SIENA, LA LUNA E MORO
di Piergiacomo Petrioli
Innumerevoli e di differente qualità, sono i film che hanno usato il fascino di Siena e della sua campagna come corrusco sfondo alle loro storie; da La ragazza del Palio con Vittorio Gassman, a Io ballo da sola di Bertolucci, da Con gli occhi chiusi con Debora Caprioglio fino al dimenticabile Celentano de Il burbero. L’ultimo in ordine di apparizione è Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, proiettato in pompa magna, quale prestigioso debutto notturno, di fronte al palazzo pubblico in piazza del Campo.
Inchiesta drammatizzata, thriller, film-verità? Un po’ di tutto, invero. Il film viene in effetti presentato nelle sale come thriller e narra le vicende dell’affaire Moro. Durante il suo ultimo giorno di lavoro, prima di ritirarsi in pensione, il Procuratore della Repubblica di Siena Saracini (Donald Sutherland), è avvicinato da uno sconosciuto, il quale gli consegna una misteriosa bobina. Si tratta di un filmato amatoriale girato nel marzo del 1978 da un palazzo di via Fani a Roma, che mostra le concitate fasi del sequestro del leader democristiano Aldo Moro. Sconvolto dalla visione della pellicola, il procuratore avvia un'indagine intricata e rischiosa che lo condurrà anche a Parigi, alla presenza di un fantomatico figuro, chiamato “Entità” (Murray Abrahm), fino all’atteso colpo di scena (?) conclusivo.
Il lavoro si presenta eccessivamente verboso e per certi versi dal finale scontato (Giancarlo Giannini nelle vesti del traditore è chiaro fin dall’inizio!) per essere un buon thriller, come rievocazione degli anni bui del terrorismo troppo drammatizzato e spettacolarizzato per quanto rigoroso nella attenzione allo svolgimento di quei cruenti fatti; l’Entità sa troppo di X-files! L’estetica di Martinelli sembra, come pure nel precedente Vajont, accondiscendere ad una cifra hollywoodiana che non appartiene al DNA del miglior cinema italiano. L’enquiry letteraria e cinematografica relativa ai lati oscuri della politica italiana ha saputo dare ben altri risultati con Sciascia e coi film tratti da suoi lavori, per non parlare della Von Trotta.
Infine lo scenario nobile di Siena appare poi quale mero pretesto, del tutto avulso dal contesto della storia.
La città viene presentata in una prospettiva oleografica e stucchevole, dove tutti i topoi e loci notabiles della Civitas Virginis ricorrono con efferata e vieta puntualità da depliant dell’Azienda di Promozione Turistica. Il film apre - quis dubitet? - sul Palio, con i protagonisti che osservano dalle gotiche finestre di Palazzo pubblico (a quando finalmente un film su Siena senza ricorrere alle immagini dell’aurea Festa svenduta a entreneuse per spettatori-potenziali turisti?), poi fascinosi scorci della Cattedrale e della Torre del Mangia, ripresi con efficaci voli d’uccello improvvisi e repentini, che servono da stacco drammatico, le usuali e solatie crete senesi (sfondo di scapicollati inseguimenti citazione dal film con Celentano) ritratte con piglio pubblicitario di ermi cipressi fra le crocee messi (siccome in infinite e celeberrime reclames televisive) e la scena presso la sede del Monte dei Paschi, ch’è pure tra i finanziatori dell’opera, ricorda troppo le bottiglie di Punt & Mes ben inquadrate nel salotto di Maurizio Merli o Edwige Fenech negli onesti B movies caserecci degli anni Settanta…
Tuttavia, se il registro stilistico non appare consono né riuscito, va riconosciuta al regista la volontà di un’opera che induce a ricordare e non dimenticare quegli anni tragici e non poi così lontani di quella che purtroppo è la nostra storia.