SCRITTURA E CREATIVITA' ARTISTICA

 Intervista al narratore Leandro Tassoni

a cura di  Domenico Muscò

 

Seguo con attenzione da molti anni (direi sin dal suo nascere) l’attività di scrittore di Leandro Tassoni, cioè ho potuto vedere da vicino, grazie al nostro comune lavoro per la rivista “la collina”, la sua nascita di narratore e quindi aver studiato le sue opere nel corso di questi ultimi 15 anni; penso che oggi il suo lavoro di scrittore sia giunto ad un punto significativo circa la sua maturazione artistica, che ci consente di poter fare un primo bilancio della sua attività di narratore. Per cui l’obiettivo dell’intervista è stato proprio quello di cercare di mettere in evidenza, insieme all’interessato, le origini del suo scrivere e le coordinate  culturali che hanno concorso a fare la scelta di un certo tipo di scrittura (evidenziare quegli aspetti del suo scrivere che normalmente rimangono nella penna dell’autore): la poesia inizialmente (ma solo per poco tempo) e la narrativa successivamente, la quale è l’artefice del Tassoni così come oggi lo conosciamo.

 

 

Dunque, le domande che desidero porle sono:

 

    

Quando ha cominciato a scrivere? Qual è stato l’episodio scatenante?

Potrei dire che “scrivo” da sempre. Da ragazzo amavo inventare storie, mi piaceva raccontarmele prima di addormentarmi quando ero solo, ma ho iniziato realmente a scriverle, a fare i miei primi esercizi di scrittura creativa, da quando un professore delle medie, dopo avermi corretto un tema, mi disse: tutto di te si potrà immaginare tranne che un giorno diventerai scrittore.

 

Qual è il suo rapporto con la poesia e la narrativa? Sia come lettore che come autore.

Amo la poesia, ma non so scriverla. Coi poeti mi intrattengo di tanto in tanto, amo leggerli e rileggerli, ma la mia mente ha bisogno della narrativa, forse solo perché ha bisogno di un numero maggiore di parole.

 

Quali sono stati i suoi modelli di scrittura narrativa?

Li ho? Forse, ma non li tengo presenti. A tratti la mia scrittura può sembrare realistica a tratti introspettiva e il fantastico si mischia con il reale. Sarà un modo disordinato o forse originale, ma è il mio modo di scrivere e per trovarlo ho faticato molto. Quello che è certo è che nulla nella mia scrittura è lasciato al caso.

 

C’è un autore che potremmo definire il suo maestro artistico?

No. Ma potrei dire quali scrittori amo, quelli cioè che salverei per primi se la mia biblioteca andasse a fuoco: Hesse, Tolstoj, Pirandello; ma non so, forse chi mi ha veramente influenzato è qualcun altro. A volte mi rendo conto, mentre scrivo, che uso parole che ho trovato leggendo altri libri ed altri autori compresi i Mistici

 

Cosa pensa della narrativa del senese Tozzi? Ci si riconosce?

Credo che la scrittura di Tozzi sia diversa dalla mia. La mia è una scrittura più musicale, mentre la sua è asciutta, essenziale. Comunque, Tozzi non mi ha influenzato, quando l’ho letto ero già adulto. Siamo però figli della stessa terra e certe assonanze possono esserci.

 

Quanto l’esperienza della rivista de “collina” ha influito nella maturazione artistica dello scrittore?

Moltissimo. Ed avrei già detto tutto. Voglio però essere più preciso. Quando ho incontrato  “la collina” come rivista e come gruppo di amici io già scrivevo è vero, ma lì ho potuto misurarmi, capire le dinamiche dello scrivere ed ho imparato ad essere critico con me stesso. Lì ho potuto pubblicare i miei primi lavori. Chissà se senza “la collina” avrei mai avuto il coraggio di proporre un mio manoscritto ad un editore.

 

Quali sono le caratteristiche del suo lettore ideale?

E’ difficile  immaginare un lettore ideale, ma mio lettore ideale è colui che si pone in ascolto, è colui che cerca qualcosa al di là del significato delle parole e si abbandona ad esse, ai loro suoni. Il mio lettore  ideale è la sua emozionalità e la sua mente.

 

Cosa si aspetta dal critico letterario quando fa la recensione dei suoi libri?

Mi aspetto che si conformi al mio lettore  ideale, però so che l’indagine che compirà è necessariamente di ben altro tipo.

 

In quasi tutti i suoi libri c’è una breve nota dell’autore: vuole influenzare il lettore o solo essere un esercizio di bellettrismo?

La breve nota che pongo all’inizio di ogni mio libro è un invito ed una sfida, ma  vuole essere pure una guida. E’ un modo per dire al mio lettore che se mi leggerà forse troverà, molto verosimilmente, quello che  è descritto in quella breve nota.

 

La sua opera narrativa conta ormai sei titoli, tra di essi è possibile individuare più di una tipologia di scrittura narrativa? Se sì, quali?

Non saprei. Io racconto storie, parlo con esse. Uso solo quello che  mi serve ed a volte  le tipologie si mischiano.

 

Come nasce il soggetto di un suo racconto?

Un personaggio di un mio racconto dice che se racconta le storie è  perché le storie lo inseguono; io posso dire solo che mi vengono in mente.

 

Come nasce l’architettura interna dei suoi libri?

Su questo aspetto del mio lavoro molto dovrei dire. Cerco di individuare il percorso più appropriato, perché l’ordine interno dà senso al libro ed alle storie. E’ sempre in base all’obiettivo che mi prefiggo che stabilisco  l’architettura dei miei libri.

 

Quanto il suo linguaggio è in debito verso la cultura orale del suo luogo natale?

Il mio luogo natale l’ho sempre nel cuore e il mio linguaggio deve molto certamente a quel microcosmo, ma la mia scrittura  si nutre di oralità in senso più vasto. Posso  dire proprio  che il mischiare le  caratteristiche  della lingua scritta e della lingua parlata forse è proprio  l’originalità della mia scrittura. Rappresenta proprio il mio codice  stilistico.

 

Di recente, è uscito il suo ultimo libro “Lo sguardo e i tramonti”: quale messaggio vuole dare? Come pensa che sia stato accolto dal lettore?

Quale messaggio? “Lo sguardo e i tramonti” è l’ultimo libro di una trilogia, che ha per oggetto la mia visione dell’esistenza e della vita. E’ un libro quindi che va letto insieme agli altri, perché altro non è che la fine di un percorso. Da solo è certamente monco, ma in quel libro c’e la vicenda dell’uomo che cerca qualcosa, se stesso o il regno di utopia; è un invito a non accontentarsi dell’esistenza così com’e, è indicazione  all’oltre necessario o talvolta precario, è invito al coraggio della ricerca. Come è stato accolto? Bene! visto che qualcuno mi ha anche  ringraziato per averlo scritto…

 

Tra i suoi progetti futuri c’è un altro libro in preparazione? Ha già un titolo?

Sì. L’ho terminato in questi giorni. E’ un romanzo ed ha un titolo credo particolarmente suggestivo, ma non lo rivelerò. Il titolo di un libro è una cosa delicata: non lo si può bruciare, dicendolo…

 

                                                                                                      

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