I tramonti negli sguardi
di Domenico Muscò
Il percorso di scrittura creativa di Leandro Tassoni, iniziato ormai 15 anni fa nel 1988, si è di recente arricchito di una nuova “perla di narrativa”: Lo sguardo e i tramonti (Edizioni Il Leccio, Monteriggioni-Siena, febbraio 2003, pp. 73, € 6.50), che conferma la sua raffinata capacità di evocare atmosfere e contesti, che hanno interessato da sempre la sua esistenza, sintomo di una straordinaria virtù di trasmetterci sensazioni ed idee che hanno la culla nella sua Murlo. Lo sguardo e i tramonti (sesto titolo della sua opera di narratore) costituisce la terza tappa di un ciclo che chiude una trilogia (dopo Il Cavaliere Narrante del 1997 e Il Canto alle ombre del 2000): nel Cavaliere ci aveva fatto (ri-)vivere la “fascinazione della vita”, nel Canto ci aveva coinvolti in un “gioco sulla memoria” (una indagine sulle possibilità di rivivere i fatti con e nella memoria) ed ora con lo Sguardo ha portato a completamento il suo percorso di declinazione della vita attraverso le storie in cui l’autore ha voluto evocare le “mille possibilità dell’esistenza: il pensiero della possibilità vissuta con lo sguardo” (L. Tassoni).

E’ necessario iniziare il lavoro di analisi di questa raccolta proprio dall’immagine in copertina, che rappresenta una chiave di lettura del volume tassoniano: Sguardo di Donna di Anna Sticco, il volto di una donna dall’espressione determinata, intensa, fiera della sua bellezza, il cui sguardo fissa l’orizzonte del suo tramonto, in un atto di riflessione sul destino del proprio sé; un volto a cui l’autore sembra dare proprio un compito specifico, cioè di guida che ci illumina la vie dell’esistenza: “… e fino a quando sarai solo presenza, fino a quando potrò dirti qualcosa di persona, scruterò il tuo volto per comprendere ogni possibile esistenza…” (p. 7).
Il messaggio al femminile della copertina ha nei testi del libro una precisa conferma là dove emerge il ruolo della donna (maga per natura) come orizzonte nello sguardo dell’uomo, ma che lo fa vivere in una situazione di dissidio interiore: tra il sognare l’arte dell’immortalità (nel caso del Tassoni ciò prende forma concreta nella Vanità della creazione del libro come momento di trasmissione di sé al di là del tempo presente) ed i sentimenti terreni innestati dalla donna salomè; in ciò si manifesta la lotta di sempre tra il bene ed il male (già tema del Cavaliere), che qui prende le vestigia della lotta tra il racconto uomo e la narrativa donna.
Questa dicotomia nei racconti del Tassoni assume a volte toni di tipo filosofico: un certo “naturalismo metafisico” (cfr. come esempio il capoverso centrale di p. 59), che trova la sua esemplificazione nella dualità del “giuoco” tra lo sguardo degli occhi ed il tramonto del giorno (l’ombra sul mondo) o, meglio ancora, nel tormento dell’anima per la difficoltà di non riuscire a sottrarsi al conflitto tra purezza, desiderio di eternità (“l’eternità che ammalia, l’eternità che poi tormenta”, p. 31) e le corruzioni del mondo, cioè il bisogno di essere altrove: “a dormire sotto le stelle si sognano altre vite, altre libertà…” (p. 37) ed altro da sé: “Sentendosi la mente un po’ smarrita […] guardandosi nell’anima domando ancora: - E io. Chi sono?” (p. 28).
Un dissidio dialettico che Tassoni aveva già affrontato in uno dei suoi rari scritti di critica letteraria: I tormenti di un’anima (riferito all’analisi dell’anima nell’opera letteraria di Lev Tolstoj, in Scrittura e pacifismo, Siena, 1993, pp. 95-100), dove aveva detto che Tolstòj “proprio con la letteratura continua a parlarci di sé, dei tormenti dell’anima, del desiderio d’assoluto” (p. 99). In questo scritto, di 10 anni fa, Tassoni aveva in qualche modo detto, ante litteram, quello che ora ritroviamo in questa raccolta proprio quando diceva che “Le insorgenze dell’anima esigevano da lui qualcosa di più del semplice vivere e l’irrequietudine che si portava dentro […] lo spingeva a usare parole per riempire gli abissi, appropriarsi di ciò che non aveva” (p. 96); questo scriveva per Tolstòj allora, ma pensava a se stesso in una proiezione futura che oggi si è fatta presente in questa raccolta. Va notato che tale richiamo è uno dei tanti casi di questa raccolta in cui l’autore si cita con riferimenti indiretti ad altri suoi lavori, come per esempio Il sogno di Galgano quando dice “ti penso giovane […] prima di partire, di sellare il cavallo, d’inoltrarti nel bosco forse in un giorno di neve per trovare la sposa…” (p. 63).
Il volume è composto da sette storie numerate (precedute dalla sua ormai classica premessa sibillina, a cui ci ha abituato nei suoi ultimi lavori), ciascuna con un proprio titolo evocatore, autonome ma tutte fortemente irrelate; un opera unitaria e coerente, quindi, nel rispetto delle differenze delle storie narrate. Sette quadri affabulatori profondamente condivisi nella loro unica anima: la loro unità è data sì dal filo narrativo interno, ma sottolineata anche da un fattore esterno, cioè da una sequenza che si sviluppa a forma di anello continuo, che le parole dell’autore stesso confermano dicendo che “quando si vive accade sempre che una possibilità ne chiami un’altra e questa un’altra ancora” (p. 7): racconti come anelli di una catena, cioè la catena delle possibilità che si susseguono nella vita. La relazione di unità è anche evidenziata da un uso sistematico dei tre puntini sospensivi posti alla fine ed all’inizio di quasi tutti i racconti (ma anche nello scorrere del testo), poiché ogni storia finisce ed inizia col discorso aperto (la possibilità in potenza fatta testo nell’intreccio della storia) e che si esplicherà nella storia successiva: chiude la prima storia con “sottraendo per un attimo lo sguardo al tramonto indugiò sui miei occhi e si lasciò andare ad un profondo silenzio che adesso racconto…” (p. 13), che riprende così all’inizio del racconto successivo: “… C’è negli occhi talvolta il silenzio del cosmo” (p. 15).
Siamo davanti ad un’opera dall’impalcatura testuale di natura teatrale: la declinazione delle dimensioni del teatro della vita in un arco di 7 quadri scenico-narrativi per raccontarci le possibilità infinite dell’esistenza umana; cioè un testo che ci regala la molteplicità degli sguardi della vita. Verrebbe da dire, con una battuta, sette storie per sette scene, ma anche dire sette racconti per 7 giorni (storie per una settimana): è come se nell’autore ci fosse il bisogno di legare il suo lavoro ad una precisa dimensione temporale della vita: quella di vivere il quotidiano nel susseguirsi dei tramonti dei nostri giorni.
Ogni storia meriterebbe un proprio specifico discorso, ma qui semplifichiamo per ragioni di brevità; dunque, “l’uomo che guardava i tramonti” è la storia prima che fa da prologo alla rappresentazione delle 6 scene che seguiranno, dandoci le coordinate del percorso di lettura, quasi che l’autore virtualmente voglia accompagnare il suo lettore in una via che sa essere irta; infatti, ci propone i testi successivi come il luogo del racconto del silenzio: la natura silente degli occhi che si esprime proprio con lo “sguardo al tramonto” (p. 13), assorti a penetrare il suo mistero: “il tramonto, quel punto geografico che è illusione e luogo in cui trascorrono sogni e visioni che a volte sono ombre altre possibilità d’esistenza” (p. 77); mentre la storia seconda (“lo sguardo”) esprime il sentimento di amore che l’uomo ha per il tramonto attraverso la figura dell’artista che trova il suo equilibrio proprio nell’essere il “pittore dello sguardo” (p. 21): ”Anche le parole hanno il loro limite, prova a dire la bellezza di questo silenzio” (p. 21); così pure la storia terza (“la visione”) ci irretisce in un “giuoco” di sensi che si dipanano nel loro intrecciarsi: una altalena continua tra visioni in sogno e sogni ad occhi aperti, il cui punto di contenimento è la presenza di un giovane alle prese con il tormento della sua anima dilaniata tra il desiderio di eternità e le pastoie materiali del quotidiano.
Mentre la storia quarta (“il musicante”: momento centrale dell’affabulazione tassoniana) presenta le vicissitudini di Cesare (frutto d’uno sbaglio, figlio di Santa del Conte, che un giorno partirono e per molto tempo non se ne seppe nulla): racconta di quando Cesare va camminando per il mondo “in giro per le valli” (p. 52) col suo violino e, tra un incontro e l’altro, ci narra i suoi tormenti, i suoi rancori e le rivalse che si prese quando fu grande; tutta la storia di Cesare pone al centro la condizione umana: il destino che tocca ad ogni persona, il coraggio di accettare il dolore e le avversità della vita con dignità, senza perdere la fiducia di continuare a credere nel sogno della vita, perché Cesare seppe accogliere il suo destino “con un profondo inchino” (p. 37), con un cuore che “vive passioni e sogna il domani…” (p. 40). Insomma, Tassoni ci narra l’apprendistato del giovane Cesare camminando il teatro della vita (e qui non è possibile il non andare con la mente al noviziato del giovane W. Meister di Goethe) quando dice “come memoria d’un tempo trascorso che altro non era stato che cerca e apprendistato di vita in un oltre più lontano dell’oltre” (p. 42). Dopo tanti anni di cammino, Cesare trentenne, alla fine si rende conto che “l’andare altro non era che il ritorno ..” (p. 42) (per poi un nuovo andare) nel suo paese natale per incontrare se stesso (l’alter ego): infatti, Tassoni ammette che “in fondo la presenza di uno che pare ti somigli non è questione irrilevante” (p. 45), cioè la capacità ed il coraggio di riconoscersi nell’altro in quanto se stesso.
La seconda metà del volume continua con la storia quinta (“passeggiata nelle crete senesi”), in cui c’è il racconto di un dialogo generazionale tra un giovane (un ragazzo di città) ed un uomo (un vecchio peripatetico) che in silenzio si aggira per i colli delle crete senesi; una storia dove tutto ruota intorno alla necessità di capire la differenza tra il sé (il profondo dell’uomo) ed il se stesso (l’esteriorità umana) (p. 59). Poi incontriamo la storia sesta (“in forma di memoria”), dove l’intreccio si svolge sul filo dei rapporti generazionali: tra l’autore (da bambino) ed i suoi nonni con tutta la loro sapienza contadina; il racconto rappresenta un ritorno al passato attraverso i ricordi della memoria, che in occasione della visita alla casa disabitata dei nonni (in cui aveva vissuto da bimbo), percorre all’indietro il tempo con la mente, la sola che riesce a farci rivivere fatti e persone ormai assenti; nel silenzio della casa del passato, rievocando fatti e persone, riesce a trovare la tranquillità nel rapporto con i nonni e col suo passato rappresentato da quella casa ormai disabitata.
Per ultimo, la storia settima (“l’uomo disperso”), dove racconta di una persona assente, ma che rivive nella mente dei due personaggi presenti: Tommaso (il vecchio canuto) e Cecilia (la bibliotecaria del municipio), i quali sono chiamati a mettere ordine e portare via le cose lasciate da un uomo sconosciuto e dato per morto (scomparso senza lasciare traccia di sé): in cerca dei segni della vita lì trascorsa. Tommaso quando scopre la stanza con i libri rinuncia al suo incarico, e così arriva Cecilia che nello sfogliare i libri trova dei fogli con sopra degli appunti rivolti ad un donna, dalla cui lettura si capisce che erano stati scritti per la donna amata, dopo che da lei era partito per un viaggio; il messaggio del racconto, quindi, è quello che noi continuiamo a vivere per gli altri anche dopo la nostra scomparsa: “quei segni lasciati consapevolmente là sopra altro non fecero che dirgli che mai s’abbandona la vita”(p. 69), perché immancabilmente lasciamo tracce del nostro passaggio nel mondo, che fanno sì che nessuno di noi potrà mai essere dimenticato come se non fosse mai esistito.
In tutti questi racconti incontriamo sempre momenti in cui l’autore-voce narrante ha bisogno di spiegare (a se stesso più che al lettore) le ragioni ineluttabili del proprio dirci fatti e persone: “poiché anch’io non scelgo la vita che faccio, mi limito a fare ciò che farebbe chiunque si trovasse al mio posto davanti ad un foglio che attende una storia soltanto o un racconto che racconta” (p. 54); troviamo che l’autore entra nella trama in prima persona divenendo il personaggio della storia per esprimere le proprie ragioni, riflessioni, sensazioni e tormenti in relazione al proprio scrivere racconti, in modo tale da configurare una scrittura seconda, dando luogo ad una sorta di meta-narrativa, in cui è forte il ruolo dello scrittore (l’autore) come colui che “scrive la vita” (p. 11) anche se la parola “non è che approssimazione […] con la parola non si può che dire di quel poco d’apparenza”(p. 50). Si intravede, in questo procedere del Tassoni, una teoria del narrare che si realizza nel racconto critica, cioè nella narrazione come momento d’interpretazione degli intrecci della vita (qui è evidente il richiamo – in un rapporto speculare - ad un'altra teoria: quella della teoria della “critica narrata” di Giacomo Debenedetti).
Emerge con chiarezza una caratteristica di fondo dell’approccio narrativo del Tassoni: è il racconto inteso come dialogo tra l’autore, in quanto voce narrante (che gioca il ruolo del regista) e la figura dell’uomo (sempre presente nei racconti) che fa da interlocutore: spalla dialettica alla voce dell’autore; dunque, la presenza dell’autore sulla scena è così forte, che il personaggio della storia, nella verosimiglianza narrativa, perde la sua consueta centralità. In tutto il volume, dunque, il vero protagonista è l’autore: attore unico che raggiunge momenti alti proprio quando dà vita ai suoi soliloqui, in cui traspare un pensare a sé come ad un altro da sé: un sé estraniato ed estraniante che trova nella memoria del Racconto un luogo in cui poter ri-vivere libero-liberato dai lacci della vita quotidiana: “E ti dirò parole, le libererò così come potrebbe fare il tuo pensiero mentre ascolta la vita” (p. 7). Sono racconti in cui l’autore dialoga col personaggio del momento, ma che in fondo sono solo attori strumentali per poter avere modo di dire il suo pensiero, di trascrivere il racconto della vita vissuta nella sua mente, nei suoi ricordi; direi quindi che sono racconti che si configurano come parole in libertà narrate al plurale per rendere partecipe il lettore che “ascolta”.
Questo liberare le parole dai lacci della vita è uno dei principali compiti che Tassoni assegna alla struttura aperta del discorso narrante, a continuo scorrimento, grazie ad una punteggiatura asciutta, quasi assente (cfr. per es. p. 46, primo capoverso), ma con il rischio di perdersi in un geometrico labirinto di parole: dove sembra che l’autore voglia suggerire, a chi leggerà, che per poter trovare il suo filo d’Arianna deve auto-recitarsi il testo (una messa in scena teatrale tutta mentale nella memoria del lettore) per arrivare a sentire e ricostruire in proprio il ritmo del respiro narrativo e poter entrare da attore nella storia raccontata; quindi, c’è una richiesta al lettore di partecipare all’azione narrativa interpretando il testo come atto di ri-scrittura orale: “E allora ascolta la storia che adesso lentamente, lentamente ti dico” (p. 15).
In conclusione, due note. La prima è il dover riconosce che questi racconti non sono di “facile” lettura: è necessaria una tensione mentale alta e costante per riuscire a cogliere gli innumerevoli rimandi e stimoli, restando comunque con la sensazione di trovarsi in una vastità che ci fa sentire piccoli e smarriti. La seconda nota è che con il titolo dato a questa recensione I tramonti negli sguardi ho voluto evidenziare, sin da subito, la polisemicità traboccante e provocante che investe il lettore delle storie tassoniane, in cui il tramonto della giornata (leggasi della vita) assume infinite valenze proprio nella molteplicità degli “sguardi” (“Gli occhi infiniti nella infinità degli sguardi”, p. 20), che i nostri occhi emanano sempre e ovunque, proprio a voler sottolineare le mille visioni della vita, le infinite esistenze vissute nella e con la memoria: “Vedi, la neve che hai sognato c’è ormai dentro la tua memoria e ci resterà […] sarà sempre una possibile presenza perché è stata” (p. 33).