Georges Simenon

di Piergiacomo Petrioli
Scena
Un bistrot oscuro alla periferia estrema di Parigi. Spessi tavoli di metallo e sedie di plastica. L’atmosfera è impregnata dagli aromi zuccherosi ed acuti di desueti amari locali, sambuca, sigari e trinciato forte. Luci al neon. Vecchi giocatori di briscola chiacchierano ad alta voce e sacramentano. I posti sembrano essere spartiti rigorosamente per etnia; esili marocchini confabulano tra di loro guatando il prossimo; giovani cingalesi ridono forte, mentre al banco due bionde gigantesse slave dalle vesti succinte e dal trucco pesante, bevono un pernod osservando ciniche uno studente universitario “alternativo” in cerca di bohéme. Lontano, eppur vicino, oltre i vetri appannati dall’unto del locale, i rumori della Senna. Due omosessuali di circa trent’anni giocano a scacchi.
“No, Georges non poteva chiamarsi propriamente uno scrittore di gialli”, dice il primo al compagno, sorseggiando, assonnato dal pranzo recente, un caffè corretto; la voce impastata e monotona. “La saga di Maigret è tutto fuorché una detective story. Non segue né il modello di puzzle intellettuale inglese, né quello d’azione americano; è qualcosa di molto particolare, unico. Georges ha inventato il giallo francese, d’ambiente; si capisce che l’autore è molto più interessato all’osservazione dei personaggi, alla descrizione delle atmosfere, a capire i moventi intimi delle umane azioni… ed in tal modo ha saputo creare delle figure di una umanità indelebile ed altissima, degli assoluti protagonisti tragici che in una singola apparizione sono capaci di rappresentare tutta una vita, come la stupenda figura femminile, candida e dolcissima, di Marie Tatin, nell’Affare Picpus”.
“Saint Fiacre”.

“Scusa, volevo dire quello. Insomma, il crimine è in fondo un mero pretesto per descrivere la natura umana; Georges ha costruito le sue storie sugli uomini e non viceversa. E non parlo solo dell’ottantina di volumi devoluti al commisario Maigret. Ora con il centenario della nascita, in attesa della consacrazione nell’olimpo della Pléiade, si riscoprono anche in Italia i suoi romanzi, non propriamente gialli. E sono capolavori del Novecento. Pensa un po’ alla maschera dell’inane avvocato Hector Loursat, ne Gli intrusi, o a quel moderno eroe ch’è Popinga ne L’uomo che guardava passare i treni. Alla tragedia del professore Ashby (La morte di Belle), vero atto di accusa dell’ipocrisia americana, ma anche dell’odierno perbenismo. I personaggi di Georges sono dei vinti, dei perdenti, sporchi, perché vissuti nella vita reale ch’è sporca e scorretta, sempre, ma dove, a volte, può scendere un flebile raggio tepente. Nella loro vita, ad un certo punto accade qualcosa che li costringe a passare la conradiana linea d'ombra di ore egualmente scandite, a deviare dai desueti binari, che ne segna e modifica, indelebile, l'esistenza. Spesso è un evento criminoso (pensa al Maloin de L'uomo di Londra), a volte un accadimento banale, ma comunque forte, che spesso costringe gli eroi dello scrittore ad un bivio, ad una scelta, ad una fuga. E questa fuga talvolta ha caratteri disperati, ovvero melanconici, ma, e qui credo stia la grandezza di Georges come scrittore, sempre umani. C’è un esistenzialismo popolare, i suoi romanzi sanno di Sartre senza essere così elitari e disperati, profumano delle canzoni di Juliette Greco e del nostro Montand, di uova sode e vino a buon mercato… La commedia tragica dell'uomo comune”.

“Come Balzac”.
L'uomo ricama un gesto nell’aria con la mano: “Ecco, bravo. Simenon è un Balzac contemporaneo”.
“Matto. Ho vinto”.