IL DOLORE DELLA MEMORIA

 di  Domenico Muscò

 

La storia politico-sociale di Siena del Novecento presenta ancora ferite che continuano a far male, che la città non riesce a dimenticare; proprio su queste ferite è andata l’attenzione della recente ricerca storica del senese Vittorio Meoni, cioè un atto di amore per la storia della sua città (ma che non è il primo, egli ha già molti altri lavori nella stessa linea), dove ha saputo scrivere dense ma dolorose pagine sulla breve vita della “Casa del Popolo” di Siena (1905-1923), mettendo in luce le vicende vergognose che ha dovuto subìre, che non possono e non saranno mai dimenticate, poiché la memoria storica senese sarà un grido permanente di dolore, finché l’ingiustizia fascista non verrà riparata.

Naturalmente, stiamo parlando del libro La Casa del Popolo di Siena e il “dono della vergogna” di Vittorio Meoni (con una presentazione di Sergio Cofferati, pubblicato dalla Nuova Immagine Editrice di Siena e dall’Istituto Storico della Resistenza Senese, di cui Meoni ne è l’attuale Presidente), che è stato presentato il 24 giugno 2003, presso la Sezione D.S. “Lachi e Bocci” da Alessandro Orlandini ed Antonio Maria Baldi, alla presenza dell’autore; cioè, Meoni ha ricostruito con appassionata precisione le vicende degli attacchi,  da parte delle squadre fasciste senesi, alla “Casa del Popolo” di Via Pianigiani. Il libro esce in un momento storicamente significativo, cioè in occasione del sessantesimo anno dalla firma a Cassibile (Sicilia), il 3 settembre 1943, dell’armistizio di Badoglio con l’esercito alleato anglo-americano, ma reso noto solo l’8 settembre, per cui questa ultima è divenuta la data di fatto, nonché morale, della rottura, da parte dell’Italia, dell’Asse Roma-Berlino.

Il libro è composto da 5 brevi capitoli, accompagnati, in apertura, da una lettera di Filippo Turati (“Il Simbolo” del 1 marzo 1922), posta a prologo del lavoro, ed in conclusione, dall’elenco dei 67 difensori della “Casa del Popolo” (arrestati il 4 marzo 1921), a modo di epilogo, a simboleggiare la morte della “Casa del Popolo” senese attraverso il sacrificio dei suoi sostenitori. Invece, nella prima di copertina del volume è riprodotta una foto d’epoca, a firma dell’Arch. Fulvio Rocchigiani, in cui si può ammirare la grandiosità dello stile architettonico esterno della “Casa del Popolo”, vista in prospettiva guardandola dalla parte più alta della Via; mentre, in quarta, si riproduce il testo della cronaca della sua inaugurazione, avvenuta il primo maggio 1905, molto interessante sul piano storico, perché vi si possono cogliere significativi elementi di cultura e socialità dell’epoca, ma anche perché vi sono importanti notizie sulle caratteristiche artistiche del Salone dei concerti.

Elemento di particolare valore comunicativo del libro sono proprio i due inserti fotografici, dove nel primo viene colta la “Casa del Popolo” sia negli aspetti architettonici esterni che negli splendori artistici interni (dove insiste lo stile floreale del liberty, grazie all’ingegno artistico di Fulvio Rocchigiani), nonché la riproduzione di alcuni manifesti quale testimonianza della dotta attività culturale (concerti ed opere teatrali), che in essa veniva realizzata dai soci; mentre, l’altro inserto fotografico, quasi a voler dare una opposta specularità iconografica, presenta una lunga serie di immagini che documentano le condizioni della “Casa del Popolo”, a seguito delle distruzioni subìte a causa delle cannonate ed incendi per mano delle squadre fasciste senesi, tra cui colpisce in particolare la foto a p. 43, dove si intravedono sul fondo due uomini sulla soglia della porta di una stanza interna che osservano desolati e tristi le macerie della loro “Istituzione proletaria” (p. 30), che era stata costruita grazie al contributo finanziario della Banca cooperativa ferroviaria.

La violenza dello squadrismo fascista, tra il 1920-22, si abbatté sulla “Casa del Popolo” per 4 volte ed alla fine fu trasformata in “Casa del Fascio”;  il primo assalto alla “Casa del Popolo” avvenne il 7 marzo 1920, il secondo fu poco dopo il 4 maggio 1920, mentre il terzo ci fu il 4 marzo 1921 e l’ultimo, il quarto assalto, risale all’agosto 1922, ormai alla vigilia della marcia su Roma di ottobre. Nella “Casa del Popolo” avevano sede la Camera del Lavoro e le organizzazioni politiche del movimento dei lavoratori senesi; infatti, come dice Turati nella sua lettera, era il frutto del “sacrificio proletario”, che “rifiorirà dalle proprie macerie, come la fenice dalle ceneri, non sarà soltanto un edificio di mattoni e calce. Essa sarà un simbolo. […]. La Casa risorta sarà il simbolo augurale della nuova storia indeprecabile, della immancabile vittoria” (F. Turati, p. 11).

Nel libro c’è una scelta forte e chiara, da parte dell’autore (ma di cui non troviamo traccia delle ragioni che ve lo hanno condotto), cioè dei 4 attacchi dei fascisti alla “Casa”, per Meoni solo il primo ed il terzo hanno un significativo ed importante ruolo storico, questo è il messaggio che emerge dal fatto che egli vi dedica, per ciascun assalto, i primi due capitoli del suo lavoro; mentre per gli altri due assalti si limita solo a ricordarli di sfuggita, per cui non sappiano cosa esattamente sia successo, ma è comunque immaginabile. Dunque, Meoni nel primo capitolo, “7 marzo 1929: il primo assalto fascista alla Casa del Popolo e la morte di Enrico Lachi”, inizia un lavoro di ricostruzione delle violenze fasciste, avvenute in occasione della manifestazione degli ex-combattenti senesi per l’inaugurazione del loro vessillo, durante il quale fu devastato il locale che ospitava il Caffè e fu ferito a morte il giovane ferroviere socialista Enrico Lachi: fu colpito al cuore dallo sparo di un carabiniere, anche se egli non impugnava nessuna arma; morì la notte dell’11 marzo 1920 a 18 anni (era nato nel 1902 a Monteriggioni e faceva l’operaio alle ferrovie di Siena: giovanissimo si era impegnato in attività sindacali e nel movimento socialista). Nel suo necrologio, apparso sul giornale socialista “Bandiera Rossa - Martinella”, troviamo una frase esemplare che ben sintetizza la personalità di Lachi, cioè:  “Milite fedele dell’Idea metteva sempre la sua persona al servizio di ciò che credeva giusto e santo” (p. 27); il giovane socialista (di cui a p. 31 troviamo la sua foto) è divenuto oggi una delle figure simbolo dell’antifascismo senese.

Mentre, il terzo assalto alla “Casa del Popolo” (analizzato nel secondo capitolo: “4 marzo 1921. Il terzo assalto: in azione il cannone”), avvenne l’anno successivo, in un clima politico molto difficile e pieno di tensioni, poiché era appena stato ucciso dai fascisti a Firenze il sindacalista Spartaco Lavagnini; i fascisti inscenarono una manifestazione per le strade di Siena allo scopo di creare le condizioni per l’attacco alla “Casa del Popolo”, la quale fu presa a colpi di cannone, tale da costringere i lavoratori ad arrendersi ai fascisti, i quali occuparono la “Casa” e la devastarono incendiandola e niente si salvò, tutti i lavoratori che si trovavano al suo interno venivano arrestati ed incarcerati in Fortezza (sono quelli dell’elenco in coda al volume).

Ho preferito ricordare quanto Meoni ci dice nei primi due capitoli del suo lavoro, proprio per sottolineare la gravità politica e culturale, nonché umana, dei fatti allora accaduti; invece, gli altri tre successivi capitoli sono il racconto dello sviluppo delle conseguenze dei medesimi fatti, che sono molto spesso complicati e complessi, ma che Meoni riesce comunque a ricostruire con molta precisione (alle cui pagine rimando il lettore), qui basti solo dire che, negli ultimi 3 capitoli del lavoro, Meoni ricostruisce le vicende di come i fascisti riuscirono a rapinare la “Casa del Popolo”, i quali nel frattempo erano già saliti al potere, estromettendo con un colpo di mano gli amministratori ed i soci della Cooperativa, che era titolare della proprietà dell’immobile, nel corso dell’assemblea dell’8 aprile 1923, così poterono trasferirvi la sede del Partito fascista; il quale nel 1926 contrasse due mutui con la banca MPS, a cui non fece mai fronte; da qui nascono una serie di episodi spiacevoli che portarono la banca MPS ad acquistare Palazzo Ciacci nel 1936 per farne dono al Partito fascista con atto notarile del 9 luglio 1937: è proprio questo il “dono della vergogna”!. Palazzo Ciacci, ancora oggi noto come la “Casermetta”, rimase sede dei fascisti fino al 1944, dove si consumarono le violenze contro i partigiani ed gli ebrei.

Successivamente, Meoni ricostruisce gli infruttuosi tentativi di riavere la “Casa del Popolo” da parte dei legittimi proprietari; infatti, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, le forze democratiche antifasciste (di cui era portavoce il Comitato Nazionale di Liberazione di Siena) posero, in più di una occasione pubblica, sin dal 12  settembre 1944, la questione del ritorno ai lavoratori senesi della “Casa del Popolo”. Ad un certo momento si profilò una soluzione politica, che chiamava in causa anche l’edificio della “Casermetta” (oggi ritornata di proprietà della banca MPS in virtù della sentenza della Corte d’Appello di Roma del 1954), ma una serie di peripezie di passaggi immobiliari ed iter amministrativo-legali hanno fatto sì che il ritorno ai lavoratori senesi della loro “Casa” rimanesse disatteso ancora fino ad ora, continuando l’umiliazione dei legittimi proprietari, cioè la Cooperativa “Casa del Popolo”.

Infine, Meoni, nel capitolo conclusivo, “La proposta: compiere un atto riparatore”,  prende atto con dolore che, dopo 80 anni, ancora permane il sopruso fascista verso i lavoratori senesi, che mancano di un loro luogo cittadino democratico per attività di promozione politica e culturale; per cui Meoni invita gli attuali amministratori delle Istituzioni di Siena ad onorare il “debito morale … nei confronti del popolo senese” (p. 59), lanciando due proposte: ripristinare il diritto dei lavoratori senesi di disporre della loro “Casa” di Via Pianigiani e di straformare Villa Ciacci nella sede delle Associazioni senesi antifasciste e nel luogo della memoria storica della Resistenza. Il libro nel complesso, dunque, rappresenta un prezioso strumento di conoscenza di una pagina di storia locale, rappresentativa di quanto avveniva a livello nazionale, cioè l’ascesa al potere da parte del Partito fascista e l’instaurazione della dittatura di Mussolini.

A sostegno della proposta di Meoni, interviene Cofferati in conclusione della sua presentazione quando afferma: “mi pare del tutto condivisibile la proposta ‘riparatrice’ […]: riconsegnare alla comunità senese, alla sua storia e alle sue sofferenze, alcuni luoghi fortemente simbolici come la ‘Casermetta’ e la gloriosa ‘Casa del Popolo’, rimarginerebbe una ferita aperta” (p. 9); Cofferati vede la causa che portò a questa ferita nella debolezza dimostrata, allora, dai dirigenti della banca MPS verso il Partito fascista, quando gli regalò la “Casermetta”, che oggi Meoni ha battezzato, come dicevo sopra, col nome di “dono della vergogna”.

Il libro, naturalmente, come si è potuto notare, ha molti pregi sul piano del suo contenuto storico, ma se osservato da un ottica più “scientifica”, certamente mostra almeno due carenze, cioè manca del tutto una parte sulla metodologica di ricerca storica utilizzata e non vi è un minimo di apparato di note sulle fonti bibliografiche e storiche dei fatti trattati; penso che queste lacune siano giustificabili, per cui perdono di importanza, per il fatto che sicuramente l’intenzione dell’autore, anche se non esplicitata, era di dare al libro un carattere divulgativo, preferendo quindi non appesantire la pubblicazione con apparati tecnici, per cui una non “scientificità” consapevole.

In conclusione, alla luce di quanto detto, possiamo confermare che le pagine del lavoro di Meoni costituiscono, certamente, un grido di dolore della città di Siena, di cui egli si è fatto un acuto interprete: l’urlo della memoria storica per una ferita ancora aperta,  cioè il duro colpo al movimento dei lavoratori senesi ed alle basi della democrazia; dunque, il libro è un atto di valorizzazione della storia antifascista di Siena. Infatti, Meoni, come è noto, ha molto lavorato al recupero e promozione della memoria storica della resistenza senese fino a diventarne uno dei più noti padri dell’antifascismo di Siena,  cioè un instancabile “lavoratore” per la ricostruzione dei fatti ed la conoscenza dei luoghi storici della lotta al fascismo senese. Quindi, Meoni ci ha consegnato un testo in cui manifesta un dolore che solo l’esercizio condiviso della coscienza storica può portare ad una sua soluzione, come confermano le sue parole, al quale vanno i più sinceri ringraziamenti per averci dato la possibilità, ai nati in epoca di pace, di conoscere nei particolari uno dei momenti più difficili della storia del movimento socialista e sindacale di questa città.

 

                                                                                                      

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