L'INTERVISTA ROMA - Il referendum
sulla legge elettorale può valere l'affossamento delle
riforme e della legislatura? Questa domanda,
senatore Petruccioli, ve la pone Armando Cossutta,
presidente di Rifondazione comunista. Claudio Petruccioli, ulivista del Pds e molto attivo tra i promotori del referendum per abolire la quota proporzionale della legge elettorale in vigore, risponde alle critiche all'iniziativa referendaria che arrivano proprio dagli alleati del Pds. Non nasconde che lo scopo degli ulivisti che sostengono l'iniziativa Segni-Di Pietro è quello di arrivare al doppio turno: «Anche se il referendum non è la sola strada». Non vorrebbe dar peso a chi teme, a sinistra, per la presenza di Antonio Di Pietro tra i promotori: «Non si guarda in faccia a nessuno, c'è anche Francesco Cossiga e non per questo favoriremo l'Udr». E rilancia: «A casa Letta è stata stabilita un'ipotesi di sistema elettorale da sventare». Che cos'ha che non va
il doppio turno di coalizione rispetto al doppio turno
alla francese per il quale vi battete? Come Rifondazione? Sì, però il Pds ha
firmato l'accordo di casa Letta, nove mesi fa. E invece la vostra
battaglia per il doppio turno potrebbe segnare la fine
degli accordi di riforma. Ma la posizione di chi
vuole il doppio turno è minoritaria in Parlamento. Siamo lontani da una
«larga maggioranza». Se questo non avverrà,
lei sarebbe disposto a mandare tutto a monte? Il segretario dei
Popolari Franco Marini dice che la legge elettorale non
cambierà, che resterà il sistema attuale, il cosiddetto
Mattarellum. |
VANTAGGI &
PERICOLI ROMA - E' diventato il crocevia di ogni riforma, il grimaldello per rovesciare gli equilibri politici. E' il referendum elettorale, che ancora una volta viene ad agitare le acque della politica. Stavolta, se possibile, la situazione è ancora più complicata di quanto lo fosse in passato, per almeno due motivi. Il primo è che il referendum che vuole abolire la quota proporzionale è sostenuto da personalità e gruppi che non hanno lo stesso obiettivo: alcuni, come i pattisti di Segni e i liberali di Forza Italia, si propongono l'abolizione della quota proporzionale tout court; altri, come Francesco Cossiga, considerano il referendum un'arma per far saltare la Bicamerale; altri ancora, e cioè i pidiessini ulivisti e Antonio Di Pietro, cavalcano il referendum soprattutto per ottenere (prima o dopo l'approvazione del referendum) il doppio turno di collegio. La seconda complicazione sta nel fatto che il referendum va contro il patto elettorale siglato tra tutti i partiti che hanno lavorato in Bicamerale, il cosiddetto «patto della crostata». Forza Italia, Rifondazione e Ppi hanno già minacciato: se salta quel patto, saltano anche le riforme. Ecco perché, a più di un anno dalla data eventuale di svolgimento, il referendum già scatena tante polemiche. Ma vediamo, punto per punto, proposte e schieramenti. L'ATTUALE LEGGE ELETTORALE - E' il cosiddetto "Mattarellum", un sistema maggioritario uninominale con correzione proporzionale del 25%. Alla Camera l'elettore ha due schede: una per votare il candidato nel collegio uninominale, l'altra per scegliere il partito preferito. Il 75% dei deputati viene eletto nei collegi uninominali, il restante 25% in base ai voti ottenuti proporzionalmente dalle liste di partito. IL REFERENDUM PER L'ABOLIZIONE DELLA QUOTA PROPORZIONALE - A cosa mira - Il referendum punta ad abolire il voto di lista per la Camera dei Deputati e a redistribuire la quota proporzionale tra i migliori secondi classificati nei vari collegi. L'effetto immediato è la «scomparsa» nelle schede elettorali dei partiti, che di conseguenza non possono più «contarsi». Secondo studi messi a punto da esperti del Comitato promotore, con questo sistema verrebbero rafforzate le due principali coalizioni. Ma i critici accusano: la quota proporzionale non viene abolita, viene solo redistribuita casualmente. Chi si oppone al referendum e perché - I più fieri avversari del referendum sono Popolari, Rifondazione, Verdi, Ccd e Cdu. Il loro timore è che, con l'abolizione della quota proporzionale e del voto di lista, si cancelli di fatto l'esistenza dei partiti, tutti costretti a confluire sotto un'unica insegna elettorale. Rifondazione in particolare non potrebbe più stipulare accordi di desistenza né mantenere un'identità distinta rispetto agli alleati di centro-sinistra. In sostanza i partiti minori, costretti ad allearsi ai più grandi pena la scomparsa, non avrebbero più il potere «di ricatto» o di condizionamento che hanno oggi grazie alla presenza nella quota proporzionale. «PATTO DELLA CROSTATA» PER IL DOPPIO TURNO DI COALIZIONE - Cos'è - Nell'ormai famosa cena in casa Letta, celebrata lo scorso giugno tra i leader dei maggiori partiti (D'Alema, Berlusconi, Fini e Marini), si è siglato il cosiddetto «patto della crostata». E' un accordo, poi trasformato in ordine del giorno e firmato da tutti i partiti tranne la Lega, che delinea un sistema elettorale nuovo, da varare distintamente (dopo o in parallelo) dalla riforma della Costituzione. L'accordo, ancora non definito nei particolari, prevede un primo turno elettorale nel quale vengono eletti il 25% dei deputati su base proporzionale e il 55% in collegi uninominali maggioritari. Il restante 20% si attribuisce al secondo turno come premio di maggioranza alla coalizione vincente tra le due che si sfidano per il governo del Paese. Il leader della coalizione vincente è di fatto designato premier. Quali effetti ha - Il doppio turno di coalizione garantisce la governabilità (perché crea maggioranze certe grazie al premio di maggioranza), e assicura rappresentanza (perché un quarto dei seggi sono attribuiti al primo turno con la proporzionale). Per questo è un sistema ben visto dai partiti meno grandi ma con forte identità (come Verdi, Ccd, Ppi e Rifondazione) ed è un sistema che non dispiace a Forza Italia e An. Il doppio turno di coalizione è un sistema di compromesso che però, pur accolto, non soddisfa il Pds, la cui bandiera è il doppio turno di collegio. IL DOPPIO TURNO DI COLLEGIO - E' un sistema in due tornate elettorali: alla prima partecipano tutti i partiti, che presentano un candidato in ogni collegio. Accedono al secondo turno i candidati che hanno superato una certa soglia (secondo il modello adottato in Francia) oppure i migliori 4 (secondo il modello del politologo Giovanni Sartori). Vince il collegio chi ottiene più voti nel secondo turno. Gli effetti del doppio turno di collegio - Questo sistema salvaguarda l'identità dei partiti, che si presentano da soli al primo turno e possono contarsi, e favorisce le alleanze, necessarie per vincere al secondo turno. Si suppone infatti che chi non ha il proprio candidato al secondo turno decida di appoggiare il rappresentante di un partito alleato, ricevendo in cambio l'appoggio (o il ritiro del candidato) in un altro collegio dove invece è presente un suo esponente. Il doppio turno di collegio dunque favorisce i partiti capaci di stringere alleanze e penalizza quelli che decidono (o sono costretti) a correre da soli. Anche in questo caso dunque diminuisce il potere di condizionamento dei piccoli partiti sui grandi. Chi si oppone - Di fatto tutti i partiti, tranne il Pds e Rinnovamento italiano. Gli alleati della Quercia temono di dover sottostare alle condizioni del Pds, unico partito della coalizione (probabilmente) capace di portare un candidato al secondo turno in tutti i collegi. I partiti del Polo invece sono contrari soprattutto perché, secondo alcune ricerche, gli elettori moderati sono meno propensi ad andare a votare due volte rispetto a quelli più organizzati e politicamente motivati. Lo stesso rischio non si avrebbe con il doppio turno di coalizione, perché in questo caso la sfida diretta tra le due coalizioni per il governo del Paese porterebbe gli elettori alle urne. |