L'emozione di dipingere il Palio

 Intervista a Rita Petti

 a cura di Annalisa Ranieri

(Siena, 18 luglio 2005)   

 

 

            Dietro la creazione di qualcosa c’è sempre un duro lavoro, l’artista Rita Petti ci racconta di come ha portato avanti il suo operato e di come il lavoro del singolo sia spesso il frutto di un grande lavoro di squadra.

 

Ranieri: La creazione del Drappellone può essere visto come la realizzazione di un sogno per un artista di Siena?

Petti: Si ricorre spesso a questa definizione e vivendo a Siena è naturale che come primo impatto le persone ti dicano che finalmente si è concretizzato un sogno. Io ho sempre voluto sottolineare che più che un sogno lo ritenevo la concretizzazione di un’emozione, un’emozione che naturalmente uno prova da cittadino senese, che vivendo in questa città è legato al Palio e trova l’occasione di concretizzarsi e forse di enfatizzarsi in una cosa visibile anche  per gli altri. Chi si esprime in note musicali, probabilmente lo fa componendo qualcosa che gli altri ascoltano, mentre chi usa i pennelli comunica così. Più che un sogno vorrei che fosse definito un’emozione in quanto i sogni hanno sempre qualcosa di troppo legato alla favola o alla fantasia e mi piace meno come definizione.

 

Ranieri: L’idea per questo Palio da cosa nasce?

Petti: La parte allegorica era  un tema imposto, come sempre accade per il Palio di Siena, cioè è la committenza che decide a chi si dedica e a questo uno si deve attenere.

L’idea del Palio bianco e nero era un’idea nata da tempo come impostazione: pensando ai Palii e a questa contrapposizione di toni, mi sarebbe piaciuto vedere un Palio ripartito in due zone. C’è poi un riferimento alla Balzana e al dualismo, all’insieme che si forma da cose complementari. Mi piaceva l’idea del senza colore, da cui discendono poi tutti gli altri colori come declinazione. Inizialmente Pio II è stato un tema spiazzante, perché non mi aveva gratificato artisticamente, vedevo l’immagine del Papa in senso molto fotografico, ripensavo al Pinturiccchio, all’idea del Papa come santino e nel formato del Drappellone lo vedevo troppo statico.

 

Ranieri: Potrebbe spiegarmi come ha lavorato dal punto di vista tecnico?

Petti: Il lavoro si è svolto qui, nel mio studio, e ho lavorato in prima persona, su telaio rigido, perché avevo bisogno di un supporto rigido per poter lavorare il rilievo di alcune parti sulla seta; e facendo il bozzetto il tema di Pio II che, in realtà, non mi era piaciuto, mi ha dato invece modo di poter dire quello che pensavo sul Palio. L’ispirazione mi è venuta leggendo uno scritto di Pio: lo scritto col suo dialogo su un sogno in cui lui parla di S. Bernardino, della sua vita molto terrena e umana. Lo scritto mi ha permesso di trovare la chiave per rappresentarlo ed ecco che questo bianco e nero è tornato a funzionare.

Tecnicamente ci tenevo a lasciare scoperta la seta, perché la seta c’è sempre, fornita dal comune, ed è quella che ogni pittore dipinge come drappo prezioso, però la seta non si vede mai, perché rimane sempre coperta dall’imprimitura della pittura. Mi piaceva lasciarla scoperta in modo da poter far vedere la materia; infatti, la parte bianca del Drappellone è parzialmente scoperta, cioè non è trattata ed è lasciata direttamente del suo colore naturale.  Ci sono delle parti scoperte solo nel bianco. Volevo lavorare su più piani, per cui alcune parti sono state dipinte direttamente sulla seta un po’ a guazzo con delle trasparenze più che acquerellate, perché poi la seta si imbeve talmente tanto che poi sparisce completamente il colore, altre parti invece sono preparate con un’imprimitura acquerellata, per cui in alcune zone, come nei pendenti delle contrade, il colore viene fuori, mentre nell’oro  e in altre zone rimane una leggera imprimitura che dà quasi un effetto di carta cotone.

La seta, in alcune parti, è stata, dopo la stesura del disegno, trattata con un’imprimitura un po’ acquerellata per avere una seta che assorbe un pochino meno, ma che assorbe sempre un po’ di più della parte completamente trattata in gesso e poi sopra a questa preparazione ho dato una sorta di pastiglia leggera, che è servita a me per dare le forme in rilievo sul tessuto. La pastiglia leggera mi è servita per non dare appesantimenti al drappo ed è stata dorata con foglie di oro zecchino e d’argento, con dei colori diversi anche per l’oro, perché mi piaceva questa variabile cromatica che possono avere i metalli, per cui ci sono delle parti con sfoglia a 22 carati, che danno un effetto più giallo e sfoglia a quasi  24 carati, che è più rossastra per creare, anche se non lo si vede direttamente, delle differenze.

Per me doveva accadere questo: da lontano il Drappellone doveva essere immediatamente leggibile, quasi banale, diviso in due con i colori sotto, e questo Papa, abbastanza evanescente da non sembrare una figura troppo monumentale o ieratica, che sovrasta; mentre da vicino, per chi ne ha voglia, poter soddisfare qualche curiosità. Ho unito quello che sono i miei interessi: mi occupo di catalogazione, ma anche di storia dell’arte e mi rendevo conto che Pio II era una figura a tutto tondo, in questo senso oltre a rappresentare lui, l’ho rappresentato con i simboli del suo potere.

 

Ranieri: Quanto tempo le ha portato via la realizzazione del Drappellone?

Petti: Ho cercato di dedicare tutto il tempo necessario per rispettare il termine della scadenza. Intorno a Pasqua è stato comunicato l’esito del concorso e, come prima preoccupazione, ho contattato il setificio per poter realizzare le frange con tagliandini di colore che gli avevo dato, perché il gioco doveva essere quello di non riprodurre mai lo stessa tonalità di colore in contrade diverse e quindi chiedere al tintore di fare per 8 cm di frangia una tintura apposita. Le arti minori uniscono quello che mi piace fare con le mani e quello che mi è piaciuto studiare.

 

Ranieri: L’opera che ha creato è un oggetto legato alla sua persona, come lo vede proiettato a livello pubblico?

Petti: Vedo lo stacco come una cosa naturale, anche perché le cose, quando si tengono troppo vicine, invecchiano. Ogni volta che si crea qualcosa si segue un percorso, un’opera d’arte una volta creata deve essere liberata, data via. L’ultima settimana, prima l’ho vissuta con l’ansia di arrivare alla presentazione, probabilmente l’avrei vissuta peggio se avessi saputo bene quello che sarebbe successo dopo. Ho pensato dopo, con ironia, a tutti i commenti sul Drappellone, ma se lo avessi fatto prima mi avrebbe fatto male. Se non andava così bene, magari sarebbe stato un problema vivere a Siena!!!

 

Ranieri: Mi sembra che sia andata molto bene!

Petti:  Sì, è andata bene! Ma, al di là di qualsiasi previsione. Ho sempre pensato che uno dovesse consegnare il proprio lavoro, poi presentarlo e prenderne le conseguenze senza troppi problemi. Ho visto cose amate e allo stesso tempo criticate, quindi mi aspettavo di tutto, comunque è stato abbastanza coinvolgente in tutti gli aspetti. Il potere che viene dato al Drappellone e a chi lo dipinge ha superato le mie stesse aspettative, sembra che possa  addirittura determinare le sorti di quelli che vincono; qualche amico della Contrada dell’Istrice mi guardava con sospetto, perché sono i colori non solo di Siena, ma anche della Lupa, e quindi mi guardava preoccupato… pensi se le cose non fossero andate così!

 

Ranieri: Vuole aggiungere qualcos’altro?

Petti: A parte le cose già dette, ho visto la realizzazione del Drappellone come una grande soddisfazione collettiva. Molti hanno attribuito a questo momento quasi l’esaltazione della professione, della persona dell’artista; in realtà, quello che ho pensato tanto è stato quello di trovarmi a vivere un lavoro secondo quello spirito unitario che si ritrova nella collaborazione di Contrada, non nel senso, per esempio, di Contrada del Nicchio in senso stretto, ma intesa come gruppo persone che lavorano volentieri insieme aldilà di ogni scelta di campo, con cui ho lavorato bene ed ho sentito vicine; questo mi ha fatto estremamente piacere.

 

Ranieri: Lo rifarebbe di nuovo?

Petti: No, perché è andata bene, perché le cose vanno vissute una volta, non si può ripetere una cosa perché riproduca la stessa piacevole sensazione! Le cose, quando sono andate bene, vanno lasciate così.

 

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