2003: l’anno dell’Acqua
di Beatrice Pucci (IRIDRA s.r.l.)
Il 2003 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite l’anno internazionale dell’ACQUA. L’accesso all’acqua è un diritto fondamentale per l’uomo, ma oggi più che mai, l'acqua è minacciata a causa degli sprechi e degli inquinamenti.
Nel mese di marzo si è tenuto a Kyoto il Terzo Summit Mondiale sull’acqua: un appuntamento importante dove sono stati definiti gli scenari di riferimento delle politiche idriche, a livello mondiale, per i prossimi decenni.
Una delle tematiche affrontate al Summit è la valutazione della crisi idrica mondiale in termini qualitativi, quantitativi e di sostenibilità della risorsa naturale.
Tutti sappiamo che la rivoluzione industriale ha prodotto progressi inimmaginabili all’umanità, ma allo stesso tempo ha provocato un grave depauperamento ambientale, i cui effetti potranno pregiudicare uno sviluppo ulteriore della nostra civiltà.
Si tratta, quindi, di realizzare un radicale cambiamento culturale, che sia teso al risparmio energetico, al riutilizzo delle risorse e alla riduzione degli inquinanti.
Le risorse idriche del pianeta se non verranno oculatamente gestite potranno estinguersi e saranno necessari tempi di ricostruzione troppo lunghi per le attese umane.
Inoltre, negli ultimi cinquanta anni la maggior parte dei fiumi è stata oggetto di una vera e propria aggressione da parte dell’uomo che li ha condotti a gravi perdite, sia sotto il profilo della biodiversità che dell'incremento del rischio idraulico e dell'inquinamento.
È fondamentale operare non più come se la risorsa acqua fosse illimitata, ma determinare tutte le procedure che tendano a risparmiarla ed a tutelarla, migliorandone in primo luogo la gestione. In Italia, l’emanazione del D.lgs. 152/99 ha recepito le normative comunitarie europee in materia di tutela e trattamento delle acque, e ha messo in luce l’inadeguatezza del nostro sistema: secondo dati dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OECD 2001), l’Italia si colloca a terzo posto in Europa per l’entità del prelievo pro-capite e di quello riferito alla disponibilità della risorsa.
L’uso inoculato di questa risorsa sta producendo un vero e proprio stato d’emergenza, quali – quantitativa, cui contribuisce un sistema di gestione poco efficiente, che si caratterizza per le forti perdite dagli acquedotti e per gli usi impropri e/o irrazionali (non va dimenticato che ancora oggi molte zone d’Italia soffrono, soprattutto nei mesi estivi, di gravi carenze idriche).
Alla luce di quanto detto finora, si dovrà considerare seriamente l’opportunità di poter riutilizzare l’acqua, riciclandola dopo la depurazione per tutti quegli usi che non ne richiedano la potabilità. Tuttavia, nell’affrontare il problema della depurazione delle acque è necessario partire da una posizione critica nei confronti degli impianti attualmente esistenti.
I ”tradizionali” impianti di depurazione necessitano soprattutto di un’implementazione per servire aree a bassa densità di popolazione.

Quasi sempre l’adozione di impianti ad ossidazione totale (fanghi attivi) per i piccoli centri urbani o l’utilizzo di fosse Imhoff con relativo scarico sul suolo per le case isolate non collegate a pubbliche fognature, sono sistemi che non garantiscono un effluente sufficientemente depurato: nel primo caso per difficoltà gestionali e per un notevole aggravio sia per i costi energetici sia per la indispensabile mano d’opera qualificata, nel secondo caso per insufficienza di trattamento.
Una delle strategie che favoriscono una gestione sostenibile della risorsa idrica ed al tempo stesso garantiscano il mantenimento di standard di qualità accettabili è costituita dall’impiego di piante acquatiche utilizzate come un vero e proprio sistema di depurazione (Fitodepurazione).
I trattamenti di depurazione tramite Fitodepurazione riescono a sopperire alle gravi problematiche a cui sono soggetti in genere gli impianti tradizionali:
- sono in grado di sopportare adeguatamente l’estrema variabilità delle caratteristiche dei liquami che si possono manifestare sia nel corso della giornata che ciclicamente (stagionalmente);
- hanno un inserimento paesaggistico-ambientale ottimale, vengono inseriti nell’habitat senza modificarlo, creando un ambiente di piacevole aspetto grazie alla presenza di piante acquatiche autoctone, senza formazione né di odori né di insetti molesti;
- non producono fanghi residui consentendo un abbattimento dei costi di gestione e manutenzione rispetto ai tradizionali sistemi ad ossidazione;
- hanno bassi costi di progettazione, realizzazione e gestione.
I sistemi di Fitodepurazione altro non sono che la riproduzione ingegnerizzata di un sistema naturale dove specifiche piante acquatiche permettono di realizzare un sistema completo di depurazione, in cui la rimozione degli inquinanti avviene attraverso una complessa varietà di processi biologici, chimici e fisici. In questo modo la sostanza organica viene degradata e vengono rimossi gli inquinanti per condurre il refluo depurato verso il suo riutilizzo.
Esistono vari sistemi di Fitodepurazione, ma quelli più adeguati alle caratteristiche ambientali, naturalistiche, climatiche, urbanistiche nonché morfologiche del territorio nazionale sono principalmente tre:
Þ Sistemi a flusso libero (FWS - Free Water System)
Þ Sistemi a flusso sommerso orizzontale (SFS-h Subsurface Flow System horizontal)
Þ Sistemi a flusso sommerso verticale (SFS-v Subsurface Flow System vertical).
Tali sistemi rientrano perfettamente in un approccio sostenibile al problema della depurazione delle acque e garantiscono un’efficienza depurativa molto elevata.
Risulta, quindi, chiaro come il problema della protezione della risorsa idrica sia non solo prioritario, ma comporti una radicale modifica della predisposizione culturale di chi la gestisce, ma anche di chi la usa.