Depositato il
quesito. Al
via in Cassazione la battaglia dei referendari contro la
proporzionale. Segni: è come nel '93 Anche Cossiga aderisce. Occhetto: cancellare l'obbrobrio di casa Letta. A vuoto per ora gli appelli a Pannella. Di Pietro boccia il boom dei «partitini». Cossutta critico: iniziativa grave per l'Ulivo. Passigli: così non si arriva al doppio turno ROMA - «Basta al proliferare dei partiti». Antonio Di Pietro lo ha prima gridato alla presentazione del referendum che vuole abolire la proporzionale. Poi lo ha ripetuto davanti alle telecamere del Tg1. Vuole che «al Parlamento possano andare solo ed esclusivamente coloro che vengono indicati direttamente e personalmente dai cittadini». Perciò dice «basta alla prepotenza di partiti e partitini». Chi si allarma, chi annuncia barricate contro il referendum, lo fa perché «sa che senza la proporzionale non verrà rieletto, senza la proporzionale si perdono le poltrone». Lui dice di capirli bene, «quei poveracci, ma bisogna smettere con la nascita di partiti e partitini che pretendono di bloccare il Parlamento, la vita politica e le riforme». E a chi lo accusa di voler boicottare la Bicamerale, Di Pietro ribatte che il suo vero scopo è completare «ciò che dal '93 è stata l'indicazione esatta del popolo italiano: il sistema maggioritario alle elezioni. Poi, qualcuno ha fatto il furbo e ha fatto rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta». È cominciata così, con una raffica di battute polemiche dell'ex pm, l'avventura di un nuovo referendum, che aspira a modificare il sistema con cui vengono assegnati i seggi alla Camera. Oggi il 75 per cento dei deputati è eletto col metodo uninominale, cioè prevale chi raccoglie più voti in un collegio. Mentre il residuo 25 per cento viene scelto con il calcolo proporzionale. Se il referendum avrà successo, la quota assegnata col proporzionale sparirà. E quel 25 per cento di voti sarà ripartito fra i meglio piazzati nei vari collegi. Il quesito referendario è stato presentato ieri in Corte di cassazione da Mario Segni («Provo la stessa emozione del '93») e da tutto il comitato che è sorto allo scopo di promuovere la campagna elettorale. Ne fanno parte 72 persone fra cui, appunto, Di Pietro (Ulivo), Antonio Martino e Alfredo Biondi, di Forza Italia, Augusto Barbera e Achille Occhetto, del Pds, e l'imprenditore Luigi Abete, amico di Di Pietro. Aderisce all'iniziativa anche Cossiga. Mentre il re dei referendum, Marco Pannella, non ci sta e liquida i promotori come «un'ammucchiata poco credibile». Lui ha già presentato il 17 febbraio scorso la richiesta di un referendum uguale, con «solo qualche differenza tecnica», spiega Marco Taradash, di Forza Italia. E adesso mal sopporta questa iniziativa che «arriva tardi e male». Ma i vari Martino, Segni e Biondi lanciano appelli al leader radicale, lo invitano a unirsi a loro. E lui non sembra insensibile a questi richiami. Il vero caso politico, però, è quello che riguarda Di Pietro. All'interno dello stesso comitato c'è chi mal sopporta la sua presenza: il liberale De Luca, quando ha sentito che si era aggregato l'ex Pm ha sbattuto la porta e se n'è andato, il forzista Peppino Calderisi teme che Di Pietro sia lì per sfruttare il referendum come trampolino di lancio per il suo movimento. Lui, Di Pietro, non si cura delle critiche. Dice che parlano male di lui solo per «guadagnarsi qualche riga sui giornali». Per adesso, i dirigenti dei partiti stanno a guardare. Solo Armando Cossutta (Prc) manifesta il suo disappunto per un'iniziativa «molto grave», considera «disdicevole per l'Ulivo e per il Pds» che ci sia di mezzo Di Pietro. E dice che è un'illusione rafforzare il bipolarismo abolendo la proporzionale perché «in piena epoca di proporzionale in Parlamento c'erano 7 partiti, mentre ora, con il maggioritario, sono ben 44 quelli che hanno ottenuto il finanziamento pubblico». Ma no, ribatte Achille Occhetto, se il referendum passa, «sarà più limpido il bipolarismo e verrà sconfitto l'obbrobrio uscito da casa Letta». Attenzione, però, avverte Stefano Passigli, della Sinistra democratica, perché «questo referendum produce gli stessi esiti del patto di casa Letta». Per evitarli ci vuole anche un referendum che introduca il doppio turno. «Bene - concorda Di Pietro - anche noi del nascituro movimento siamo per il doppio turno». Bisogna puntare al rafforzamento del maggioritario senza necessariamente distruggere aspetti che tengono conto di manifestazioni d'una larga rappresentanza di cittadini. Se cioè esiste una forza politica che ha un suo peso è giusto che questo non venga azzerato. In questo modo si realizza un contemperamento accettabile senza gli eccessivi sfilacciamenti dell'attuale disciplina. Arrivare subito ad un'eliminazione di tutte le voci diverse dal maggioritario sarebbe eccessivo: questo tipo di riforme si fa gradualmente, anche se ora c'è bisogno di un passo più marcato nella direzione presa nel '93". |
IL POLITOLOGO PDS MILANO - «Antonio Di Pietro? Ingombrante, ma non inquinante». Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore pds, non è tra coloro che alla vista del nome dell'ex pm tra i sostenitori del referendum antiproporzionale si sono messi le mani tra i capelli. No, il professore - che dell'iniziativa decollata ieri in Cassazione è tra i promotori - è pronto ad accogliere Di Pietro, ma a patto di mettere prima le cose in chiaro. E cioè: «Se l'obiettivo dell'ex pm è quello di arginare la partitocrazia, cioè quell'insieme di forze che impediscono la riforma elettorale, sono d'accordo. Se, invece, punta alla fine dei partiti, allora no: primo, perché penso sia una battaglia del tutto sbagliata e secondo perché, anche volendola fare, non sarebbe possibile». Eppure, Di Pietro non
perde occasione per rendere pubblico il suo
antipartitismo... Però, fa una certa
impressione vedere oggi fianco a fianco Antonio Di Pietro
e Alfredo Biondi, gli stessi che nell'estate del '94
duellarono davanti a tutt'Italia sul famigerato decreto
«salvaladri». I promotori del
referendum negano che l'iniziativa sia contro la
Bicamerale, però il primo commento di Occhetto ieri in
Cassazione è stato: «E adesso la minestra di casa Letta
se la mangiano loro...». Popolari, Rifondazione
e Verdi sparano contro la vostra iniziativa. Senza l'aiuto di
Pannella come farete a raccogliere le firme necessarie? |
IL QUESITO Cosa vuole abrogare il quesito referendario? Lo spiega il costituzionalista pds Augusto Barbera: «Abroga il voto per la lista di partito lasciando solo il voto per il candidato nei collegi uninominali. Oggi il cittadino ha due schede una per l'elezione con metodo maggioritario (75% dei seggi) l'altra per l'elezione in base alla lista di partito con metodo proporzionale (25% dei seggi). Col referendum si mettono in risalto le coalizioni che presentano il candidato comune in ogni collegio. Insomma, i partiti che vogliono governare assieme sono costretti a presentarsi con un solo volto agli elettori». |