VERSO UNA NUOVA STRATEGIA
PER LA GESTIONE DEI CORSI D’ACQUA
di Andrea Cardini*, Beatrice Pucci**, Giulio Conte*
* CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) - ** IRIDRA s.r.l.
Esiste una diffusa opinione secondo la quale, per riqualificare i corsi d’acqua è sufficiente realizzare gli interventi di “sistemazione” con le tecniche dell’ingegneria naturalistica, invece che con quelle dell’ingegneria idraulica convenzionale. Niente di più lontano dalla realtà: riqualificare è ridare spazio ai corsi d’acqua (o preservare quelli che ancora ce l’hanno) e ristabilire i processi naturali che li caratterizzano; cioè riqualificare significa sicuramente ridurre l’artificialità, ma anche ripristinare l’equilibrio geomorfologico, il rapporto con la piana inondabile, la struttura della comunità biologica e un regime idrico prossimi a quelli naturali.

La riqualificazione permette al contempo lo svolgimento di più funzioni tra loro interconnesse, quali la ricarica della falda, l’incremento delle capacità autodepurative, la formazione di habitat per fauna e flora, etc, ma anche il conseguimento di obiettivi antropici quali la sicurezza idraulica (grazie alla maggior laminazione delle piene ed alla dissipazione dell’energia erosiva), la disponibilità idrica (attraverso un miglior rapporto con la falda, il bacino e la vegetazione) e la buona qualità dell’acqua (attraverso migliori processi di autodepurazione, etc.).
Riqualificare i corsi d’acqua implica una inversione di tendenza rispetto, particolarmente, all’approccio classico di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua ed all’urbanizzazione “selvaggia”; per cui, inevitabilmente, andiamo a scontrarci con prassi tecnico-amministrative consolidate e, ancor peggio, con concezioni e approcci culturali di “vecchio stampo”.
Naturalmente, sarebbe inutile e controproducente dire che si deve tornare allo stato del 1700, o a quello pre-romanico oppure che si debbano abbattere tutte le arginature e difese spondali esistenti; ne siamo perfettamente consapevoli, come anche del fatto che non è certo pensabile che la strategia di riqualificazione venga attuata in breve tempo.
Si tratta, invece, di trovare un compromesso che sia accettabile in pratica, ma di reale contenuto, nonché attrezzarsi per intraprendere un lungo cammino, peraltro già prospettato dalla recente Direttiva Quadro sulle Acque che, sebbene focalizzata sulla qualità dell’acqua, parla chiaramente anche di stato dei corsi d’acqua in senso integrato e si pone obiettivi lungimiranti.
Il “compromesso” deve scaturire dalla conoscenza del contesto e deve fare i conti con l’apparato normativo ed in particolare con quello pianificatorio-programmatico che lo attua. I limiti che la nostra pianificazione ancora mostra sono figli di una concezione dell’approccio al rischio idraulico che molti altri Paesi (USA, Australia, ma anche Olanda, Germania, Francia ed altri) hanno decisamente abbandonato. Parlando in generale e, quindi, inevitabilmente peccando di genericità nei confronti di quanti invece hanno già intrapreso cammini innovativi, l’idea ispiratrice in Italia è ancora “mettere in sicurezza” rispetto a un evento di riferimento, cercando di confinare il corso d’acqua in uno spazio assegnato ed in buona parte delimitato e fissato da opere quali ad esempio quelle finalizzate a protezioni spondali e regimazione, senza pensare che eventi più intensi di quello di riferimento sono sempre possibili e statisticamente sempre più probabili. Questo significa che il rischio non è affatto annullato e il “mettere in sicurezza” è un concetto di dubbio significato. Anzi, il concetto “mettere in sicurezza” è fautore di futuri disastri, perché nel territorio ora “messo in sicurezza”, per definizione, si procederà ad un’ulteriore urbanizzazione (insediamenti, infrastrutture, attività produttive, etc.) con un deciso incremento dei beni, a cui di fatto corrisponde un incremento del rischio.

C’è anche da chiedersi: quanto costa l’approccio corrente al rischio? Se calcoliamo quanto costano le opere da realizzare, la loro manutenzione -- e, soprattutto, il loro periodico, inevitabile, rifacimento in occasione dei sempre più frequenti eventi di piena significativi e la catena di altre opere che le prime richiamano (proteggere un tratto di sponda, implica proteggere il successivo l’anno dopo, e così via), a fronte di quanto costerebbe una riappropriazione (intelligente, maturata, concordata, etc.) di una maggior quantità di aree prossime al corso d’acqua , accompagnata da una maggior naturalità dei corsi stessi, a parità di riduzione del rischio conseguita -- difficilmente riusciremmo ancora a giustificare l’approccio corrente; insomma: riqualificare conviene, non è un “lusso da ambientalisti”.
Queste considerazioni sono già maturate in molti Paesi che hanno attivato una politica fondata sul ridare significativo spazio al fiume, spostando insediamenti e beni a rischio, evitando il più possibile tentativi di tenerlo confinato, eliminando al massimo le opere di difesa, attrezzandosi piuttosto per “convivere con il rischio” attraverso sistemi di vario tipo: dalla predizione in tempo reale di piena e piani di protezione civile, agli accorgimenti costruttivi per sopportare periodiche inondazioni, a meccanismi di compensazione per l’uso multiplo, a scopo pubblico, di terreni privati e risarcimento dei danni eventualmente sofferti. Essi stanno oggi già monitorando gli effetti dello smantellamento di soglie, o addirittura dighe, come pure dello spostamento di arginature, della rimeandrizzazione, della ri-installazione di vegetazione spondale ed in alveo.
Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello qualitativo: oggi non è possibile parlare di riqualificazione senza prendere in considerazione la qualità dell’acqua e le strategie per raggiungerla.
Negli ultimi anni, con il progressivo completamento delle reti di depurazione civile e industriale, si sta manifestando con sempre maggior evidenza il problema dell’inquinamento diffuso (fosse settiche non funzionanti, run off agricolo o urbano, etc.), dove è molto difficile intervenire prima che il carico inquinante raggiunga il corso d’acqua; in questi casi si può intervenire con soluzioni ad hoc per depurare le acque dell’asta fluviale stessa.
Occorre però considerare che depurare le acque del corso d’acqua è normalmente più difficile che depurare le acque prima che raggiungano il corso d’acqua: in esso, infatti, gli inquinanti vengono diluiti e, per rimuoverli, è necessario trattare portate molto cospicue. Di conseguenza per raggiungere percentuali consistenti di rimozione (superiori al 50%) sono generalmente necessari interventi piuttosto costosi ed aree molto ampie. Queste soluzioni, quindi, devono essere usate, per quanto possibile, in integrazione con gli interventi diretti sui carichi civili, industriali ed agricoli.

Inoltre, affinché un corso d’acqua possa mantenere buona la propria funzionalità sistemica, e di conseguenza la sua capacità autodepurativa, è necessario che si conservino le condizioni di massima naturalità dell’alveo e del suo d’intorno. I processi biologici possono avvenire solo in presenza di popolazioni vitali di tutte le componenti essenziali di fauna e flora (detritivori per decomporre le componenti grossolane, batteri per ossidare la sostanza organica disciolta, microfagi per eliminare i batteri, piante per assimilare i nutrienti). I processi chimico-fisici, invece, sono facilitati da condizioni di flusso idrico meno “regolare” possibile: sono importanti le anse e le pozze, che favoriscono la sedimentazione; i raschi e la presenza di vegetazione in alveo, che favoriscono la filtrazione, l’assorbimento e l’ossigenazione delle acque. Infine, tutti i processi autodepurativi dipendono fondamentalmente dal “tempo di residenza”: tanto maggiore è il tempo che l’acqua impiega a percorrere un determinato tratto di fiume o, in termini idraulici, tanto maggiore è la scabrezza e minore è la velocità, tanto più efficace sarà l’autodepurazione del corso d’acqua.
Tutti gli interventi che aumentano il tempo di residenza delle acque hanno un effetto positivo sulla qualità: tutti i processi di autodepurazione, infatti, dipendono dal tempo di residenza; tra questi il più importante è la meandrizzazione dei corsi d’acqua rettificati.
La meandrizzazione aumenta il percorso che l’acqua deve compiere nello scorrere, riduce la pendenza dell’alveo e la velocità di scorrimento; tutto questo consente di aumentare il tempo di residenza e favorisce la riduzione dei solidi sospesi: del BOD, dell’azoto e del fosforo. Molto spesso gli interventi di bonifica realizzati negli scorsi decenni hanno, invece, ridotto la meandrizzazione dei corsi d’acqua.
Altri interventi di riqualificazione possono essere: la diversificazione morfologica dell’alveo al fine di creare habitat diversi e di conseguenza incrementare la biodiversità e di conseguenza i processi autodepurativi, la creazione di piccoli salti artificiali (attraverso l’inserimento di briglie realizzate con l’ingegneria naturalistica) per favorire l’ossigenazione delle acque, la realizzazione di zone umide in alveo e fuori alveo per l’abbattimento degli inquinanti.
Infine, per una riqualificazione di un corso d’acqua è necessario operare su scala di bacino, in modo integrato e concertato fra tutti i soggetti pubblici e privati; questa è la nuova politica, che permea la Direttiva 2000/60, che è stata fatta propria in anticipo dal D.Lgs 152/99 e successive modificazioni. Essa si muove su una lunghezza d’onda radicalmente diversa dalla politica delle “opere pubbliche” che ha caratterizzato – e non solo in Italia - il settore idrico negli ultimi 50 anni: essa punta a fissare obiettivi di qualità dei corpi idrici e, se tali obiettivi non sono raggiunti, comprenderne le cause per ipotizzare tutte le soluzioni che ne consentano il loro raggiungimento, facendo ricorso a tutti gli strumenti disponibili.