LE MOLTEPLICI ESISTENZE DELLA VITA
di Annamaria R. Pellegrini

Il 20 di maggio, presso la sala di lettura della Società Dante Alighieri di Siena, è stato presentato il libro di Leandro Tassoni Lo sguardo e i tramonti (Il Leccio, Siena, 2003) da Domenico Muscò e Gaetano Chiappini. Era presente anche Luca Bonomi, presidente della Società, per la quale lo scrittore ha tenuto diverse volte seminari sulla scrittura agli studenti stranieri. Il pubblico, numeroso, era variegato, per età, provenienza e nazionalità, e l’atmosfera nella quale si è svolto l’incontro è stata piacevole e disinvolta.
Perché i relatori sono in amicizia con Tassoni fin dal suo esordio, avvenuto nell’’88, anzi prima, avendo letto le sue prime prove di scrittura, per cui la presentazione è stata tutt’altro che “di maniera”. Domenico Muscò ha parlato di quest’opera come del punto di arrivo di un percorso iniziato con “Il paese incantato”, come questo composta da 7 storie, e suggerendo che ogni libro di Leandro è un anello collegato al successivo. I testi sono luci che si accendono sul tema della memoria, del silenzio, del tempo. E’ importante sottolineare che la scrittura di Tassoni è valorizzata dalla lettura ad alta voce, e che quì ogni parola è funzionale, come la tessera di un mosaico.
Lo sguardo e i tramonti è ancora costituito di sette storie, tra le quali la più affascinante è la terza, “La visione”, che si colloca tra la realtà e la visione ad occhi aperti. Il vero personaggio è l’io narrante. Per Tassoni, dice Muscò, si può parlare di esistenzialismo, non nel senso filosofico del termine, ma in senso letterale: non è un caso che nel ’93 l’autore abbia scritto un saggio su Tolstoj. Allora si preannuncia la riflessione narrativa di oggi.
Caratteristica degli ultimi quattro libri pubblicati, tutti da il Leccio, è che manca la prefazione, sostituita da poche righe dell’autore, che dà le coordinate della sua scrittura. Queste sette storie, sottolinea il relatore, vanno lette nell’ordine con cui si presentano, i personaggi sono pretesto per i soliloqui dell’autore. La loro scrittura non può prescindere dal luogo in cui Tassoni è nato e vissuto, Murlo, il cui paesaggio, anche se il luogo non viene nominato esplicitamente, dà il respiro alla storia. Per concludere, Muscò nota che l’autore, nell’atto di scrivere, riflette sulla sua scrittura.
Gaetano Chiappini si dichiara anzitutto molto lieto che la presentazione avvenga nei locali della società Dante Alighieri, nella quale si sente come a casa sua: le società dedicate al nostro poeta sono il regno della parola, quella che può essere trasmessa ai giovani. Ricorda poi lo straordinario rapporto umano che ha sempre avuto con Muscò e Tassoni, ed afferma che senza valori radicali non si può capire Tassoni, senza conoscere le crete senesi non si capirebbero i suoi orizzonti. Sono racconti di ricerca, Leandro è se stesso e l’altro, se stesso e la propria ombra, l’autore va alla ricerca di tutti i possibili doppi, di tutte le possibili ombre. In particolare, ricorda uno dei protagonisti dei racconti, il nonno di Leandro, un uomo dallo sguardo conciliato con la vita, un uomo che nonostante la durezza della sua esistenza (la sua generazione ha conosciuto la guerra) sapeva che il sole sarebbe sorto per lui. Per questo la narrativa di Tassoni è una riflessione fatta per rendersi conto dei gesti, anche se è fatta di poche parole e pochi gesti, come il suo autore: il suo pittore dipinge un quadro bianco. Per non parlare, Leandro scrive un libro.
Gaetano Chiappini afferma ancora che questi libri vanno letti e riletti, per fermarsi sulle parole, secondo un percorso che è quello di ascoltare – comprendere – accorgersi – capire – convincersi per sapere. Una ricerca esistenziale con un profondo senso religioso – sacro, dove gli oggetti diventano presenza magica e rivelatrice, per aiutarci a scoprire il senso della realtà. Tassoni non lascerà mai la casa della sua infanzia, perché lì per lui è il mondo.
Anche il giovane Valerio Nardoni, amico e discepolo di Chiappini, che ha letto il libro senza conoscere l’autore né Siena, interviene con una lettera che ha scritto per Tassoni, ed infine è la volta dell’autore, che comunica la sua consapevolezza che questo sia l’ultimo suo libro di racconti, in quanto ormai sente il bisogno di sviluppare la sua scrittura verso il romanzo. Ha pubblicato il primo libro, scritto a trent’anni, tre anni dopo. Dichiara di aver voluto creare un affresco sulla vita, e di non avere mai voluto parlare di sé, perché pensa che sia cosa di poca importanza. Per quanto riguarda il suo linguaggio dichiara, come nativo di questi luoghi, di usare talvolta termini dell’idioma locale, ma in questo caso li aggiunge ad uno analogo in italiano che tutti possano capire. La vita ci dà mille possibili esistenze, dice ancora, tra le quali noi operiamo la nostra scelta: a lui appartiene il senso religioso della vita. Conclude con un’utile informazione per il lettore: è vero che il libro va letto secondo l’ordine in cui si presentano i racconti, ma può anche essere letto al contrario, e l’ottavo racconto si può ricavare dai precedenti sette.