Gli indicatori statistici relativi al Comune di Reggio presentano segnali non molto confortanti, generalmente più gravi di quelli provenienti da altre realtà metropolitane del Mezzogiorno. Il quadro è di una città di medie dimensioni, con forte componente terziaria di tipo amministrativo ma non commerciale-finanziario, colpita da rilevanti fenomeni di disoccupazione, e in un quadro segnato da un forte sottosviluppo del sottosistema economico. Una città con valori di acculturazione singolarmente elevati, ma con consumi culturali nettamente inferiori alla media nazionale. Una città dove la presenza dell'illecito è forte sia a livello di criminalità organizzata che di microcriminalità, e che per molte tipologie di reato fa registrare valori fortemente superiori alla media; dove si assiste inoltre ad un mutamento di strategia da parte della 'ndrangheta, con l'assunzione di un basso profilo che non deve assolutamente essere letto come segno di debolezza da parte delle organizzazioni criminali.
Popolazione di circa 180.000 abitanti, densità abitativa nettamente superiore alla media nazionale, basso indice di vecchiaia (25^ nella classifica delle città italiane capoluogo o con più di 100.000 abitanti) sono le caratteristiche che fanno di Reggio una classica città intermedia del Mezzogiorno. In questi dieci anni la città sullo Stretto ha visto la propria popolazione crescere dello 0,7%, facendo quindi registrare un saldo migratorio positivo leggermente superiore alla media nazionale.
Il numero di professionisti è inferiore alla media nazionale (sotto questo punto di vista Reggio si trova nelle posizioni più basse della graduatoria delle maggiori città italiane), e ciò apparentemente sembrerebbe in contraddizione con la quota di popolazione attiva nel terziario, nettamente superiore alla media, che potrebbe far pensare ad una realtà economicamente avanzata.
Se però si tiene conto del dato sulla popolazione attiva nell'industria, di 10 punti inferiore alla media nazionale, del basso numero di operatori nel terziario avanzato sia rispetto alla media nazionale che ad una non lontana realtà ionica quale Catania, e dell'elevato numero di laureati/diplomati rispetto alla popolazione; il quadro che si può ricostruire è quello di una realtà dove l'offerta di lavoro (e dunque anche l'occupazione nel terziario) è eminentemente pubblica. In tale contesto occupazionale la laurea ed il diploma sono visti non tanto come attestazioni di professionalità da spendere sul mercato del lavoro, ma come lasciapassare per i meccanismi di selezione della pubblica amministrazione. Siamo quindi in presenza non di un terziario moderno, ma del classico terziario burocratico, assistenziale e improduttivo del vecchio Sud.
Confermano questa lettura altri indicatori poco confortanti della realtà economica che vive la città calabrese: la posizione di bassa classifica dell'aeroporto locale per quel che riguarda il traffico dei passeggeri (18^, con un volume di traffico che è un sesto di quello medio), il bassissimo numero di sportelli bancari (la città è ultima nella graduatoria delle maggiori città italiane), l'importo dei depositi bancari per abitante sensibilmente inferiore alla media nazionale (con uno scarto di circa 7 milioni pro-capite). Si aggiunga a questi dati quello relativo all'inoccupazione (che fa di Reggio una delle città italiane più colpite dal fenomeno).
Siamo dunque di fronte ad una realtà arretrata, marcata da quella cultura della dipendenza che vede ancora nello Stato il principale datore di lavoro e motore economico della città, con segni evidenti di disagio ed arretratezza socioculturale.
Infatti i dati relativi all'offerta e al consumo culturale sono decisamente sconfortanti: essi rendono l'immagine di una città dove, accanto a una dotazione di librerie nettamente inferiore alla media nazionale e all'assenza di biblioteche pubbliche e private, si rileva una vendita di biglietti per spettacoli teatrali pari alla metà della media nazionale, un numero di biglietti per il cinema venduti di 5 volte inferiore alla media, una presenza di associazioni a carattere culturale inferiore alla media nazionale. Questi dati, anche se bisognosi di essere integrati con una considerazione di tipo qualitativo, ci presentano una città caratterizzata da una consistente marginalità culturale.
Passiamo ora ad analizzare i dati relativi alla criminalità. Il numero di delitti denunciati nel comune di Reggio è superiore alla media nazionale. Ma il grado di questo scarto (47,8 reati su 1.00 abitanti contro 42,2) non deve trarre in inganno. C'è infatti da tener presente l'aumento considerevole del numero di reati nel medio termine (la quantità è pressoché raddoppiata dal 1991 al 1996), ma soprattutto la qualità dei reati commessi.
Il numero di omicidi commessi a Reggio Calabria in rapporto alla popolazione corrisponde a più del triplo di quelli commessi in Italia. Nettamente superiore è anche il numero di reati di associazione di tipo mafioso commessi (art. 416/bis). Se in Italia si commettono circa 40 furti ogni 10.000 abitanti, a Reggio se ne commettono circa 300; anche le rapine sono più numerose. E se il numero di estorsioni denunciate è tutto sommato allineato alla media italiana; la quantità di attentati dinamitardi, che è proporzionalmente quintupla rispetto a quella nazionale, e l'elevatissimo numero di incendi dolosi commessi in un comune essenzialmente urbano (in rapporto alla popolazione è più del sestuplo della media italiana) completano il quadro di una situazione decisamente allarmante.
Non conforta allora nemmeno il dato tendenziale, che vede il numero di reati commessi in calo nel periodo che va dal 1991 al 1996 per tutte le categorie di reati tranne furti, rapine e incendi dolosi. Una situazione nella quale la 'ndrangheta uccide di meno (non sono stati denunciati omicidi di mafia a Reggio nel 1996) è presumibilmente una situazione di pax mafiosa. Il numero esorbitante di incendi dolosi (195) la dice lunga sul controllo che le 'ndrine riescono ancora ad esercitare sul territorio. La tanica di benzina, più che la bomba, è il rudimentale ma efficace strumento di pressione sugli esercenti e sulla popolazione in generale, e garantisce il regolare pagamento del pizzo: le stesse opinioni raccolte presso i testimoni privilegiati presenti nella realtà locale concordano nel ritenere uniformemente diffusa, soprattutto tra gli operatori commerciali, la pratica estorsiva.
Le rapine sono del resto una tipica attività secondaria per i soldati delle organizzazioni mafiose, utili per finanziare traffici di più alto livello (droga, armi, nei quali le cosche calabresi sono attualmente in posizione di predominio) o per approvvigionarsi di liquidi per sopperire necessità del momento. Il fatto che questo tipo di reati sia aumentato in 5 anni quasi del 40% (contro una media italiana in diminuzione del 20,3%) deve indurre a ritenere la situazione cittadina estremamente preoccupante.
L'aumento vertiginoso dei furti (più che raddoppiati in cinque anni) costituisce del resto un'ennesima smentita del luogo comune (gradito ai mafiosi) che la mafia è comunque elemento d'ordine, che la macrocriminalità frena la microcriminalità. Il degrado della società reggina, causato anche dalla presenza della criminalità organizzata, è fenomeno che in effetti agevola l'attività degli 'ndranghetisti: la devianza minorile, il disagio giovanile, la mancanza di prospettive occupazionali di cui l'alta quantità di furti è indice, sono altrettanti volani per l'economia mafiosa, che riesce facilmente, in una simile situazione, a fare proselitismo e a trovare connivenze e simpatie.
Un discreto interesse rivestono anche i dati sul contesto geografico, ovvero sulla provincia di Reggio. Una provincia dove i dati sugli omicidi in generale e su quelli di mafia in particolare in rapporto alla popolazione sono dieci volte superiori a quelli nazionali, dove contro una media nazionale di 20 attentati dinamitardi o incendiari per un milione di abitanti se ne commettono circa 350, dove si denuncia più del doppio delle estorsioni rispetto alla media italiana, dove avvengono in proporzione meno furti, ma un numero sestuplo di incendi dolosi.
Il quadro è quello di una provincia povera e violenta, con una capitale poco meno povera e poco meno violenta. Una provincia con forte presenza della 'ndrangheta, organizzazione che, nonostante la sua struttura frazionata, molecolare, familista, quasi arcaica, è stata in grado di elaborare accordi che hanno attenuato la guerra intestina che infuriava all'inizio del decennio (il numero di omicidi di mafia è passato da 142 a 61), di resistere meglio delle sorelle più prestigiose (Cosa Nostra e Camorra) alla controffensiva dello Stato (questa organizzazione è quella che conta il minor numero di pentiti), di ritagliarsi spazi considerevoli nel traffico internazionale della droga (si ipotizza che la 'ndrangheta sia oggi quello che i famigerati marsigliesi erano negli anni 70), di crearsi una rete internazionale approfittando dei tracciati dell'emigrazione (con addentellati nel Nord Europa, in Australia, negli Stati Uniti e in Canada), di colonizzare terre relativamente vergini quali la Puglia meridionale e la provincia di Matera.
Un dato tra tanti può dare un'idea della vitalità delle organizzazioni criminali calabresi. Su 107 miliardi di beni sequestrati alla mafia nei primi nove mesi del 1997, ben 80 erano proprietà degli 'ndranghetisti calabresi. Certo questo è un dato dalla molteplice lettura (può significare che i gruppi calabresi hanno semplicemente strategie di riciclaggio e investimento meno sofisticate di quelle campane o siciliane), ma dà comunque una misura del rilievo che la 'ndrangheta, da organizzazione con impatto puramente locale che era ancora 10-15 anni fa, ha assunto su scala nazionale nel momento in cui le sue sorelle più prestigiose hanno risentito gravemente dei colpi inferti dall'apparato repressivo dello Stato.
Questa è la situazione attuale della città e della provincia di Reggio: ma, insieme e accanto ad una fotografia così drammatica vi sono alcuni elementi che lasciano ben sperare per una rinascita futura e che costituiscono i motivi che hanno spinto il Censis e la Fondazione Bnc ad effettuare il primo intervento di concertazione per la legalità proprio in questa realtà: