AI CONFINI DEL SAPERE

 di  Gaetano Chiappini

 

I personaggi della narrativa di Leandro Tassoni sono, come sempre, in un certo senso sperimentali, come potenziali e timidi – ma non quieti – scopritori di qualunque cosa sia tra “lo sguardo e i tramonti”, tra l’osservatore proteso e l’orizzonte flessibile, purché non coincida totalmente con lo sguardo. Leopardianamente, la siepe non interrompe il campo visivo, ma, dialetticamente tende a superarlo.

Scoprire vuol dire comprendere, e comprendere vuol dire possibile attraversamento dello sconforto e dello sconcerto del nebuloso, ma che non escluda la consapevolezza, sempre, che “sedendo e mirando” il mondo può rivelare qualcosa della sua angustia o della sua speranza.

Tassoni si colloca sul versante dell’ascolto e del silenzio, guardando indietro al senso dell’esistenza o delle esistenze trascorse e assume un atteggiamento provvisorio, ma, ancora, sullo sperone dell’inquietudine. Perché qualcosa si consuma, si smarrisce, si perde e anche muore, se non si fa appello a tutto ciò che c’è dentro di noi e dentro le cose, il cuore e il pensiero, come prolungamento di noi nell’universo mondo, e viceversa.

Per questa ragione, il narratore ha accordato la propria sensibilità spingendola fino all’estremo limite del macrocosmo come del microcosmo, della vita come fenomeno generale e collettivo e come vissuto nel quieto cantuccio della propria coscienza. Che, ripetiamo, non è affatto quieto, se non provvisoriamente rassicurato, che può sempre ricominciare il viaggio ma può anche ritornare. Si potrebbe anche restare fuori, ma accettando il rischio che il viaggio stesso finisca per coincidere con il limite di noi; oppure, che si venga a perdere tutto senza approdi al sapere; senza sapere come fare a ritornare e che cosa fare una volta ritornati.

Comincia, dunque, a orientarsi con maggior peso di pensiero il libero e favoloso esplorare, andare oltre l’oltre, come mai? il fatto è che il narratore si è dovuto accorgere che il mondo finiva dove lui già si trovava. Sarà la fine della narrativa? sarà l’inizio di una tramatura piú ampia e ancor piú sperimentale come quella d’un romanzo? lo abbiamo già percepito, ma vogliamo la conferma del narratore. Il fatto è che fino ad ora la scrittura si è tesa nella ricomposizione del sogno e dell’ombra per trasformare ambedue nell’unica verità caratterizzante. Il nascosto è stato percorso e individuato come vita consumata sul punto di perdersi.

Sarà perché le risposte non esauriscono le domande? o sarà che mancano domande per provocare le risposte? i precedenti lavori di Tassoni si sono prodigati sul limite valicato della favola, ma essa era solo l’allegoria della domanda proiettata attraverso schermi e specchi anche parabolici che tornavano sempre allo stesso punto. E le domande continuavano come le risposte a non saziare l’impulso ardente di quel viaggio considerato sperimentale e finito per essere una fuga dalla verità velata, che non si poteva svelare pena lo scontro con una realtà ambigua o eccessiva o insopportabile o inesauribile.

Qui, finiva quell’impulso conoscitivo, infiammato e perennemente all’erta, che però bruciava in quella verità sul piede di casa ogni spinta verso il mistero. Questo, crediamo, era il senso della anteriore narrativa di Tassoni, illuministicamente eccitata e ignara che prima o poi l’esploratore o l’osservatore sarebbero dovuti tornare indietro. Là dove li aspettava la prima risposta che non si era mai allontanata dalla domanda. Qui, il nucleo dell’inquietudine: era come accorgersi che per quanto si scrutasse non solo non si sapeva, ma nemmeno si poteva capire, comprendere e finalmente convincersi.

Ancora una volta, il narratore doveva prender conoscenza della decisiva impossibilità di trovare fuori di sé tutto quello che non solo giaceva ignoto nel suo fondo, ma qualunque risposta avesse trovato fuori sarebbe stata vera solo se fosse coincisa con quella già posseduta dentro di sé.

Bisognava dunque accordarsi e accorgersi, sia pure al confine, che come ha sempre ripetuto Sant’Agostino, “in interiore homine stat veritas”. Era la casa, erano le stanze, il focolare, le crete senesi, i colli assolati, le strade semioscure del centro urbano: lí, tra le rughe del nonno e le attese della madre c’era quel velo che solo poteva essere tolto dalla coscienza e dalla consapevolezza. La narrativa del Tassoni doveva ormai tornare ad un senso religioso dell’essere e dell’esperienza, cioè, accettando i legami, i vincoli, la concordia e gli accordi con i suoni e con i segni dell’ambiente immediato, che fino a quel momento avevano funzionato solo come riflessi dell’apparire per volgersi in storia e costituire l’elastica tensione della ricerca.

Non si può dire che questo produca una oggettiva conoscenza di tutte le implicazioni del problema, anche per ragioni e limiti spaziotemporali; ma andava riconfermato perché la produzione prima di Tassoni non è solo un esempio pregevole di una qualità ilare e sofferta della scrittura: si noti la ricerca ambientale linguistica, i prestiti senesi, le accezioni piú familiari e, soprattutto, la punteggiatura complessa e di lunga articolazione, come se il fiato del lettore dovesse coincidere con le ansie, le spezzature, le protrazioni avanzate e piene d’aspettativa che lo scrittore imponeva a se stesso o subiva dalle necessità della spirale sintattica.

A questo punto, ci dobbiamo fidare dei nuovi trascorrimenti del linguaggio e delle figure, che popoleranno i racconti o i romanzi di Tassoni: per parte nostra vogliamo insinuare un atteggiamento che sarà sempre piú intensificato e determinante per qualunque successivo sviluppo (non è escluso qualche recupero, là dove resti qualche margine di ricerca); sappiamo bene, in realtà, che quello che interessa al Tassoni è l’approdo da sempre sognato e atteso a delle certezze.

La sua scrittura attuale è punteggiata di verbi di ricerca, che tuttavia sottendono la persistenza del dubbio e la speranza di soluzioni oggettive; diciamo che il narratore e la sua narrativa conservano le antiche e maggiorate inquietudini.

Che cosa si apre da ora in poi? Un altro aspetto della lingua tassoniana è solcato da una profonda necessità – che si sconta dalla stessa di prima – che è quella, da un certo punto di vista, di ribadimento del bisogno di sapere, ma, nello stesso tempo propone qualche cosa in via di approssimazione, se non addirittura di provvisoria o anche definitiva conclusione. È presto per decidere su ogni proposta, ma, nella presente zona di confine del sapere, c’è sempre il bisogno dirimente di affiancare alla scrittura una ricerca piú tranquilla e piú rassicurata sulla coerenza sui generis del cosmo di facciata.

Il resto, comunque, non potrà non tenere conto di una novità assiomatica, antica e sempre nuova, che trova il concerto, l’armonizzazione, solo in quel legame sacrale tra i portatori delle domande e il loro spazio vitale e sperimentale, che, unico, è il superamento di qualunque angosciosa controversia.

                                                                                                      

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