PER UN APPROCCIO OLISTICO ALL’EDUCAZIONE AMBIENTALE
di Domenico Muscò
Obiettivo principale dell’educazione ambientale è la costruzione di una società ecologica in cui il diritto alla cittadinanza ambientale è pratica quotidiana e diffusa. L’agire ecologico si fonda sulla consapevolezza che l’uomo agisce con responsabilità nella gestione del territorio e degli ecosistemi urbani; cioè è necessaria una ecologia sociale dove gli esseri umani percepiscono l’ambiente naturale ed urbano come contesti di sviluppo e miglioramento della qualità della vita: relazioni sociali, economiche e politiche. Questo contesto necessita un agire secondo un approccio ecologico preventivo: praticare stili di vita e di fare economico improntati, in potenza, ad una riduzione del consumo delle risorse ed un loro uso eco-efficiente. Per cui andare verso la costruzione di una società ecologica è possibile solo se tutti condividiamo consapevolmente che bisogna attivare processi di graduale e radicale revisione dell’attuale cultura occidentale dello sviluppo, per arrivare a far sì che la pratica ecologica, nella vita degli essere umani, diventi un patrimonio socializzato.
La recente rifondazione della mission dell’educazione ambientale va proprio nella direzione sopra accennata, ciò l’ha investita di una maggiore responsabilità presentandola come lo strumento di promozione e governo dei cambiamenti degli atteggiamenti etici e culturali verso l’ambiente, di solidarietà verso il territorio che abitiamo, per la nascita di un migliore rapporto sostenibile dell’uomo con la natura; dunque, l’attribuzione di un ruolo strategico all’educazione ambientale come formazione alla sostenibilità: uno strumento per promuovere un approccio olistico dell’uomo con l’ambiente, che presuppone la conoscenza consapevole del patrimonio naturalistico ed il governo responsabile del territorio per il loro sviluppo compatibile con i valori e le vocazioni che esprimono. Quindi, la nuova educazione ambientale costituisce un percorso per rapportarsi correttamente all’ambiente in modo tale da tutelarlo ed esserne parte integrante: far comprendere all’uomo che egli è parte di quella natura che cerca di distruggere, per cui distruggerebbe se stesso; dunque, l’obiettivo dell’educazione ambientale è, e sarà, quello di far crescere la cultura e la sensibilità ecologica delle persone per promuovere la capacità di interagire correttamente con l’ambiente e la natura che ci stanno intorno.
Questa concezione olistica dell’educazione ambientale è il frutto attuale di un percorso difficile, iniziato sul finire degli anni cinquanta, per l’affermazione della politica di tutela dell’ambiente come coscienza civica diffusa e radicata. La strada è sempre tutta in salita, poiché dopo secoli di maltrattamento indiscriminato del pianeta Terra, solo da pochi anni (sul piano storico il primo importante momento di consapevolezza è rappresentato dalla pubblicazione del libro “I limiti dello sviluppo”: progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, 1972) ci siamo resi conto che bisogna correre ai ripari con una inversione di rotta (seppure tra mille inerzie politiche e mentali), altrimenti le future generazioni non esisteranno.
Così insorgono le prime ansie da parte di soggetti isolati, cominciando a dare risposte istintive per arginare l’espandersi del nostro modello energivoro; che hanno portato alla nascita dei primi movimenti politici verdi ed alle prime politiche di tutela ambientale: una di queste è, infatti, l’educazione ambientale, che ha avuto il difetto fino a ieri di essere intesa solo come uno sporadico e timido percorso di corretta conoscenza per l’avvicinamento a quel che rimane del patrimonio naturalistico ed unicamente diretto ai bambini e ragazzi delle scuole, dimenticando gli adulti: proprio quelli che hanno le maggiori colpe e responsabilità sia in relazione all’ambiente naturale ma anche e soprattutto quello urbano.
La politica ambientale nei paesi industrializzati è nata e si è lentamente sviluppata nel corso degli anni Sessanta dello scorso secolo, ma solo oggi è diventata politica permanente di governo. Nel corso di questi 40 anni la politica ambientale ha prodotto diversi miglioramenti significativi, ma totalmente insufficienti; in questi 4 decenni ci sono stati molti momenti importanti, tra cui mi sembra opportuno ricordarne due tra i più recenti: la conferenza dell’ONU a Rio de Janeiro su “Ambiente e sviluppo” (3-14 giugno 1992): che ci ha insegnato che bisogna uscire dalle stanze degli accordi politico-istituzionali e scendere nelle strade della vita quotidiana con azioni concrete ed il Vertice mondiale dell’ONU sullo “Sviluppo sostenibile” a Johannesburg (26 agosto-4 settembre 2002), che ha raccolto la sfida di Rio facendo delle comunità locali il centro strategico per l’implementazione dal basso dei principi della sostenibilità per farli diventare prassi vita e di governo.
I 10 anni tra i due vertici sono stati determinanti per fare un salto di qualità nelle politiche ambientali a livello mondiale: rendere patrimonio diffuso e condiviso i principali problemi del patrimonio ambientale attraverso lo sviluppo della cultura dell’eco-sostenibilità sia nella popolazione che nei governi. Solo dopo le Conferenze Onu di Rio de Janeiro e di Johannesburg ha preso strada la nuova consapevolezza di una educazione ambientale, non più come semplice strumento di alfabetizzazione ambientale, ma come fattore culturale determinante per l’approccio globale dell’uomo all’ambiente: un ecosistema olistico lato sensu; per cui declinare l’educazione ambientale in questa direzione richiede che si intervenga a monte di ogni processo di intervento artificiale antropico prima che produca le sue dannose conseguenze.
Ciò è possibile solo se riusciamo a cambiare radicalmente la cultura (nel senso della coltivazione della persona) di ogni singolo individuo (per tutto il corso della sua vita), tale che diventi un esempio di comportamento ambientalmente virtuoso per sé e per gli altri; dunque, intervenire così sia sugli stili di vita quotidiana (privati e pubblici) che sulle scelte della creazione di strutture urbane e nei processi di produzione e gestione dell’economia e della politica economica in quanto comportano azioni di pressione sul territorio ed sul suo eco-sistema; per questo ogni persona deve diventare attore ecologico consapevole, responsabile e solidale, che non abbisogna di controllori in quanto già capace di autosostenibilità, evitando l’attivazione del paradossale circuito del “chi controlla il controllore”. In questo quadro, uno dei punti di fondo su cui bisogna intervenire sono proprio i nostri stili di vita: sia nel senso del nostro comportamento di consumatori che di attori sociali; cioè gli stili culturali della nostra mente devono essere modificati verso comportamenti ecologicamente sani e virtuosi, altrimenti non ci sarà futuro. Naturalmente, non è un obiettivo facile da raggiungere, ma è necessario; dove solo il coraggio della consapevolezza escatologica potrà sostenerci.
In questo senso, l’educazione ambientale costituisce uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per condurre le persone a cambiare il loro stile di vita (dopo secoli selvaggi!), che se utilizzato al meglio può sicuramente dare ottimi risultati già sul medio-breve periodo; per fare questo occorre che ognuno di noi sia convinto e motivato che l’adozione di certi tipi di comportamenti e scelte adeguate, in quanto sostenibili nel tempo, sono l’unica strada che abbiamo per frenare la nostra corsa verso l’inquinamento del territorio, la distruzione della biodiversità ed il consumo di risorse che non ci sono più (infatti i principali fattori di danno ambientale al pianeta sono i comportamenti economici e sociali degli uomini in relazione ai consumi energetici e di risorse, alle emissioni inquinanti, alle produzioni di rifiuti, al consumo e inquinamento delle acque e del suolo), come dimostrano i recenti studi sul calcolo dell’impronta ecologica, cioè il nostro individuale zaino ecologico contiene meno risorse di quanto ne consumiamo ogni giorno: il Pianeta genera risorse in quantità inferiore a quanto ne vengono distrutte per soddisfare i nostri bisogni consumistici, aumentando così il deficit ecologico; insomma, stiamo già percorrendo la strada che ci conduce alla certa ed irreversibile distruzione del pianeta Terra.
Le scelte individuali, come quelle politiche dei governi degli Stati, devono poggiare sulla consapevolezza che esse sono simbioticamente determinanti per creare le condizioni che promuovono i necessari comportamenti eco-sostenibili tesi a salvaguardare la continuazione della vita sul Pianeta: come l’arresto delle pressioni artificiali attraverso il divieto di costruzione di nuovi abitati o di nuovi poli commerciali ed industriali, ma procedere al recupero del patrimonio edilizio dimesso secondo i nuovi principi della bioedilizia e dell’architettura bioecologica. Ed ancora, bisogna smettere di propugnare la folle politica economica, da parte dei governi ed organizzazioni economiche mondiali, di perseguire la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) ad ogni costo (come se fosse la panacea di tutti i mali di questo mondo), poiché è una politica dannosa per l’ambiente: è falsa la tesi che la via della crescita continua dei consumi e dell’aumento conseguente della produzione di beni sia l’unica via per il miglioramento della qualità della vita e la soluzione ai problemi di povertà del pianeta di molte popolazioni, perché incita solo le popolazioni occidentali a continuare a consumare risorse che non abbiamo se non ipotecando quelle future (in tal senso è esemplare una recente pubblicità che recita: “sono proprio i tuoi acquisti, anche quelli più semplici, che fanno girare l’economia”; un messaggio che vuole farci credere che più si compra e consuma risorse di ogni tipo è un bene per tutti noi, ma evita di dirci che ciò porta soprattutto ad una grande quantità di rifiuti difficili da smaltire ed il conseguente impatto inquinante sull’ambiente per centinaia di anni), per aggravare ancora di più la situazione di depauperamento del pianeta a vantaggio di pochi; restando immutato il problema della povertà delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.
In questo quadro, è determinante avere un approccio critico e consapevole ai consumi di beni e servizi, nonché sviluppare una sensibilità ed una coscienza di cittadino responsabile attivo, poiché sono fondamentali per mettere in atto un sistema di vita che sia corretto e rispettoso del nostro ambiente in ogni sua espressione. Un aspetto, tra i tanti, significativo e rappresentativo in questa direzione, è costituito dall’ecologia urbana applicata: esemplificata, per esempio, in corrette prassi di ecologia domestica, nella raccolta differenziata dei rifiuti, nella depurazione e riuso delle acque reflue, nell’ampliamento e cura degli spazi verdi in area urbana, etc., cioè bisogna partire dai nostri comportamenti in casa e nella prossimità urbana per esprimere tangibilmente la nostra consapevolezza ecologica ed adottare stili di consumi ambientalmente virtuosi in ambito di ecologia domestica, come per esempio una gestione equilibrata dei vari usi dell’acqua (adottando, per esempio, lo strumento del bilancio idrico famigliare per una preventiva determinazione dei bisogni di consumo), come pure dei detersivi, per esempio riducendo le dosi consigliate sulle confezioni, che mirano solo ad incrementare (strumentalmente) il consumo al fine di indurre un maggiore acquisto e quindi aumentare solo i guadagni di chi li produce, con un danno a carico solo della nostra comunità, presente e futura.
Se tutti siamo convinti che quanto finora detto va nella direzione giusta, allora bisogna dire che tutte le azioni di educazione ambientale sono tali se e solo se i fruitori delle stesse accedono ad una consapevolezza che induce a cambiare il loro stile di vita in direzione del rispetto del principio di precauzione ambientale e della frugalità, facendosi portatori essi stessi di esempio per tutti gli altri. Per cui, all’origine di una politica di educazione ambientale, ci deve essere la capacità del singolo individuo di declinare il suo comportamento quotidiano (senza deliranti deleghe per acquietare la propria coscienza!) in azioni sostenibili sul piano sociale, culturale, politico ed economico; quindi solo il concorso condiviso delle persone della comunità mondiale (in virtù del principio che la vera sostenibilità ambientale nasce dal basso) può incidere sulla riduzione delle sperequazioni socio-economiche e migliorare la qualità dell’ambiente di vita nel presente e futuro di questo nostro mondo.
Quindi, l’educazione ambientale ha un vero senso se diventa una dimensione socio-culturale che accompagna ognuno di noi in tutti i momenti della vita in modo pervasivo; cioè è necessario che si passi da una concezione egoista, chiusa e deresponsabilizzante ad una visione olistica aperta, empatica e dinamica nel rapporto tra ambiente (naturale ed urbano) ed essere umano a partire da ogni nostra azione fino alle scelte dei governi ed organismi internazionali; dunque, bisogna andare verso la costruzione della società ecologica, già da molto tempo auspicata da Paolo degli Espinosa.
In conclusione, solo se si riesce a sviluppare nella comunità umana, con un processo educativo che coinvolga l’identità etica delle persone, una coscienza ecologica che sappia capire e gestire la complessità del legame tra natura e cultura, solo allora l’essere umano riuscirà a sentirsi parte costituente del patrimonio naturale e sarà in grado di avere un approccio consapevole e responsabile con la natura e quindi porre in essere le condizioni adeguate per un sistema di vita sostenibile per il nostro pianeta; cioè solo se la sensibilità ambientale diventa l’abito quotidiano del nostro modello di vita (in particolare, i comportamenti di produzione e consumo di beni naturali), cioè entra a far parte in modo legittimo e permanente della nostra civitas, allora sarà possibile implementare uno stile dell’esserci quale un unicum integrato multilaterale, risultante dalla corretta simbiosi tra l’essere umano e l’ambiente esterno tout-court. Quindi, l’educazione ambientale nella sua accezione di educazione alla sostenibilità acquista valore se culturalmente vissuta come l’educazione civica del nostro tempo, per la formazione di nuove comunità sempre più capaci di partecipare in modo responsabile e solidale alla gestione democratica ed ecologica della Terra.