ABITARE L'ALTROVE

 di Domenico Muscò

    

 

Il mare è canto e urlo d’amore, canta e urla e attira a sé tutto quello che trova:

l’acqua ai fiumi la terra ai monti, ruba e spaventa,

ma quando si calma mille barchette lo solcano

(L. Tassoni, La mente altrove, p. 44).

 

            La storia del sapere umano, soprattutto quella di tipo filosofico-letterario, ci ha dato numerosi trattati analitici ed opere di mimesis della nostra natura di esseri umani senzienti, tale che potremmo certamente sentirci autorizzati a pensare che quasi nulla ci è rimasto ignoto di noi stessi, ma non è così; tutti sappiamo che il processo conoscitivo dell’uomo segue uno sviluppo di tipo esponenziale, tale che non sappiamo mai il punto oltre cui è impossibile andare. Proprio la consapevolezza di questa caratteristica della mente umana fa sì che ogni persona è, ovviamente, portatrice di una sua specificità sia sul piano della ragione che su quello emotivo; ciò ci consente di poter assistere al fenomeno della creatività, che ci dà opere che vanno a cogliere aspetti e sfumature “inedite” della natura umana,  al punto che non possiamo non rimetterci in discussione quando leggiamo un testo che ci pone di fronte alle nostre contraddizioni e debolezze, come davanti alle nostre incertezze e dubbi, ma anche alla coscienza del permanente mistero dell’identità della psiche umana.

            E’ proprio questo bisogno di ri-esserci e questa misteriosità, intrinseca alla nostra mente, che ci spinge ad abitare i “luoghi dell’altrove” che vi insistono; in tal senso è esemplare il “lavoro di ricerca” che troviamo nel nuovo libro di Leandro Tassoni: La mente altrove (Il Leccio, Siena, 2004); un romanzo dove l’autore mette in scena, nel senso amletico della mimesis come trappola rivelatrice, un caso concreto dell’essere altrove e dei meccanismi che spingono la mente ad incontrarlo: “Gli echi però di follie lontane lo raggiunsero: la sua mente si sollevò dal torpore ed i suoi occhi tornarono ad essere occhi d’indagine, precisi, scrutatori di quegli anni difficili in cui la bella e sinuosa natura pareva percorsa da un tremito di paura e di colpa per la sconsiderata violenza degli uomini” (p. 52).

Con La mente altrove l’autore ci offre, per la prima volta, un testo  non più come risultato di un insieme di racconti brevi (seppure sostenuti da una affabulazione coesa), ma ci presenta un romanzo unico ab origine: un libro a largo raggio tematico e profondo respiro emotivo, poiché nel suo portato creativo si condensa una valenza umana e filosofica che si sviluppa in una molteplicità di temi e luoghi peculiari, anche se qualcuno risente di motivi precedenti. Nella narrazione di Tassoni, cioè, emerge la sua capacità di esserci, che trova nella scrittura la forza di presentarsi sul palcoscenico della vita attraverso il ruolo del “personaggio d’autore” che narra, perché sa che la Parola è la sola a dargli la giusta mimesis aristotelica. 

In La mente altrove il linguaggio tassoniano si è fatto più disteso ed aperto al lettore: una caratteristica che in precedenza rimaneva solo sulla soglia del racconto; ora troviamo un equilibrio centrato sulla parola poetica (in antitesi alla logica della legge), cioè  la poesia dell’anima ha preso possesso della parola narrata divenendo motore dell’azione che ha cambiato la personalità del personaggio del romanzo Alessandro Falaschi: “Da tempo ormai aveva ripreso a riconsiderare la parola poetica avvertendone la forza creatrice e la misteriosità e sempre più spesso nelle sere d’inverno la sua mente si raccontava le storie per placare l’incedere del tempo …” (p. 56), la cui vicenda umana e professionale ben esemplifica la densità semantica della parola creativa;  tale centralità della Parola viene particolarmente evidenziata in quelle parole di Alessandro dette al suo maestro Ruggeri: “E capì inoltre la potenza delle parole la loro capacità di lasciare impronte dentro la mente e nel cuore” (p. 64), cioè “capisci che è tramite la lingua che puoi ripulire ogni piaga dell’anima” (p. 68); dunque, una Parola come cibo della vita, come sostegno all’esistenza umana che ci mette davanti a persone ed immagini distanti. Si tratta di una Parola dal significato potente che ha un diretto richiamo proprio nel Verbo del Vangelo: “Logos, verbo, parola … in principio era presso Dio, in principio era Dio, in principio era la parola …”  (p. 56).

            La lettura del primo romanzo di Tassoni ci cattura  per le sue capacità linguistiche, percorsi mentali  e snodi tematici, che si avvolgono intorno chi legge senza dargli tregua fino a farlo sentire ebbro di altrove, estasiato da tanta essenzialità, che ci incita fortemente a ricercare (sul filo dell’intuizione) il logos dell’altrove che è in noi; cioè,  un romanzo che solo alla fine ci fa cogliere, in prospettiva, l’interezza della visione tassoniana dell’ “abitare” la “mente altrove”. Una molteplicità dell’ “abitare”  che trova sede proprio negli spazi della mente umana dove risiede la memoria con tutto il bagaglio dei ricordi sedimentati, che a volte emergono davanti ad input occasionali come quando un anziano signore perde un soldo dalla tasca: “saliva le scale probabilmente con la mente già all’altrove” (p. 70), oppure durante la conferenza di presentazione del libro di Alessandro: “puntuale l’altrove s’adagiò vicino ad Alessandro” (p. 80).

La storia narrata ne La mente altrove è tutta incentrata sul percorso iniziatico dell’ “uomo di legge” Alessandro, che entra nel mondo degli adulti tramite il lavoro di praticante nello studio legale dall’avvocato Ruggeri, il quale ha visto in Alessandro una promessa, così che egli gli dedicherà attenzione ed insegnamenti dettati dalla sua lunga esperienza nel foro senese. Ad un certo momento gli affida la prima difesa in un processo per omicidio contro l’affascinante Matilde, che ha ucciso il suo amante per amore ed è rea confessa: un processo già perso, gli dice Ruggeri, ma Alessandro rimane catturato da tale donna al punto che decide di impegnarsi al massimo per fornire la migliore difesa, che sarà un esempio di grande umanità professionale. La vicenda di Matilde ci mette davanti alla colpevolezza della persona, la quale però a priori non perde il diritto a difendere la sua dignità: “Ha ucciso lo so ma ancora gli rimane un diritto, il diritto alla dignità, ed è per questo che io mi batto, mi batterò, anche se so che la dignità che ella nasconde sa già di pietà per se stessa” (p. 44).

Matilde è la figura femminile centrale del romanzo, anche se compare poche volte, cioè una donna che ha ucciso il suo amante poiché ha voluto eternizzare l’amore dell’amato solo per lei: “il gesto di una donna che, pur amando, gela l’immagine dell’amore con un colpo di pistola preciso al cuore per strapparla forse al divenire” (p. 72); la storia di Matilde (cfr. Epilogo, pp. 93-7), avverte l’autore, è una storia d’amore unica, proprio perché paradossalmente simile a quella di altre donne.

Il travaglio di questa donna si riflette sull’esistenza del giovane avvocato, poiché tra i due nascerà una intesa a distanza, che si configura come una affinità elettiva: “Alessandro sentiva per quella donna una affinità elettiva e in quei mesi questo sentimento lo aveva fatto riflettere” (p. 24), che lo porta a maturare una concezione dell’amore molto ascetica, prosciugata degli aspetti materiali, poiché si tratta di un amore per la vita in senso lato. Alessandro tenta di scrivere la parola fine all’ “ossessione” per Matilde abbozzando una “lettera-racconto” a lei diretta: “Da tempo pensava a Matilde e aveva deciso di scriverle una lettera” (p. 72); questo tentativo evidenzia proprio un intreccio tra scrittura e vita, cioè sottolinea il potere demiugico della Parola sulla vita della persona.

Il processo contro Matilde sconvolge la vita di Alessandro facendolo cadere in una profonda crisi esistenziale, a tale punto che dopo la sentenza di condanna della donna, egli decide subito di abbandonare la professione legale (nonché Martina e Siena), ritirandosi a vita di campagna nei luoghi del suo paese natale nella provincia senese; da questo momento nasce un nuovo Alessandro, non più affascinato dalla vanità del mondo e dalla gloria professionale. Una crisi di valori ed ideali che coincide con un lavorio interiore che lo porta a divenire una persona che trova il suo nuovo Sé nella scrittura di tipo narrativo e nella simbiosi cooperativa con la natura.

L’universo artistico di Alessandro, infatti, è un mondo dove egli trova la sua redenzione nel rapporto “primitivo” con la natura della sua campagna natale: “Da quando sono tornato a vivere qua la vita mi si è rivelata in tutta la sua semplicità; ho scoperto che in luoghi come questi, dove la parola comunità esiste ancora, la lingua conserva contenuti profondamente evocativi; là, invece, ed indicò verso nord dove sapeva essere la città (…) il valore dell’uomo è affidato alle leggi, ai regolamenti. Da noi invece quel senso risiede nei gesti” (p. 59). L’abbandono della città di Siena coincide con l’elezione della sua terra natale quale luogo in cui ritrovare la perduta pace dell’anima, l’equilibrio interiore “corrotto” dalla vita cittadina: “corse verso la sua terra e la elesse a luogo ed a rifugio per un tempo indefinito”  (p. 50).

Il percorso di vita di Alessandro mette in evidenza l’esistenza di un rapporto educativo tra paese natio e città adottiva: emerge il ruolo iniziatico della città verso il giovane inesperto alle cose della vita, ma la città è anche quella che corrompe i valori sani della persona, che alla fine possono essere recuperati solo col ritorno alla campagna quale luogo della purezza in origine. La città di Alessandro è proprio Siena, la città di Tassoni, che egli cita esplicitamente per la prima volta in questo suo romanzo, anche se in passato non erano mancati echi lontani in tal senso.

Molte sono le idee e le riflessioni che Alessandro è andato maturando negli anni vissuti  nella sua casa di campagna; tra queste è interessante notare la relazione che corre tra pianto e piante, cioè le piante sono percepite e vissute come portatrici di serenità soprattutto nei momenti di pianto: “Spesso gli veniva da piangere e come un bambino si scopriva gli occhi umidi al pensiero che non ci può più essere salvezza. Quando però a soccorrerlo venivano le piante con le loro voci dentro il vento sentiva se stesso in pace nel cuore della rupe” (p.50); la natura, dunque, è chiamata a svolgere un ruolo terapeutico tale da restituire benessere alla persona: “Chiesti i segreti alla natura riuscì a coglierne il senso … lesse il rispetto e la misura. […]. Adesso gli apparivano femminee, quiete; sentiva i suoi occhi invitati a guardare e a comprendere con lo sguardo della contemplazione, e per la prima volta sentì bene dentro se stesso” (p. 51). Ma l’autore non manca anche di sottolineare, in tono polemico, come l’uomo abita la natura, cioè questo cerca di dominarla facendola diventare una ”natura addomesticata” (p. 55) e quindi fargli perdere il valore benefico che esercita sull’animo umano dato dalla “confidenza antica”.

Inoltre, incontriamo altri due significativi aspetti nel romanzo di Tassoni che desidero sottolineare; il primo è il rapporto tra anima e mente, che ha la sua esemplificazione nel travaglio di Alessandro: egli ad un certo momento sente il bisogno di  redimere la sua anima, di cui ne è consapevole anche Ruggeri quando dice: “anche se perdi vinci ugualmente perché hai creduto … nella redenzione di un’anima” (p. 30): l’anima di Matilde, naturalmente; cioè Alessandro ha bisogno di “dare una soluzione” al tormento del suo cuore, che troverà espressione e quiete nella Lingua della narrazione: “E capisci che è tramite la lingua che puoi ripulire ogni piaga dell’anima … Tu mi stai parlando di nuovo del linguaggio della creatività…”  (p. 68). Nel romanzo di Tassoni emerge, dunque, il concetto di redenzione come perdono cristiano: “La mia mente invece si nutre di un’immagine, di un Cristo proteso sul mondo … Per me questa donna è assolta perché è migliore del vostro odio, della vostra freddezza, della vostra assenza di perdono” (p. 43); un percorso che spinge Alessandro, come già detto, a cambiare radicalmente la sua vita in quanto l’anima redenta lo porterà a maturare una concezione di stare al mondo che si concretizza nella ricerca di sé come ritorno alla natura quale luogo principe dell’abitare della vita.

L’altro aspetto importante de La mente altrove lo troviamo nell’ultimo colloquio tra Ruggeri ed Alessandro, che ci dà proprio un esempio di come il sentire morale influisce sull’esercizio della professione legale: fare l’avvocato ha ragion d’essere solo se è realizzato con poesia e passione oltre ai codici: “Saper parlare nel nostro mestiere è tutto e tu hai dimostrato di saper toccare l’udito di chi ti ascoltava, e sai perché? Hai saputo metterci dentro la poesia, la vita, la passione. … da oggi in poi nessuno di noi potrà parlare soltanto con il codice in mano” (p. 47); Ruggeri ricorda con orgoglio le parole di Alessandro al processo Matilde, poiché esemplificano quell’idea di giustizia di Alessandro che non può essere separata dalla possibilità del perdono: “ma poi quel processo è lei che lo ha vinto perché ha creduto nel perdono”  (p. 66); quindi, alla fine Alessandro riceve dal suo maestro Ruggeri ciò che 10 anni prima gli era stato ingiustamente negato dallo stesso, cioè vedere riconosciuto il suo valore umano e professionale, a prescindere dalla sua bellezza estetica.

Il romanzo si conclude con un finale particolare: dal carattere “nebuloso”, cioè che non si lascia cogliere nella sua fisicità narrativa, ma solo intuire, per cui il lettore rimane in “sospensione”; l’unico elemento chiaro è che la mente di Alessandro non riuscirà mai a liberarsi dell’altrove “Matilde”:  continua a cercare la sua presenza anche là dove lei ha scelto di essere “reclusa”, cioè in un convento; si tratta di un epilogo che non è opportuno descrivere analiticamente, poiché è più corretto rispettare la sensibilità del lettore lasciandogli la possibilità di trovare il suo esserci nella “dimora” conclusiva dell’altrove tassoniano.

Con La mente altrove, dunque, siamo davanti ad una fabula a doppio binario: la vita reale e la “vita mentale” dell’altrove; cioè un intreccio permanente tra storia narrata (quale vita reale nella fabula) e vita mentale del personaggio Alessandro (quale esempio di abitare sogni ed illusioni). Una duplicità che nel romanzo di Tassoni si sviluppa nel personaggio di Alessandro in quanto elemento cerniera nel processo di affabulazione in rapporto alla dualità autore-scrittura che vi insiste (cfr. pp. 59-60); una relazione che consente al Tassoni di dare grande prova di maturità narrativa.

Quindi, se indicatore di questa maturità artistica, in uno scrittore di letteratura, è anche la sua capacità di innovare temi e linguaggio senza rinnovare se stesso quale persona culturalmente strutturata, allora ne La mente altrove incontriamo gli elementi giusti per dire che Tassoni con questo romanzo ha saputo darci un “originale” contributo artistico in sintonia col suo universo delineatosi nel corso della sua precedente produzione letteraria.            

 

Siena, 30 aprile 2004

 

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