Il Sole 24 Ore Online

Martedì, 17 marzo 1998


Gli effetti sulla distribuzione dei seggi
e sulla formazione della maggioranza
Un referendum contro i piccoli
Per governare servirebbero ancora rapporti di desistenza
anche se con forze notevolmente ridimensionate

di Pasquale Scaramozzino

Il tema della legge elettorale è sempre all’ordine del giorno. Vi contribuiscono le recenti iniziative referendarie che hanno rimesso in discussione l’accordo di casa Letta e che nel contempo hanno riaperto il dibattito su quale sia il sistema elettorale che, riducendo la frammentazione, meglio possa dare stabilità al quadro politico. E così c’è chi auspica il ritorno al sistema proporzionale integrale con una soglia di sbarramento del 5% e c’è chi invoca il passaggio, sempre in nome della stabilità, al sistema maggioritario integrale con l’abolizione dell’attuale quota proporzionale, e c’è pure chi propone la conferma dell’attuale sistema misto ma con l’abolizione dello scorporo insieme all’innalzamento della soglia di sbarramento dal 4 al 5% per la ripartizione della quota proporzionale (155 seggi).

Per tentare di capire come il quadro politico si modificherebbe per effetto del referendum o per effetto delle altre proposte messe in campo in queste settimane si possono a fare un po’ di esercizi di simulazione (prescindo dall’accordo di casa Letta i cui probabili risultati peraltro sono stati a suo tempo illustrati, vedi «Il Sole-24 Ore» del 19 luglio 1997).

Effetti del Referendum. Con il Referendum scomparirebbe la seconda scheda (quella con cui si dà il voto alle liste che concorrono alla ripartizione proporzionale del 25% dei resti) e pertanto tutti i seggi di ogni circoscrizione verrebbero assegnati con un’unica scheda di votazione come avviene per il Senato ma, a differenza del Senato dove la quota proporzionale viene assegnata con il metodo D’Hondt (escludendo dal computo i voti dei candidati eletti), alla Camera la quota proporzionale verrebbe assegnata ai candidati perdenti nei collegi uninominali sulla base delle percentuali più alte. E così avremmo dei collegi (un quarto) con due eletti (quello che è arrivato primo e quello che è arrivato secondo) come accade per il Senato.

Se trasferiamo ora ai risultati del 1996 l’effetto del Referendum, abbiamo che al Polo sarebbero spettati 90 seggi ex proporzionali anziché 77, all’Ulivo 57 anziché 38, alla Lega 4 anziché 20 e a Rifondazione 4 anziché 20. Con un guadagno quindi di 19 seggi per l’Ulivo e di 13 per il Polo, e con una perdita di 16 seggi sia per la Lega sia per Rifondazione.

L’effetto maggioritario è evidente. Si avrebbe da una parte il rafforzamento delle coalizioni maggiori (Polo e Ulivo) e dall’altro un ridimensionamento delle forze non grandi. La Lega avrebbe una quota complessiva di seggi (43) che dall’attuale 9,4% scenderebbe al 6,8% e Rifondazione una quota complessiva di seggi (19) che dall’attuale 5,6% scenderebbe al 3 per cento. Ai fini della formazione della maggioranza, l’apporto di Rifondazione rimarrebbe comunque essenziale e diventerebbe ancora più determinante per l’Ulivo, che solo con i seggi di Rifondazione raggiunge e supera la metà più uno dei seggi (326 su 630).

Rifacendo l’esercizio per le elezioni del 1994, abbiamo che al Polo sarebbero spettati 55 seggi ex proporzionali anziché 64, ai Progressisti 83 anziché 49, al Patto per l’Italia (Ppi e Patto Segni) 15 anziché 42. Il risultato in parte diverso da quello riscontrato per il 1996 non cambia i rapporti di forza perché il Polo (che allora comprendeva la Lega) pur perdendo 9 seggi sarebbe rimasto vincente (357 seggi contro 366 con l’attuale legge), e ancora una volta il ridimensionamento sarebbe toccato a una forza non grande: il Patto per l’Italia, che con una perdita di 27 seggi sarebbe sceso dal 7,3% al 3 per cento.

Con il criterio dei «migliori perdenti» o dei meglio piazzati come si afferma, non è detto che sarebbe necessario perdere in un collegio con una percentuale altissima. L’altezza delle percentuali dipende dal numero e dalla consistenza delle aggregazioni in gara nei collegi. Nel 1994 ad esempio avrebbero ottenuto ex seggi proporzionali candidati uninominali perdenti (un terzo circa) con anche il 20-30% dei voti, e solo 15 con più del 40% dei voti.

Nel 1996, invece, i candidati uninominali perdenti recuperati con il criterio referendario sarebbero stati in prevalenza (due terzi) quelli che hanno ottenuto più del 40% dei voti, mentre la percentuale minima per essere recuperati sarebbe stata quella intorno al 30-35 per cento. In sintesi, il referendum avrebbe un effetto maggioritario; e non cambia la maggioranza.

Nel 1994 il polo vincente (Polo+Lega) sarebbe rimasto tale, il secondo polo (Progressisti) avrebbe consolidato la sua consistenza pur rimanendo in minoranza e il terzo polo (Patto per l’Italia) sarebbe uscito falcidiato come il «terzo partito» nel sistema uninominale inglese.
Nel 1996 il polo vincente (Ulivo+Rifondazione) sarebbe rimasto tale. Il secondo polo avrebbe consolidato la sua consistenza pur rimanendo in minoranza. Il terzo polo (Lega) avrebbe subito una falcidia, come peraltro Rifondazione.

Da qui l’effetto maggioritario. Ma c’è un altro effetto, e da qui l’avversione al Referendum delle forze intermedie. Se con il Referendum cade la seconda scheda di votazione (quella per il voto di lista), i partiti, quando ci sono le elezioni, non potrebbero più contarsi individualmente, non potrebbero più sapere quanto pesano in termini di voti, a meno che non si presentino da soli nei collegi uninominali: un rischio che oggi come oggi può correre solo la Lega. Nolenti o volenti i partiti, specie quelli piccoli, dovrebbero confluire, perdendo un po’ della propria identità, in coalizioni più ampie, anche con accordi di desistenza che presentano però i problemi che sappiamo.

Il ritorno alla proporzionale. Se si prova a tradurre i voti proporzionali del 1996 in seggi (ma ripeto, siamo nel campo degli esercizi a tavolino), applicando il metodo proporzionale D’Hondt con lo sbarramento del 5% si otterrebbe che i partiti in lizza da otto che sono scenderebbero a sette (con l’esclusione della lista Dini), e i risultati sarebbero i seguenti: FI, 152 seggi; An, 117; CCd-Cdu, 35; Lega, 67; Pds, 156; Pop, 44; Rif, 58. In termini di coalizione il Polo raggiungerebbe un totale di 304 seggi (con un guadagno di 58 seggi) e l’Ulivo un totale di 200 (con una perdita di 88 seggi).

Nonostante il forte travaso di voti a favore del Polo nessuna coalizione avrebbe la maggioranza. Non ci sarebbe quindi maggiore stabilità e la Lega sarebbe arbitra. L’unica maggioranza sarebbe quella del Polo con la Lega (371 seggi). L’Ulivo con Rifondazione non arriverebbe che a 258 seggi.

I rapporti di forza non cambierebbero se si applicasse anziché il D’Hondt il metodo proporzionale del quoziente naturale e dei resti più alti, sempre con lo sbarramento ipotizzato del 5%. Il Polo avrebbe 304 seggi e solo con la Lega farebbe maggioranza (307 seggi). L’Ulivo con Rifondazione rimarrebbe con 258 seggi.

In questo caso, e non per effetto della proporzionale ma dell’innalzamento dello sbarramento al 5%, si avrebbe solo una riduzione della frammentazione senza che aumenti la stabilità.

Abolizione dello scorporo dall’attuale legge elettorale con l’innalzamento dello sbarramento dal 4 al 5 per cento. La modifica proposta non cambierebbe granché i rapporti di forza attuali. FI avrebbe 36 seggi proporzionali (uno in meno dell’attuale), An 27 (uno in meno), Ccd-Cdu 10 (due in meno), Lega 18 (due in meno), Pds 37 (undici in più), Pop 12 (otto in più), Rif 15 (cinque in meno), e la lista Dini rimarrebbe senza gli attuali otto seggi proporzionali. La coalizione vincente dell’Ulivo avrebbe 11 seggi in più non sufficienti per fare maggioranza che perciò continuerebbe a essere condizionata dall’apporto sia pure minore di Rifondazione.

Salvo la riduzione della frammentazione, connessa all’innalzamento dello sbarramento al 5%, anche nel 1994 l’abolizione dello scorporo avrebbe avuto gli stessi effetti minimali.

La coalizione vincente del Polo sarebbe rimasta tale con un vantaggio di 19 seggi (FI, +11; An, +3; Lega, +5); il Pds e Rifondazione avrebbero guadagnato un seggio mentre avrebbero perso seggi le due liste del Centro: il Ppi meno 8 e il Patto Segni l’intero pacchetto dei 13 seggi proporzionali. Sicché i rapporti di forza sostanzialmente non sarebbero cambiati.

In termini di governabilità, in conclusione si può dire che (nelle simulazioni qui ipotizzate, si intende) il ritorno alla proporzionale non produrrebbe nessuna maggioranza stabile mentre il Referendum, pur ridimensionando il peso delle forze intermedie come nella logica del maggioritario, lascerebbe arbitra della maggioranza la desistenza di questa o quella forza intermedia.

La verità è che non c’è un sistema elettorale buono e uno non buono: è la storia, la tradizione, la cultura politica di un Paese a portare, quando occorre, alla scelta dell’uno o dell’altro sistema.

 

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