LA PASSIONE PER LA FATICA DELLA SCRITTURA
di Agnese Sabella e Leandro Tassoni
Il 16 giugno 2005, presso l’Enoteca i Terzi (Siena), si è svolta la presentazione del libro di Domenico Muscò, Scrivere a Siena. Itinerari critici di arte, filosofia, letteratura ed oltre (Introduzione di Gaetano Chiappini, Nuova Immagine Editrice, Siena, 2005), a cui hanno partecipato, come relatori, il prof. G. Chiappini, lo scrittore Leandro Tassoni e l’Assessore alla Cultura Silvana Biasutti (Provincia di Siena), mentre la serata è stata condotta da Claudio Machetti.
Tra tutti gli interventi, i più sentiti sono stati sicuramente quelli del prof Chiappini, che ha visto nascere Muscò come scrittore e studioso, e del Tassoni, caro amico dell’autore, nonché collaboratore de “la collina” e brillante narratore. Scrivere a Siena è il “racconto” di uno spezzone di vita, iniziato nel 1984, proprio con la creazione della rivista “la collina”. Si tratta di una raccolta di scritti critici sui temi della filosofia, l’arte e letteratura, etc., tante gocce di rugiada di un’alba che nasce da un colle… Il libro rappresenta un percorso che si protrae e si dirama tra studi filosofici, interessi culturali e passioni di un uomo che ha scelto di abitare e di ”scrivere a Siena”. Un moderno Ulisse che, alla ricerca di Itaca, la ritrova e la rivede in un paesaggio collinare, in una dolce sinuosità su cui si adagia Siena. Ma la collina senese è proprio come il profilo di una donna con le sue dolcezze, ma anche con le sue asperità, ed ecco la fatica, il lavoro, lo sforzo …. per “scrivere a Siena”. E nel titolo c’è anche lo specchio occulto per chi ignora, ma palese a chi conosce, la vita dell’artista e ha vissuto le medesime vicende di queste tribolazioni e passioni.
Quanto è stato duro e difficile far cultura, creare il proprio spazio fisico,
metafisico e culturale in questa nuova Itaca? Questo esser stranieri in una
nuova Patria si manifesta nella parte finale del libro, dove si tratta di
traduzioni: egli dice, infatti, tradurre “per riportare alla
luce della nostra lingua pensieri e sentimenti nati altrove” (p. 16).
Ecco il libro di un uomo, un ragazzo venuto dal Sud, che non ha mai
rinnegato le proprie origini, ma che a Siena ha trovato il luogo dove
esprimere le proprie qualità, i propri interessi e la sua intelligenza. Tanto
ci sarebbe da dire e da scrivere sul libro, sui libri di Domenico, ma penso
che sia bene continuare la narrazione con le parole del suo amico e
collaboratore L. Tassoni (A. Sabella).
Relazione tenuta per la presentazione del libro di Muscò Scrivere a Siena
Sarò breve, per non correre il rischio di sbagliare; perché di
fronte ad un libro così denso di passione civile e di impegno culturale si
viene quasi presi alla sprovvista.
E chi si immaginava di ritrovare dentro queste pagine tanti nomi, tanti anni trascorsi insieme all’autore, tante occasioni e accadimenti e fatti culturali, tanti incontri, presentazioni di libri (anche dei miei) e persone, anche che non ci sono più?
Questo libro racconta gli anni che ci hanno visto impegnati ad inseguire le parole: le nostre e quelle degli altri, di tutti quelli che sono stati con noi alla redazione de “la collina” e che, anche se adesso mancano, sono, almeno per me, presenti; sono qui a farci compagnia, perché la mia mente è a loro che idealmente corre come lo sarà sicuramente adesso per Domenico, visto che, subito all’inizio, nei ringraziamenti, stila l’elenco dei nomi di tutti quei ragazzi che sono stati con noi; ad uno ad uno li enumera.
Non volevo scrivere questa relazione, volevo parlare a braccio come di solito faccio quando parlo in pubblico, ma, quando ho letto quei nomi, sono stato colto da una profonda emozione: è come se un’eco, che viene da lontano, mi avesse rievocato il passato, il mio passato, che poi è anche quello di Domenico: il passato de “la collina”, dei nostri sogni, dei nostri anni giovanili.
E’ difficile per me parlare di questa pubblicazione. Non vorrei deludere l’autore, né la vorrei sciupare con le mie parole, ma… dire che è difficile è per me ugualmente una difficoltà, perché so che quando si accetta di parlare si dovrebbe farlo solo se in possesso di una freddezza necessaria, altrimenti sarebbe meglio tacere, ma, se Domenico non mi avesse invitato a parlare del suo libro, sicuramente non sarei stato contento.
E’ il suo libro, ma è il nostro libro e la parola “nostro” la pronuncio solo perché so che Domenico sa interpretarla. Vedete le contraddizioni e che giri di parole! Vedete che cosa è quella mancanza di freddezza di cui prima parlavo? Mi rincuora che un tale sentimento possa condividerlo con il prof. Chiappini, visto che, anche lui, proprio nell’introduzione, all’inizio dice queste parole: “Rare volte mi è capitato di dovermi avvicinare ad una serie di scritti di una persona, della quale ho condiviso tante iniziative, incontri, mozioni culturali aggravati da implicazioni affettive, per dire della sua opera” (p. 11).
Ma che cosa è questo libro? Che cosa è questa pubblicazione? E’ un percorso di vita di un uomo, di un intellettuale, che ha creduto e crede nel valore della parola come strumento di crescita e di conoscenza. E’ come se dicesse Domenico: nella nostra umanità tribolata non abbiamo altro da spendere per comunicare il senso della vita, per dare ad essa senso e…. tramite la parola anche di quella degli altri; quando si preoccupa di recensioni (anche dei miei libri) non lo fa con mera accademia, ma solo per rendere un servizio al lettore, visto che, se non mi sbaglio, questa è la sua idea di critica militante. Dice, infatti, Domenico nelle prime pagine del suo lavoro: “Nel mio scrivere insiste un processo analitico che ha portato a far diventare l’atto critico come uno strumento ed un metodo di lavoro mentale, che si è venuto a configurare come la personale ‘forma di conoscenza’, nel senso di produzione di nuova conoscenza, che deriva da un’azione di dialogo maieutico con altrui testi creativi, basato sull’analisi intuitiva; la critica, dunque, come metodo di conoscenza e strumento di apprendimento partecipato” (p. 19).
Quindi, critica militante e strumento di apprendimento partecipato nella sua scrittura si fondono, anche quando rivolge la sua attenzione alla traduzione; egli dice infatti: tradurre “per riportare alla luce della nostra lingua pensieri e sentimenti nati altrove” (p. 16). Chi altri può agire così se non colui che alle parole affida significati densi di umanità, che con le parole insegue la conoscenza?
Forse solo chi scrive (nelle mille forme), chi affida alle parole il proprio intelletto o la propria anima comprenderà veramente, e, se gli parlerò delle fatiche dello scrivere, capirà che cosa è l’impegno, che cosa è la volontà e quanta volontà è richiesta per correre dietro le parole, che ad una ad una compongono un saggio o una narrazione.
Ecco, sì, la volontà. Una qualità che io ho sempre invidiato a Domenico, in questi anni, insieme alla sua tenacia, quasi a ribaltare quel triste luogo comune che ci fa dire cose poco gradite degli uomini del Sud: mancanti di iniziativa, di volontà, anche adesso che il mondo pare non avere più confini... (ma dubito che sia così!).
Un uomo del Sud, dicevo, che vive a Siena; ecco il titolo del volume “Scrivere a Siena” come omaggio ad una terra, ad una Patria dice il prof. Chiappini nell’introduzione, una Patria prescelta. Sì, questo è un nodo che mi intriga come lettore. Il titolo non è mai casuale in un’opera. Io personalmente passo più tempo a decidere il titolo di un mio libro che qualche volta a scriverlo. Perché? Forse perché nel titolo è racchiuso il senso di tutte le parole che seguono o forse perché con il titolo si vuole comunicare qualcosa che non si può dire. E allora nella lettura che io do di questo titolo amo immaginare che Domenico sia stato preso dalla bellezza delle nostre colline (guardate, proprio il titolo della rivista), dalla loro dolcezza, dai loro profili femminili, abitate da uomini che, proprio perché figli di questa terra (anche se qualche volta sono taciturni), mai sono aspri, mai sono scortesi…
Ma voi direte: ma di cosa parli? Parli del libro o di qualcosa d’altro? Parlo di un libro che io interpreto come un cammino, composto da scritti che hanno inizio in un lontano 1984, che raccontano un uomo, le sue passioni, i suoi studi filosofici, i suoi interessi culturali. E senza pretendere di farne la critica (perché da scrittore, metodo da critico non ho), voglio soltanto essere un testimone di un ragazzo che, senza rinnegare le sue origini, ha lavorato a Siena e a Siena ha trovato un luogo per esprimere Se stesso e la sua intelligenza.
Ma prima di terminare (l’avevo detto che sarei stato breve), voglio fare una considerazione sulla scrittura (sia essa creativa o critica) e mi viene di farla proprio in questo momento, durante una presentazione, durante un momento che è particolare per un autore, un momento appagante, perché si è circondati dall’affetto dei presenti, dagli amici e da tutti quelli che sono interessati a ciò che è stato fatto …, ma può capitare che chi stringe tra le mani il prodotto libro scorga solo il momento finale, esaltante, della scrittura, come se lo scrivere nascesse solo dal piacere di scrivere (che indubbiamente c’è). La scrittura è, invece, passione ed è un modo per essere nel mondo, un modo per comunicare le nostre idee. E’ una fatica e una passione civile, umana, intellettuale e il libro di Domenico racchiude in sé tutte queste caratteristiche … (L. Tassoni).