FANTE MALEDETTO?
di Antonio Weremburg
Nonostante J. Fante sia annoverato, da tempo, tra i grandi della letteratura mondiale del secolo scorso, in Italia questo autore è ancora da considerarsi un personaggio misterioso per la gran parte dell'utenza letterata. Soltanto parzialmente questo ‘Camilleri’ statunitense (‘Camilleri’ non tanto perché abbia coltivato il filone del giallo, quanto perché la sua carriera per alcuni aspetti è simile a quella dello scrittore siciliano) è stato scoperto nel nostro paese grazie a due lodevoli iniziative: l'introduzione delle sue opere nel bellissimo catalogo dell'editore Marcos y Marcos e, più recentemente, l'edizione da parte de La biblioteca di Repubblica di quel piccolo capolavoro che è Chiedi alla polvere.
Francamente non si può che essere soddisfatti che un nuovo astro abbia gettato un raggio di luce nel nostro provincialismo culturale, tuttavia, scavando nella mia memoria, non posso fare a meno di ricordare come le brevi note critiche, con le quali La Repubblica presentò l'opera, definirono J. Fante un autore maledetto.
Devo dire che questo aggettivo, affibbiato all'autore in questione, mi lascia piuttosto perplesso. Innanzi tutto che cosa si intende per autore maledetto? Tale definizione al giorno d'oggi, ed in passato, è stata spesso associata a scrittori che osavano affrontare argomenti tabù, oppure semplicemente ritenuti “scomodi” da una parte importante dei lettori. Questa definizione, per far solo un paio di esempi, calza come un guanto ad autori come il Marchese de Sade o ad Adolf Hitler, le cui opere, tutt'oggi, sono considerate, da molti lettori, meritevoli di fiamme purificatrici.
Di sicuro, almeno che si utilizzi qualche centone un po' troppo vivace, J. Fante non può in alcun modo essere considerato un autore maledetto, ma anzi, ponendo le sue opere di fronte al vaglio di un'attenta lettura, si capisce subito come quest'autore non sia nient'altro che un alfiere del mito americano pronto a vedere la luce anche in un oscuro palcoscenico sociale come la grande depressione (aspetto di cui, per esempio, non si trova alcuna traccia nelle opere del “naturalista” Steinbeck).
Nella maggior parte dei suoi romanzi, largamente autobiografici, Fante infila ossessivamente la propria ombra di self-made man, figlio di immigrati italiani del Colorado, vittima di discriminazioni e miserie di ogni tipo. Già con le sue prime opere l'autore conobbe un discreto successo e soltanto per questa ragione decise di abbandonare la narrativa passando al ben più lucroso mestiere di sceneggiatore. Ecco che quindi rimane miseramente disarmata la tesi di un Fante maledetto. La decisione di interrompere una promettente carriera di narratore non fu in alcun modo imposta all'autore che, una volta andato in pensione (come del resto il nostro Camilleri), riprese a scrivere romanzi incontrando quasi subito il favore della critica e dei lettori così come gli era successo negli anni '30.