RCS on Line - Corriere della Sera

Giovedì, 5 marzo 1998


Oggi arriva in Cassazione il referendum anti quota proporzionale
E Verdi e Ppi promettono battaglia
di Paola Di Caro

ROMA - Comincia stamattina, con il deposito del quesito in Cassazione, l'avventura del referendum per l'abolizione della quota proporzionale dalla legge elettorale. E comincia tra le speranze del Comitato promotore, guidato da Mario Segni, e le proteste di chi alla proporzionale tiene. Tra questi, i più arrabbiati sono i verdi («Mai appoggeremo questo referendum», giura Mauro Paissan) e i popolari.

Per Sergio Mattarella «quello proposto dai referendari è un sistema senza logica». Marini va oltre: «È un imbroglio». Secondo i popolari in realtà con il quesito referendario (che attribuisce il 25% dei seggi oggi distribuiti con la proporzionale ai migliori "secondi" classificati nei collegi uninominali), non si avrebbe per niente un effetto maggioritario ma solo distorsivo. Inoltre, è vero che non si potrebbe più votare per i partiti ma solo per i candidati, ma le piccole forze avrebbero un forte potere di ricatto sulle grandi.

Mario Segni contrattacca, e diffonde i risultati di una ricerca: se alle elezioni del '96 si fosse votato con il sistema proposto dal referendum, alla Camera l'Ulivo avrebbe 17 seggi in più e il Polo 14, mentre sia la Lega che Rifondazione ne avrebbero 16 in meno: «Questo è un referendum che spinge al massimo il bipolarismo e distrugge la frammentazione», assicura Segni. Marco Pannella, che non ha aderito al Comitato referendario, mette in guardia dal fidarsi troppo della Corte costituzionale, che come ha fatto in passato potrebbe anche stavolta bocciare il quesito referendario. Ma il nodo del giorno è tutto politico.

Del comitato infatti fanno parte personaggi molto diversi tra loro: da Antonio Di Pietro a pidiessini ulivisti come Mancina e Occhetto; dai pattisti a Scognamiglio a imprenditori come Abete e Letizia Moratti. E non tutti vogliono la stessa cosa, cioè la mera abolizione della quota proporzionale. Pier Ferdinando Casini, leader del Ccd, si allarma: con il referendum «il Pds avrebbe gioco facile a rilanciare il doppio turno di collegio» e a mantenere così «la sua egemonia sul centro sinistra». In effetti, Claudia Mancina non ha problemi a confermare: «Certo che siamo per il doppio turno. Sosteniamo l'abolizione della quota proporzionale, ma insieme speriamo con questa pressione di modificare gli schieramenti in Parlamento per passare dall'accordo elettorale di casa Letta al doppio turno di collegio. Senza assolutamente voler bloccare le riforme». Per questo la presenza di Di Pietro nel Comitato referendario non sorprende la Mancina: «Lui si è sempre detto favorevole sia al semi-presidenzialismo che al doppio turno. In questo è stato coerente». Concetto ripreso da un altro pidiessino, Mauro Zani, che plaude all'iniziativa di Di Pietro e spera che attraverso il referendum «si dia nuovo slancio alle riforme». Ma dunque anche D'Alema (grande sostenitore del doppio turno), alla fine, potrebbe avere i suoi vantaggi dal referendum? Barbera, costituzionalista del Pds e referendario, pensa proprio di sì: «E infatti sia lui che Fini non si sono affatto detti contrari al referendum...».

 

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