieme Alfredo Biondi (quello del decreto ”salvaladri”) e Antonio Di Pietro (che contro quel provvedimento aveva combattuto). Non solo: Occhetto, l’ex segretario del Pds, siede accanto a Martino, il liberista di Forza Italia. E l’ex presidente della Confindustra Abete apre la conferenza a fianco del costituzionalista pidiessino Barbera. Ma in sala ci sono, tra gli altri, anche Scozzari e Taradash, Bordon e Calderisi, Petruccioli e Masi.

Squadra troppo eterogenea, si dirà. Divisa anche da concezioni diverse del maggioritario: c’è chi lo vuole a doppio turno e chi lo preferisce a turno unico. Eppure partono tutti insieme per la stessa crociata in difesa del bipolarismo perfetto. E quando il quesito referendario viene depositato alla Corte di Cassazione al ”Palazzaccio”, Di Pietro e Occhetto si stringono la mano come due vecchi amici.

Ognuno usa i suoi slogan. Mario Segni vuole «restituire la politica ai cittadini». Achille Occhetto chiede di «battere il tentativo di restaurazione che avanza». Antonio Di Pietro spera di farla finita «con la nascita di partiti e partitini che pretendono di bloccare il Parlamento, la vita politica e le riforme». Tutti però hanno la stessa idea: completare quella battaglia referendaria iniziata nel ’93 da Segni. «Senza la quale - ricorda Occhetto - il Paese non sarebbe mai cambiato».

A spiegare cosa succederebbe con il nuovo referendum è il pidiessino Augusto Barbera: «Non esisterebbero più nè il voto per la lista di partito nè la quota proporzionale del 25%». Sarebbe questo il modo migliore, secondo il costituzionalista della Quercia, per eliminare «la permanente conflittualità» tra partiti della stessa coalizione che «sono alleati nei collegi uninominali e poi diventano concorrenti per il secondo voto proporzionale». In pratica al momento del voto il cittadino avrebbe una sola scheda per l’elezione con il metodo maggioritario e il 25% dei seggi (ora assegnati con il proporzionale) spetterebbero ai candidati non eletti che hanno ottenuto i migliori piazzamenti nelle circoscrizioni.

«In Parlamento - tuona Di Pietro - dovranno andare solo coloro che saranno indicati direttamente dai cittadini. Basta con la prepotenza di partiti e partitini. Il vero problema è che senza il proporzionale si perdono le poltrone. Ecco perché ci criticano». Poi annuncia: «Il mio nuovo movimento raccoglierà le firme anche per il maggioritario a doppio turno ”alla francese”»

Ma che effetto potrà avere un referendum di simile portata sul difficile cammino delle riforme? A smorzare gli allarmismi sono gli stessi promotori. «Non siamo contro la Bicamerale - ripetono in coro - anzi cerchiamo di migliorarla». Del resto, sino ad oggi, né Fini né D’Alema si sono pronunciati contro il referendum. Rischia, invece, il patto di casa Letta. «Adesso - sbotta Occhetto - la crostata se la mangi qualcun’altro». E l’arrivo di Francesco Cossiga tra i referendari, annunciato ufficialmente ieri, non è un bel segnale per quell’intesa.

Non a caso Armando Cossutta sente subito odore di bruciato. «Questo referendum è un’iniziativa molto grave - avverte - che andrebbe contrastata sia nell’Ulivo sia nel centrodestra. Vanno accelerati i tempi per l’approvazione di una legge elettorale che ricalchi l’accordo tra capigruppo in Bicamerale». Tra i contrari si leva anche la voce del Ppi. «Non per nostra convenienza - spiega il vicesegretario Dario Franceschini - ma a difesa della rappresentanza dei partiti». Il capogruppo dei Verdi al Senato, Maurizio Pieroni, la butta sull’ironia: «Abolire i partiti non è un’idea nuova: negli anni Venti in Italia ci aveva già pensato qualcuno...».

Ora il primo nodo da risolvere, per i referendari, sarà quello delle firme: ne serviranno 500 mila, da depositare entro il 15-20 luglio. «E far finta che sia facile raccoglierle - avverte il forzista Peppino Calderisi - sarebbe il modo migliore per sbattere la testa». Forse è anche per questo che ieri, dal tavolo del comitato promotore, Segni, Occhetto e Martino hanno lanciato un appello ad un prezioso alleato come Marco Pannella: «Ripensaci, unisciti a noi». Ma Marco Pannella, almeno per il momento, resta in disparte. «Il referendum - avverte - va rispettato e non tradito. Se troveremo un accordo, ne sarò felice. Altrimenti lotteremo contro tutte le operazioni di regime».


Intervista al giovane che ha avuto l'idea
«Antonio Di Pietro non può appropriarsi del referendum»
di ALEX DE PALO

ALBA ADRIATICA - «L’abbiamo offerta a Pannella, Segni l’ha fatta sua, non vogliamo i diritti d’autore, ma non ci sta bene che Di Pietro la utilizzi per scopi suoi personali». Marco Nardinocchi, insieme a Emilio Colombo, ha pensato la proposta referendaria sull’abolizione del 25 per cento dei voti attribuiti con la proporzionale. Nardinocchi è un giovane vulcanico di 23 anni, che potrebbe da questo punto in poi dar corso ad un’evoluzione storica, il futuro cambiamento del sistema elettorale nazionale, della spartizione della ”crostata” come più volte è stato etichettato. Nelle vene di Marco Nardinocchi scorre sangue abruzzese. Laureato all’Università Bocconi con 110 e lode, Nardinocchi, che vive con i genitori ad Alba, presta servizio civile presso il Comune di Nereto ed ha escogitato una sua formula atta a modificare il destino della quota proporzionale. Secondo il giovane albense ”filopannelliano”, l’idea è di assegnarli ai meglio piazzati. «Recuperare tra gli sconfitti, è in sostanza il mio obiettivo, i primi tre che hanno ottenuto la percentuale di voti più alta».

Cosa l’ha spinto a pensare un proposta di modifica della quota proporzionale?
«Vedevo i politici che si dannavano alla ricerca affannosa di una soluzione che mettesse d'accordo i partiti e che approdasse a un radicale cambiamento della fetta del 25 per cento. Solo rendendo accettabile la richiesta referendaria alla Giustizia Costituzionale si potrà pervenire a una soluzione. Leggendo i giornali e seguendo la politica direttamente da Milano dove ho studiato, io e il mio amico Emilio Colombo abbiamo pensato di offrire al club Pannella l’idea».

Il suo ispiratore è stato Pannella
«Sì. Ho iniziato con lui a raccogliere le firme nel capoluogo lombardo per i famosi venti referendum. Personalmente ne ho raccolte circa mille. Con Marco Pannella sono andato il 17 febbraio scorso in Cassazione a depositare appunto la proposta referendaria e lì ho conosciuto Mario Segni».

Econ Antonio Di Pietro che, però, è nata una polemica sull’utilizzo distorto che il suo gruppo si sospetta possa fare del quesito referendario
«A lui la cosa piace. La mia preoccupazione maggiore è che l’ex pm di Mani Pulite, però, anche lui sostenitore di un comitato referendario sull’abolizione della quota proporzionale, possa utilizzare la nostra formula per scopi suoi personali, di pura propaganda politica. Spero che il dubbio venga fugato nel senso positivo».

 

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