IL VUOTO E IL PIENO DEI COLORI

 

Fabrizio Monetti 

Une autre façon de voir les arbres

 

 

di Piergiacomo Petrioli

 

 

 

 

Inde aliae atquae aliae similes ex ordine partes

Agmine condenso naturam corporis explent

Lucrezio

 

Quando si disegna un albero, si deve avvertire via via che ci si eleva

Proverbio cinese

 

  

 

Che il vero artista sia colui capace di svelarci una novella percettività del mondo e delle cose che ci circondano è dato di fatto. In questo proprio è l’incantamento dell’arte; mostrare l’esistenza delle cose, far notare un modo nuovo d’essere di ciò che già c’è. Perciò il pittore insegna, mercé la sua particolare sensibilità, a vedere, a capire la realtà nei suoi multiformi aspetti. E Fabrizio Monetti, negli ultimi lavori, indica un nuovo modo, il suo, di osservare gli alberi.

 

 

 

 Monetti è un poliedrico e versatile artista; pittore, scultore, attore, performer (il suo monologo Il Signor Pirandello è desiderato al telefono di Tabucchi è tuttora rappresentato con successo in Italia ed all’estero). Dalle astratte ricerche pittoriche di vitalistici dinamismi veementi dal sapore quasi futuristico ovvero “raggista”, riscontrabili nella mostra milanese del 1994, l’attenzione del pittore s’incammina seguendo un preciso itinerario interiore; il chiasso apparentemente confuso dei segni dai colori vivaci delle prime opere s’addensa successivamente in configurazioni definite.

 

  In scultura nascono le Torri, policromi e vivaci obelischi di legno dipinto, la cui visione genera una fiaba di uno dei maggiori autori per l’infanzia italiani, Guido Quarzo, Il costruttore di torri, e questa favola d’arte a sua volta diviene piece teatrale per bambini in un continuo cangiamento di media espressivi: scultura, illustrazione, letteratura, teatro, infine fascinazione artistica d’arte contemporanea appositamente intesa, direbbe Oscar Wilde, “in parte per i bambini e in parte per coloro che hanno mantenuto la capacità di stupirsi”.

 

 

 Dalle torri riunite in brillante cedua, Monetti giunge di conseguenza  agli Alberi della sua ultima mostra ligure.

 

 

 Nello spazio vuoto d’un fondo leggero, levità di atmosfera azzurrina, si accumulano attorno, come api ad un alveare, compatti e minuscoli segni versicolori, formanti geometrie pulviscolari, combinazioni alla fine di cerchi, ellissi. S’avverte in questi alberi, deprivati d’ogni pesantezza d’adroma, come un ronzio di cromìe vivaci, impulso inebriante d’atomi frenetici, una democritea esplosione di colori, semina rerum bianchi, gialli, rossi, blu, che s’aggrumano per simpatia e costruiscono la forma dell’oggetto, l’albero stesso nella sua sostanza. S’aggregano e si disgregano le pennellate minute dell’artista in un moto perpetuo, ch’è primaverile gioia, naturale alchimia d’amore. Dall’infinità di segni si genera la forma, la res.

 

 

             Ma ancora importante in siffatto gioco creativo è il vuoto in cui questi atomi cromatici agiscono con assidua energia. Pare quasi, l’artista, rifarsi ad idee e principi orientali, mediati dall’arte cinese, sembra probabilmente valersi della tecnica del “tratto increspato”, lo ts’un, ovvero una pennellata composta di piccoli svolazzi, minime curve e angoli, la quale costruisce, usando il pieno del segno ed il vuoto come altrettanto segno, forma e moto, colore e rilievo.

 

 

Come appunto scrive Li Jih-Hua: “In pittura, occorre cogliere il soggetto con discernimento; il che significa che, nel tracciar le forme, benché il fine sia quello di ottenere un risultato unitario, l’intera arte dell’esecuzione risiede in notazioni frammentarie e in interruzioni… il Vuoto deve frammischiarsi dovunque col Pieno”; affinché da questo brioso ed incessante contrasto l’essere albero appaia animato da un unico soffio colorato e vitale. E nei dipinti di Monetti il disegno del vuoto attorno alle foglie è fondamentale al processo estetico, come in Matisse, poeta dei segni colorati: “Allontanandosi l’ispirazione dall’oggetto, osservo i vuoti tra i rami. L’osservazione non ha rapporto immediato con esso. Così si sfugge all’immagine abituale dell’oggetto disegnato, al cliché”; e si scopre l’essenza nella varietas.

 

 

 

 Gli alberi allegri di Monetti dunque cangiano di momento in momento, sono sempre uguali ed al contempo diversi; e finalmente, parafrasando Gertrude Stein, un albero è un albero, un albero, un albero…

 

 

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 Per concludere un po’ di biografia. Nasce a Torino nel 1959.

 

 

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