UN RACCONTO COME SPECCHIO
di Leandro Tassoni
Recensire un libro, se non lo si fa per mestiere, è principalmente indicazione di lettura e se il libro che si indica non è un fresco di stampa con la carta patinata e la coperta luccicante, vuol dire probabilmente che il libro ci è rimasto dentro la memoria, che la sua lettura ci ha in qualche modo un po’ più ricchi.
Capita raramente e quasi mai di questi tempi, ma se capita ci vediamo presi dalla voglia di parlarne per proporlo a chi va in cerca di qualcosa che abbia un senso. Semplicemente l’amore verso la scrittura ci spinge a scrivere alcune brevi note.
Il libro, per chi ha tempo o ancora non lo ha letto, è L’uomo e il cane di Carlo Cassola, scritto e pubblicato presso la Casa Editrice Rizzoli nell’ormai lontano 1977. E’ un apologo e come tale implica una morale precisa da utilizzare quando lo sconforto della vita chiede un pegno da pagare. Ambientato in terra di Toscana, scritto con un linguaggio asciutto e talvolta immediato, questo romanzo racconta la vicenda di un “randagio” che è alla disperata ricerca di un “padrone”. Di un padrone, appunto, perché vivere senza catene gli appare (per sua sciagura) più penoso dell’aver quell’appendice che lo relega ad un immaginato casolare. C’è da dire altro? O questo può bastare a scuotere la nostra curiosità di lettori, noi, fra le tante parole adusate pronunciamo senza paura la parola liberà. Ma la morale è altra.
Trascinato da una catena invisibile (quello dell’abitudine), il cane Jack nell’invidiare gli altri cani legati a catene, il cui unico dovere è quello di leccare la mano che, di tanto in tanto, dà loro un tozzo di pane, si mette alla ricerca di un novo padrone anche malvagio purché sia un padrone, possibile compagno d’affetti, possibile illusione di bontà.
E i lettori? Visto che è un apologo e visto che la parola implica il concetto di ammaestramento, riflettano sulle catene proprie ogni volta che pronunciano liberamente la parola libertà.
E la storia? E’ specchio in cui si può vedere la vita, l’esistenza, con gli occhi immersi in un frammento di possibile (ma inconffessabile) amara verità.