PATRIZIO FRACASSI: TRA ARTE E METODO
di Leonardo Scelfo
La mostra Patrizio Fracassi: tra arte metodo, inaugurata il 10 ottobre 2003 presso il Santa Maria della Scala, si configura come un primo passo verso il recupero e la valorizzazione delle opere dello scultore senese fino ad oggi ospitate presso il deposito della gipsoteca comunale.
A
fianco della giornata di studi nel corso della quale i relatori – Bruno Santi,
Carlo Sisi, Simonetta Losi, Cesare Baglioni, Mauro Civai, Leonardo Scelfo, Giada
Mattarucco, Giorgio Bonsanti - hanno ricostruito la vita tormentosa e la
prematura morte, l’attività artistica, il contesto culturale locale ed italiano,
i rapporti con la letteratura e le problematiche inerenti il restauro dei gessi;
la parte espositiva ha offerto la possibilità agli studiosi e alla cittadinanza
di vedere alcune delle opere di Fracassi, fino ad oggi note solo mediante
riproduzioni fotografiche.
Vista l’impossibilità, per ragioni di spazio e per problematiche inerenti alla movimentazione dei gessi monumentali, di realizzare una mostra a carattere monografico, la selezione delle opere è stata focalizzata sull’aspetto metodologico.
Fotografie, schizzi, bozzetti, gessi e studi del pezzo, si alternano per documentare il complesso percorso seguito dallo scultore; fondato su tre fasi ben distinte: la definizione del soggetto sollecitata dalla lettura dei testi, l’utilizzo della fotografia come mezzo per definire realisticamente gli elementi della scena da ritrarre e la trasposizione grafica e plastica.
Al centro della sala San Pio, i due gessi del Nerone e dello Schiavo morente sono stati collocati - grazie alle fotografie d’epoca - nelle posizioni originali, che occupavano prima della separazione voluta dall’artista stesso.
Il gruppo fornisce un valido esempio di come Fracassi riesca ad attualizzare l’antico scegliendo episodi esemplari con profonde valenze sociali. Il tormento dello schiavo,infatti, «sentito all'interno attraverso i "morsi" del veleno dentro le viscere e manifestato all'esterno attraverso la dilaniazione della propria carne con le unghie, dal ghigno dolore e dallo sguardo rabbioso», assurge a simbolo stesso di un’umanità afflitta dal potere, continuamente impegnata in una dura lotta “dove il vinto è deriso”.

Finalità dichiaratamente sociali assume anche l’Ecce Homo, in cui la figura del Cristo diviene espressione assoluta dell'ingiustizia umana e simbolo universale del dolore. Contrario alla formula dell’arte per l’arte, Fracassi persegue un ideale di giustizia sociale, «l’arte deve abbracciare e difendere un’idea, deve combattere, deve essere per la giustizia contro l’ingiustizia» e la figura del Cristo straziata dalle percosse, dagli insulti e dalle bestemmie della plebaglia si pone come un atto di autocritica nei confronti dell’ignoranza del popolo che, oppresso dai bisogni materiali, non riesce ad affrancare l’anima dall’inferma, vile e peccaminosa materia.

L’aspirazione progressista si coglie anche nella locandina che Fracassi realizzò in occasione della propria mostra sotto le Logge Piccolomini nel 1903, che sintetizza pienamente il rapporto che intercorreva tra l’artista e il contesto culturale locale. Nel manifesto egli raffigura una composizione allegorica: la propria testa posta sulla gogna esposta al pubblico ludibrio, allude all’artista «che guarda le cose al disopra dei limitati orizzonti, che resiste e va incontro alla società, ai suoi costumi, alle sue abitudini, alle sue passioni volgari, che persiste nelle sue convinzioni, andando contro spesso all’universale società formata nella massima parte d’individui schiavi dei propri vizi e dei cattivi impulsi, intenti solo a soddisfare le proprie meschine ambizioni», mentre il drago simboleggia chiaramente lo stato bestiale, triviale dell’umanità, che ostacola il raggiungimento dei “vasti orizzonti dell’ideale”.

In mostra è presente l’ultima opera lasciata incompiuta dall’artista, che per uno strano scherzo del destino raffigura la morte che strappa prematuramente alla vita una giovane fanciulla. Il rilievo eseguito per la tomba di Ida Giani, che fu eseguita nel 1904 da Guido Bianconi, propone l’eterna opposizione tra eros e thanatos, a cui lo stesso autore finisce per soggiacere il 13 settembre del 1903.