IL VICINO SCONOSCIUTO

 di Antonio Weremburg

 

  

Soltanto due anni fa è stata edita e tradotta in Italia, a quasi mezzo secolo dalla pubblicazione originale in lingua ebraica ed inglese, un'opera fondamentale come: Gershom Scholem, Šabbetay Şevi. Il Messia mistico (Torino, Einaudi, 2001, pp. 959); questo ponderoso lavoro analizza la vita e l'opera di Šabbetay Şevi, un ebreo originario di Smirne dichiaratosi, nella seconda metà del XVII secolo, Messia e salvatore del popolo d'Israele.

Partendo dal background storico e culturale che rese possibile la costruzione e il clamoroso successo di una figura come quella di Şevi presso tutte le comunità israelitiche della diaspora, Scholem fornisce al lettore un mare magnum di informazioni, accuratamente vagliate e verificate, che si prestano ad una vasta gamma di utilizzi.

Logicamente la parte principale del testo è occupata dalla singolare figura del Messia Šabbetay Şevi, un individuo ritenuto da molti contemporanei un pazzo esaltato, ma che dal 1665 al 1676 mise in subbuglio tutte le comunità ebraiche del mondo, creando non pochi grattacapi alle entità statali che le ospitavano. La predicazione del nuovo redentore degli ebrei, abilmente propagandata dal ‘profeta’ Nathan di Ghaza, scatenò in tutta la diaspora fenomeni di allucinazioni collettive, grandi penitenze di massa, nonché aspri conflitti tra “fedeli” e “infedeli” all'interno dei quartieri semiti situati in Africa, Europa ed Asia ottomana.

Stranamente, l'arresto di Šabbetay da parte delle autorità turche e la conseguente apostasia del Messia (che preferì farsi mussulmano piuttosto che martire!), pur causando un comprensibile terremoto nelle comunità credenti, lasciò migliaia di ebrei nella convinzione di essere finalmente giunti all'età messianica, ed addirittura alcuni gruppi di “eretici” sabbatiani (i Dönmè di Salonicco) sono sopravvissuti fin quasi ai nostri giorni.

Dalla ricostruzione storico-teologica di Scholem possiamo ricavare un aspetto, secondario nell'economia dell'opera, estremamente interessante, ossia una serie di dati sulla vita e sull'esistenza della “nazione” ebraica, noti soltanto agli esperti del settore. Di fatto, sia la cinematografia che la letteratura internazionale, salvo gli episodi giudicati più “adatti” al grande pubblico (come quelli del periodo biblico o la Shoah), di rado hanno posto la loro attenzione sulle comunità ebraiche, che per millenni hanno vissuto a fianco di cristiani e mussulmani.

Leggendo da questo punto di vista Šabbetay Şevi. Il Messia mistico, riscopriamo un mondo fatto di piccoli nuclei di correligionari (difficilmente più grandi di alcune migliaia di unità), che mantenevano la propria identità religiosa e le proprie tradizioni mediante continui contatti reciproci. Esistevano istituzioni, riconosciute da tutte le comunità, per la formazione del clero e della cultura; non era infrequente l'esistenza di stampatori ebrei che diffondevano questi saperi in tutta la diaspora. A capo di ogni comunità si trovavano le autorità religiose che spesso erano costrette a muoversi in modo estremamente cauto per difendere i loro correligionari da due ordini di insidie: uno prettamente interno come l'aborrita apostasia, la quale poteva creare esempi pericolosi, e l'altro esterno, ossia la malevolenza e la diffidenza dei loro “vicini” cristiani e mussulmani. Ecco, quindi, le grandi speranze ed i grandi timori suscitati da figure, più o meno carismatiche, che di quando in quando si dichiaravano Messia pronti a salvare gli ebrei cavalcando l'emozione che veniva causata da notizie drammatiche come l'espulsione dalla Spagna o il massacro di  Chmielnicki (1648).

Purtroppo il libro di Scholem ha il pesante limite di essere pensato e realizzato per un'utenza di nicchia fatta di eruditi e ricercatori, tuttavia per chiunque voglia avere una visione d'insieme sulla storia e la vita delle comunità ebraiche nel 1600, data la ricchissima bibliografia e la grande qualità del lavoro storiografico portato avanti dall'autore, Šabbetay Şevi. Il Messia mistico appare un'opera imprescindibile.

 

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