Gli effetti sulla distribuzione
dei seggi Il tema della legge elettorale è sempre allordine del giorno. Vi contribuiscono le recenti iniziative referendarie che hanno rimesso in discussione laccordo di casa Letta e che nel contempo hanno riaperto il dibattito su quale sia il sistema elettorale che, riducendo la frammentazione, meglio possa dare stabilità al quadro politico. E così cè chi auspica il ritorno al sistema proporzionale integrale con una soglia di sbarramento del 5% e cè chi invoca il passaggio, sempre in nome della stabilità, al sistema maggioritario integrale con labolizione dellattuale quota proporzionale, e cè pure chi propone la conferma dellattuale sistema misto ma con labolizione dello scorporo insieme allinnalzamento della soglia di sbarramento dal 4 al 5% per la ripartizione della quota proporzionale (155 seggi). Per tentare di capire come il quadro politico si modificherebbe per effetto del referendum o per effetto delle altre proposte messe in campo in queste settimane si possono a fare un po di esercizi di simulazione (prescindo dallaccordo di casa Letta i cui probabili risultati peraltro sono stati a suo tempo illustrati, vedi «Il Sole-24 Ore» del 19 luglio 1997). Effetti del Referendum. Con il Referendum scomparirebbe la seconda scheda (quella con cui si dà il voto alle liste che concorrono alla ripartizione proporzionale del 25% dei resti) e pertanto tutti i seggi di ogni circoscrizione verrebbero assegnati con ununica scheda di votazione come avviene per il Senato ma, a differenza del Senato dove la quota proporzionale viene assegnata con il metodo DHondt (escludendo dal computo i voti dei candidati eletti), alla Camera la quota proporzionale verrebbe assegnata ai candidati perdenti nei collegi uninominali sulla base delle percentuali più alte. E così avremmo dei collegi (un quarto) con due eletti (quello che è arrivato primo e quello che è arrivato secondo) come accade per il Senato. Se trasferiamo ora ai risultati del 1996 leffetto del Referendum, abbiamo che al Polo sarebbero spettati 90 seggi ex proporzionali anziché 77, allUlivo 57 anziché 38, alla Lega 4 anziché 20 e a Rifondazione 4 anziché 20. Con un guadagno quindi di 19 seggi per lUlivo e di 13 per il Polo, e con una perdita di 16 seggi sia per la Lega sia per Rifondazione. Leffetto maggioritario è evidente. Si avrebbe da una parte il rafforzamento delle coalizioni maggiori (Polo e Ulivo) e dallaltro un ridimensionamento delle forze non grandi. La Lega avrebbe una quota complessiva di seggi (43) che dallattuale 9,4% scenderebbe al 6,8% e Rifondazione una quota complessiva di seggi (19) che dallattuale 5,6% scenderebbe al 3 per cento. Ai fini della formazione della maggioranza, lapporto di Rifondazione rimarrebbe comunque essenziale e diventerebbe ancora più determinante per lUlivo, che solo con i seggi di Rifondazione raggiunge e supera la metà più uno dei seggi (326 su 630). Rifacendo lesercizio per le elezioni del 1994, abbiamo che al Polo sarebbero spettati 55 seggi ex proporzionali anziché 64, ai Progressisti 83 anziché 49, al Patto per lItalia (Ppi e Patto Segni) 15 anziché 42. Il risultato in parte diverso da quello riscontrato per il 1996 non cambia i rapporti di forza perché il Polo (che allora comprendeva la Lega) pur perdendo 9 seggi sarebbe rimasto vincente (357 seggi contro 366 con lattuale legge), e ancora una volta il ridimensionamento sarebbe toccato a una forza non grande: il Patto per lItalia, che con una perdita di 27 seggi sarebbe sceso dal 7,3% al 3 per cento. Con il criterio dei «migliori perdenti» o dei meglio piazzati come si afferma, non è detto che sarebbe necessario perdere in un collegio con una percentuale altissima. Laltezza delle percentuali dipende dal numero e dalla consistenza delle aggregazioni in gara nei collegi. Nel 1994 ad esempio avrebbero ottenuto ex seggi proporzionali candidati uninominali perdenti (un terzo circa) con anche il 20-30% dei voti, e solo 15 con più del 40% dei voti. Nel 1996, invece, i candidati uninominali perdenti recuperati con il criterio referendario sarebbero stati in prevalenza (due terzi) quelli che hanno ottenuto più del 40% dei voti, mentre la percentuale minima per essere recuperati sarebbe stata quella intorno al 30-35 per cento. In sintesi, il referendum avrebbe un effetto maggioritario; e non cambia la maggioranza. Nel 1994 il polo vincente
(Polo+Lega) sarebbe rimasto tale, il secondo polo
(Progressisti) avrebbe consolidato la sua consistenza pur
rimanendo in minoranza e il terzo polo (Patto per
lItalia) sarebbe uscito falcidiato come il «terzo
partito» nel sistema uninominale inglese. Da qui leffetto maggioritario. Ma cè un altro effetto, e da qui lavversione al Referendum delle forze intermedie. Se con il Referendum cade la seconda scheda di votazione (quella per il voto di lista), i partiti, quando ci sono le elezioni, non potrebbero più contarsi individualmente, non potrebbero più sapere quanto pesano in termini di voti, a meno che non si presentino da soli nei collegi uninominali: un rischio che oggi come oggi può correre solo la Lega. Nolenti o volenti i partiti, specie quelli piccoli, dovrebbero confluire, perdendo un po della propria identità, in coalizioni più ampie, anche con accordi di desistenza che presentano però i problemi che sappiamo. Il ritorno alla proporzionale. Se si prova a tradurre i voti proporzionali del 1996 in seggi (ma ripeto, siamo nel campo degli esercizi a tavolino), applicando il metodo proporzionale DHondt con lo sbarramento del 5% si otterrebbe che i partiti in lizza da otto che sono scenderebbero a sette (con lesclusione della lista Dini), e i risultati sarebbero i seguenti: FI, 152 seggi; An, 117; CCd-Cdu, 35; Lega, 67; Pds, 156; Pop, 44; Rif, 58. In termini di coalizione il Polo raggiungerebbe un totale di 304 seggi (con un guadagno di 58 seggi) e lUlivo un totale di 200 (con una perdita di 88 seggi). Nonostante il forte travaso di voti a favore del Polo nessuna coalizione avrebbe la maggioranza. Non ci sarebbe quindi maggiore stabilità e la Lega sarebbe arbitra. Lunica maggioranza sarebbe quella del Polo con la Lega (371 seggi). LUlivo con Rifondazione non arriverebbe che a 258 seggi. I rapporti di forza non cambierebbero se si applicasse anziché il DHondt il metodo proporzionale del quoziente naturale e dei resti più alti, sempre con lo sbarramento ipotizzato del 5%. Il Polo avrebbe 304 seggi e solo con la Lega farebbe maggioranza (307 seggi). LUlivo con Rifondazione rimarrebbe con 258 seggi. In questo caso, e non per effetto della proporzionale ma dellinnalzamento dello sbarramento al 5%, si avrebbe solo una riduzione della frammentazione senza che aumenti la stabilità. Abolizione dello scorporo dallattuale legge elettorale con linnalzamento dello sbarramento dal 4 al 5 per cento. La modifica proposta non cambierebbe granché i rapporti di forza attuali. FI avrebbe 36 seggi proporzionali (uno in meno dellattuale), An 27 (uno in meno), Ccd-Cdu 10 (due in meno), Lega 18 (due in meno), Pds 37 (undici in più), Pop 12 (otto in più), Rif 15 (cinque in meno), e la lista Dini rimarrebbe senza gli attuali otto seggi proporzionali. La coalizione vincente dellUlivo avrebbe 11 seggi in più non sufficienti per fare maggioranza che perciò continuerebbe a essere condizionata dallapporto sia pure minore di Rifondazione. Salvo la riduzione della frammentazione, connessa allinnalzamento dello sbarramento al 5%, anche nel 1994 labolizione dello scorporo avrebbe avuto gli stessi effetti minimali. La coalizione vincente del Polo sarebbe rimasta tale con un vantaggio di 19 seggi (FI, +11; An, +3; Lega, +5); il Pds e Rifondazione avrebbero guadagnato un seggio mentre avrebbero perso seggi le due liste del Centro: il Ppi meno 8 e il Patto Segni lintero pacchetto dei 13 seggi proporzionali. Sicché i rapporti di forza sostanzialmente non sarebbero cambiati. In termini di governabilità, in conclusione si può dire che (nelle simulazioni qui ipotizzate, si intende) il ritorno alla proporzionale non produrrebbe nessuna maggioranza stabile mentre il Referendum, pur ridimensionando il peso delle forze intermedie come nella logica del maggioritario, lascerebbe arbitra della maggioranza la desistenza di questa o quella forza intermedia. La verità è che non cè un sistema elettorale buono e uno non buono: è la storia, la tradizione, la cultura politica di un Paese a portare, quando occorre, alla scelta delluno o dellaltro sistema. |