Melting Pop

 

Percorso tra opere scelte

 

di Leonardo Scelfo

 

 

La mostra in corso al Palazzo delle Papesse fino al 25 maggio nasce da un’idea sviluppata da Gianluca Marziani nell’omonimo libro pubblicato nel 2001 per i tipi di Castelvecchi.

 

Articolata su dieci sezioni, Melting Pop presenta alcune significative combinazioni tra l’arte visiva e gli altri linguaggi creativi.

 

Al primo piano nella sezione Melting fashion spiccano le opere di alcuni artisti di fama internazionale. VB 28 di Vanessa Beecroft, tratta dalla performance tenutasi nel 1997 alla Biennale di Venezia, si può leggere la volontà dell’artista di proporre la nudità senza ragioni critiche. Le sue modelle “indossano la nudità come un’uniforme”, ma la nudità è un vestito che suscita una certa reazione, soprattutto negli Usa dove vive dal 1996.

 

L’opera di Nicole Tran Ba Vang, posta quasi di fronte alla precedente, sembra rafforzare il concetto: la nudità è un vestito che difficilmente può essere tolto. L’ex stilista dopo aver rifiutato la moda attuale che tende a scoprire il corpo femminile con scollature vertiginose e trasparenze, veste le modelle con le forme del corpo femminile. Attraverso la tecnologia digitale crea l’ambiguità: sovrappone la pelle all’abito, vestendo il corpo ne svela la nudità.

 

L’ambiguità è la protagonista di Untitled n. 120 in cui l’artista presenta una delle tante Cindy Sherman: immagini di stereotipi femminili, estrapolati dai mass-media a cui l’osservatore può dare il significato che preferisce: sante, eroine, attrici. La riattivazione del processo di lettura dell’immagine, negato dalla comunicazione di massa che tende a fornire stereotipi già decifrati in partenza, passa attraverso la molteplicità dell’identità femminile, oscillando tra stati opposti: viva o morta, femminile o maschile, passato o presente, vero o falso.

 

L’anello di congiunzione tra i due spazi relativi alla sezione fashion è costituito dagli abiti dello stilista giapponese Issey Miyake che dal 1996 ha collaborato con quattro artisti per ottenere delle opere da indossare. Il vestito realizzato con Yasumasa Morimura, un artista le cui opere con inserimenti di autoritratti a computer mirano a dissacrare i classici dell'arte occidentale, presenta la Sorgente di In gres, con una manipolazione relativa all’inserimento del corpo dell’autore nella parte corrispondente alle gambe del soggetto dipinto. L’ibridazione tra i due soggetti risulterà amplificata dal corpo dell’indossatrice.

 

Il fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, lavorando con due ritratti, ha interagito invece con le plissettature dei vestiti in termini di apparizione e scomparsa. Stampando le immagini (un autoritratto e un ritratto di giovane donna pensosa) sui plissé, queste vengono svelate o nascoste a seconda dei movimenti della persona che li porta. Tim Hawkinson per Miyake lavora sull'aspetto visivo della figura umana, proponendo un intreccio fitto di linee-ragnatela effetto pizzo. Explosion di Cai Guo-Qiang, risulta l’esito più stupefacente della sinergia tra creatività e styling: sull’abito sono riprodotti i segni impressi sulla stoffa dalla combustione della polvere da sparo disposta a forma di drago orientale.

 

La sezione fashion, costituita da opere di diciotto artisti, in questa breve rassegna della mostra si conclude con The Lonely Doll di David LaChapelle, in cui il nudo di donna obesa sdraiata surrealisticamente sotto una vasca trasparente al centro di una distesa erbosa, rovescia il glamour in modo definitivo. Il cinico fotografo, scoperto a New York da Andy Warhol, non compie un atto di accusa verso il soggetto: la bambolona ritratta non è sfruttata come in un’immagine a scopo documentaristico, è consapevole del proprio destino ed è forte della propria natura. “Le mie foto non sono né un reportage né un documentario in tempo reale, sono piuttosto una celebrazione e hanno questa funzione”.

 

Tra le opere della sezione cinema presenti al primo piano, Cristiano Pintaldi con Senza titolo (acrilico su tela, 2002), e le immagini tratte dal video Polvere, mostra il proprio modus operandi. La sua ricerca pittorica si fonda sulla ricostruzione dello spazio visivo mediante la logica scompositiva fondata sull’unità elementare del pixel. All’interno di un quadrato di 1x1 cm dispone tre segmenti verticali paralleli di colore rosso, verde e blu. L’opera pittorica richiede un attento lavoro di selezione digitale, mediante un computer l’artista cattura e stampa le griglie dentro le quali poi interviene con l’aerografo. Con un ricercato accostamento dei tre colori del pixel ottiene una vasta gamma cromatica che oscilla dal bianco al nero originando anche sorprendenti effetti di trasparenza e luminosità.

 

Il rapporto con il cinema e il video, ed in senso più ampio con la televisione, non riguarda solo l’aspetto tecnico legato al pixel. La televisione è per Pintaldi una “fonte di ispirazione primaria”, un testimone delle mode, del gusto, di un’epoca. I suoi soggetti sono presenze colte ai confini della realtà, protagonisti di un mondo primordiale, come i pigmei, o gli alieni che entrano in contatto mediatico con la nostra civiltà.

 

Spostandoci verso le stanze attigue alle sala dei Pianeti, la riflessione coinvolge anche la musica con i picture-disc di Francesco Impellizzeri,  riproducenti le immagini di un Unpopop, una delle tante figure rubate dallo schermo televisivo, dalle pagine delle riviste patinate, dal cinema e dal teatro, che egli ha impersonato in varie performance.

 

Il rapporto arte e design è indagato attraverso un oggetto funzionale, la sedia, evidenziando rapporti di reciproca influenza. Le creazioni di celebri designers: Giovanni Albanese, Atelier Van Lieshout, Ronan & Erwan Bourollec, Fernando & Humberto Campana, Tom Dixon, Shiro Kuramata, Marc Newson, Gaetano Pesce, Antonio Riello, Denis Santachiara, Philippe Starck, Marcel Wanders e Robert Wilson, dialogano con le opere di Carlo Benvenuto, Ron Arad e Giacchino Pontrelli.

 

Il concetto stesso di oggetto d’arte risulta esemplificato da Nobody’s armchair,

 

una sedia in resine elastomeriche a base poliuretanica ideata da Gaetano Pesce all’insegna dell’innovazione e della diversità. Secondo un principio di serialità differenziata, infatti, tutti i pezzi nascono diversi l’uno dall’altro, unici, separabili, mutevoli e aromatici, sensibili e policromatici.

 

Nella sala dei Pianeti le opere legate al mondo della fiction interessano più linguaggi visivi: fumetto, cartoon, tv, cinema, coniugando elementi di appartenenza culturale “alta” con fattori provenienti dalla massificazione massmediatica.

 

I "Superheroes" di Robert Longo, regista del celebre Johnny Mnemonic, traggono chiaramente la propria origine dal mito dell'eroe, un mito comune a quasi tutte le culture che viene riadattato dall'industria e dai mass media per uniformare l'individuo sin dalla sua infanzia. La difficoltà che l’arte sta vivendo nei confronti dei linguaggi visivi di massa è ben espressa in Untitled the End di Adrian Tranquilli, un’istallazione in cui si trovano a confronto una tela che evoca i celebri tagli di Fontana ed un eroe prelevato dal mondo dei fumetti, Wolverine. Attraverso accostamenti e contrapposizioni di simboli diversi l’artista cerca di mettere in relazione l'universo mediatico del cinema e del fumetto con il mondo della grande arte contemporanea. L’eroe-artista inginocchiato a terra con le mani dotate di unghie lunghe ed affilate come lame, perde ogni capacità di manipolazione creativa: cita o distrugge, perché “non riesce più a stare dietro, a reggere il ritmo dell'accelerazione contemporanea. Oggi il cinema, il video, il fumetto hanno un impatto visivo molto più forte e raggiungono molte più persone”.

 

Al secondo piano del Palazzo, ritroviamo alcune opere relative ad alcune sezioni già incontrate precedentemente. Per melting cinema, è presente Essere morti o essere vivi è la stessa cosa (le sequenze dipinte a tempera su carta e video) l’omaggio che Gianluigi Toccafondo tributa al grande regista Pier Paolo Pisolini nel corso dell’edizione 2001 del Festival di Berlino. Un corto d'animazione di tre minuti, una sorta di “pittura animata”, un viaggio attraverso alcuni lavori cinematografici di Pasolini, tra cui “La terra vista dalla luna”, “Che cosa sono le nuvole?”, “Uccellacci e uccellini”, per cercare con l’animazione la comicità e la fisicità degli attori pasoliniani di quelle stesse opere. “Essere morti o vivi è la stessa cosa” è la frase di Pasolini che l’autore di celebri spot televisivi, Woman finding love per Levi’s (Los Angeles, 1993), Sambuca Molinari (1995) e Rai, di tutto di più (1995), ha scelto per raccontare a disegni l'idea della morte, che percorre in maniera costante e martellante tutta l'opera del regista friulano.

 

Il rapporto tra suono e immagine caratterizza gli spazi destinati a tre giovani artisti: Alessandro Gianvenuti, Matteo Basilé (grottino) e Andrea Chiesi.

 

In Untitled il giovane artista romano coadiuvato da Dj Stile realizza uno spazio visivo-sonoro scandito dall’immagine di una mano riprodotta digitalmente che si muove al ritmo di un mix di hip hop e musica elettronica.

 

La sezione Combo presenta tra le varie opere il video Una serata con il dottor Hoffmann di Thorsten Kirchhoff. Un film in 16 mm in b/n che narra la storia dell’inventore dell’aspirina: il dottore tornato a casa, come al solito, prende una pasticca della famosa medicina. Il ribaltamento consiste nel fatto che da questo momento in poi protagonista è l’aspirina, con un suo punto di vista in soggettiva.

 

Il linguaggio usato è preso in prestito dai movies noir, angolazioni di ripresa, dettagli ravvicinati, luce contrastata e ombre lunghe. Nel film, l'ovvio e il riconoscibile sono dati da un'abitazione privata ed un classico e rassicurante cassetto dei medicinali e dal gesto di "prendere un cachet". Ma l’ovvietà genera uno smarrimento che capovolge la situazione. "Il trucco è far vedere le cose che conosci bene, ma in una luce o un'angolazione appena distorta. Assumono una irriconoscibilità, anche se lieve, che destabilizza tutto. L'improvvisa incapacità di riconoscere il conosciuto è il primo passo verso l'incredibile, si arriva ai confini della realtà".

 

Le opere rassicuranti di Pablo Eucharren: una tarsia in stoffa imbottita, i manifesti per il festival “Arezzo Wave” e una ceramica testimoniano la volontà di coniugare arte ed artigiano metropolitano. Ma nel contesto della mostra amplificano le questioni relative al fare arte nel contemporaneo: “Al posto di "arte" sarebbe più appropriato cominciare a parlare di "arti", passare dal singolare al plurale, riprendere il filo della molteplicità, oppure di artigianato d’avanguardia, delineare la figura d’un neo artigiano urbano o metropolitano, un artigiano che sperimenti modi di fare”.

 

Della mostra fanno parte anche le sezioni Melting Magazine, che documenta il lavoro svolto da artisti (Maurizio Cattelan), fotografi (Oliviero Toscani) ed esponenti delle arti visive per varie riviste: “Big”, “Colors”, “Count Down” e “Permanent Food”, e Melting Brand & Advertising, l’uso crescente di alcune aziende di alimentare “il valore culturale del proprio gruppo, mescolando l’attitudine creativa con l’apporto funzionale delle idee visive” - Collezione Illy Caffè, Swatch Art Collection, Diesel ed Adbusters- e la pratica intrapresa dagli artisti che “metabolizzano l’immaginario di marchi, loghi, codici, rielaborando le icone mediatiche in termini mentali e analitici”.

 

Al termine della “visione” le domande iniziali: “cosa accade se gli artisti utilizzano lo scheletro della moda? E se le immagini filmiche sviluppano inquadrature pittoriche? Il design ha le ragioni concettuali della scultura? Un progetto musicale può dialogare con l’arte visiva e il magazine diventare un innovativo progetto di editoria artistica? non trovano una risposta precisa, ma solo una sequela di ulteriori domande legate al concetto stesso di arte. Ma l’impossibilità di definire l’arte al di là di facili formule tautologiche, impone una ricerca utopica, perché sempre mutevole risulta l'oggetto indagato.

 

 

 

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